La musica bisestile. Giorno 313. Bonnie Raitt

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8 febbraio 2019

La chitarrista più brava d’America fotografata ai suoi inizi, quandpo era ancora una sopravvissuta della scena folk newyorkese dei Bob Dylan e dei Pete Seeger

GIVE IT UP

 

Quando lei è arrivata sulla scena che amava, quasi tutti gli altri ne erano già usciti. Lei adorava Woody Guthrie, Pete Seeger, il primo Bob Dylan, quel punto della musica folk che si mischia al country e parla alla gente di un paese operaio e contadino, delle vessazioni del potere economico e degli sceriffi, della corruzione profonda e violenta dell’America lontana dalle luci dei riflettori, dell’anima indipendentista di coloro che avevano fatto la Guerra Civile o che ne se sentivano ancora forte il respiro. Ma Bonnie Raitt non ha cambiato una virgola del suo percorso – tecnicamente è una delle chitarriste più versatili e complesse del mondo, con la sua voce ha cantato un femminismo delle origini, ha cercato uno spazio nell’oggi mantenendo vivo il ricordo di ciò che era ieri.

“Give it up”, 1972

Suo padre John era una delle stelle di Broadway, un cantante e ballerino famoso, e lei è cresciuta nell’agiatezza a Burbank, in California, studiando gli arpeggi di Jerry Garcia, di Jorma Kaukonen e degli altri grandi della scena di quel tempo. Dopo il liceo è andata a studiare etnomusicologia in Tanzania, poi si è trasferita a New York ed ha iniziato a suonare nei bar, perfezionando sempre più la sua tecnica con bottleneck (il collo di bottiglia) e diventando in breve un’affermata cantante di blues nella scena underground. A quel punto l’ha scoperta anche l’industria discografica.

Volutamente ho scelto un disco da quel periodo, non uno di quelli registrati quando aveva oramai vinto dei Grammy Awards, era diventata famosa per la sua storia d’amore con l’attore Michael O’Keefe, durata un decennio e finita con entrambi a terra, stremati, divisi tra terapie psicanalitiche e sedute degli Alcoolisti Anonimi. Se la guardate ora, quando canta con la faccia da impunita, sembra Luciana Littizzetto. Politicamente, Bonnie è una delle donne più impegnate d’America, anche se non ha mai candidato per il Congresso, ma ha organizzato diverse campagne per esercitare pressione sul Partito democratico, è amica della famiglia Obama, amica della moglie di George Clooney, ma soprattutto è una donna che va in Africa, in camicia e jeans, e dà una mano, ancora adesso che ha 70 anni.

E magari, per l’anniversario di un grande concerto contro il nucleare, ecco che sale sul palco, insieme a Crosby Stills & Nash e canta una delle più belle canzoni di questo disco da ragazzina – l’amore non ha orgoglio, dice. Sicché è riuscita, grazie al suo talento, a restare sé stessa, ad essere la voce di quell’America del sogno kennediano, quella dei viaggi sui treni merci, quella dei grandi amori bucolici, quella di una cultura che viene dalla terra ma che vive della terra, non come gli hippie. L’America di John Steinbeck, di J.D. Salinger, di Walt Whitman, di Edgar Lee Masters.

https://www.youtube.com/watch?v=VKImWt_eW2o

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CAT: Musica

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