La musica bisestile. Giorno 250. Jacques Brel

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7 gennaio 2019

Il primo, grande autore di Teatro Canzone. L’uomo che aveva cantato tre mondi – quello dell’anteguerra, aristocratico e provinciale, quello della guerra, quello dell’apparente boom economico – prima di ritirarsi su un’isola a morire di cancro

NE ME QUITTE PAS

 

L’Europa ha conosciuto, negli ultimi cento anni, quattro grandi stelle, capaci di mettere insieme un enorme talento creativo e musicale, una fisicità teatrale apparentemente naturale, ed invece frutto di ore ed ore di prove, di una grandissima minuziosità, ed una profondità filosofica e retorica che li pone ben al di là dei confini della musica e del teatro. Forse erano più di questi quattro – ma io conosco loro: Giorgio Gaber, Domenico Modugno, David Bowie e Jacques Brel. Di tutti costoro, Brel è stato il primo, quello che inventato il genere di Teatro Canzone, il primo che ha inventato l’espediente fondamentale per esercitare una severissima critica sociale: parlo di me, dei miei limiti, delle mie debolezze, delle mie meschinità, con una tenerezza ed impietosa franchezza, e lo faccio in modo tale che i più intelligenti e più consapevoli nel pubblico capiscano che, parlando di me, sto parlando di loro, li sto aiutando a sentirsi meno soli nel loro disagio, sto mostrando loro una via d’uscita.

“Ne me quitte pas”, 1972

Curioso il fatto che tutti e quattro siano usciti di scena per lo stesso motivo, il cancro. Ma Brel era già ammalato prima dei 40 anni, quando il successo era appena arrivato. E quando i medici gli dissero che non sarebbe sopravvissuto, lui lasciò la Francia ed andò a vivere in un’isola sperduta delle Marianne, tornando solo una volta all’anno per le medicazioni. In uno di quei viaggi morì, a 49 anni, lasciando un’opera stupefacente che, all’inizio, venne copiata un po’ da tutti, perché lui era stato il primo ed il più gravo. “I borghesi” di Gaber, ad esempio, era più o meno la traduzione di un brano omonimo di Jacques Brel.

A causa del suo percorso di vita, Brel è rimasto al di fuori del maggio francese, di cui lui è piuttosto un precursore, ma non un militante. I suoi punti di riferimento erano Cervantes, la Francia dell’aristocrazia contadina del primo dopoguerra, che nel secondo dopoguerra era sopravvissuta, nelle debolezze più che negli slanci, e che venne anche immortalata dai primi film di Louis de Funes. Come fece anche Gaber, Brel scriveva i propri spettacoli, li produceva da solo, organizzava tutto da sé e costituiva un esotismo della cultura ufficiale francese, così avvinghiata alla protezione di grandi impresari e del Ministero della Cultura nazionale.

Ed era belga, per cui alcune delle sue ballate più belle e malinconiche sono scritte in fiammingo (amo particolarmente “Mareike”, perché cantata con una velocità tale da rendermi possibile apprezzare il testo). In ogni caso, senza Brel non ci sarebbe stato Gaber, e la mia generazione sarebbe rimasta orfana. Per questo vi prego di ascoltare con attenzione un artista il cui essere figlio di una tradizione popolare incontaminata risulta “straniero” per noi, perché Brel era il Modugno della cultura francese. Forse, per avere un artista così grande, c’è bisogno di grande dolore, di grandi radici culturali, ma anche della memoria fresca di una guerra e della povertà vera. Si avvicina il momento in cui anche noi, purtroppo e per fortuna, avremo nuovamente straordinarie stelle da amare.

 

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