La musica bisestile. Giorno 99. Joe Cocker

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24 Ottobre 2018

MAD DOGS & ENGLISHMEN

 

Joe Cocker aveva avuto un successo travolgente con il suo primo album, uscito nella primavera del 1969. La sua voce rauca e potentissima era perfetta per il sound cercato da Leon Russell: un soul fatto da bianchi, che parte dalle tastiere di Ray Chlarles, supera il “muro del suono” dei Righteous Brothers e di Sam & Dave, ed atterra sulla facciata rock di clasici del country, del folk e del pop. E questo era Joe Cocker: il Ray Charles (o, meglio, il Sam & Dave) dei bianchi, l’unico a poter trascinare un intero stadio solo col suono della sua rabbia.

“Mad Dogs & Englishmen”, 1970

Per questo motivo la sua casa discografica, la A&M Records, iniziò un booking in grande, ed a febbraio del 1970 dalla direzione comunicarono a Joe che avrebbe avuto oltre 50 date in tutto il mondo, sempre in locations immense, e che la prevendita lasciava presagire ovunque un sold out. Il fatto è che Joe Cocker non aveva mai fatto concerti solisti, a parte Chris Stainton, con cui provava a casa, non aveva una vera e propria band, i musicisti di studio che avevano registrato l’album non erano a disposizione per un tour de force simile.

Sicché chiese aiuto a Leon Russell, e costui mise insieme, nell’arco di 48 ore, la più impressionante band si soul bianco mai esistita: oltre a Leon Russell (il miglior pianista rock del mondo) e Don Preston (il chitarrista di rock’n’roll eroe di moltissime band degli anni 50, c’erano la cantante folk Rita Coolidge, la sezione fiati di Jim Horn (la creme de la creme), Jim Gordon (Spencer Davis Group, Derek & the Dominos), Jim Keltner (che era il percussionista dei Beatles e di Bob Dylan), Carl Radle (il bassista di Eric Clapton).

Joe Cocker e Leon Russell sul palco al Fillmore East

Fecero solo una settimana di prove. Erano talmente pazzeschi da non aver bisogno di più tempo. Sono probabilmente la migliore rockband dell’intera storia della musica moderna, capace di improvvisare un nuovo brano al giorno, come facevano i Grateful Dead, ma facendolo con una perfezione da sala di incisione. Quando suonarono al Fillmore East di New York, a fine marzo, tirarono fuori quello che molti giornalisti chiamarono “il concerto più bello della storia del rock”.

Credo di aver visto il film almeno dieci volte, ma l’album continuo ad ascoltarlo ogni volta che ho l’impressione che qualcuno debba darmi la sveglia, perché la pigrizia mi ha fatto dimenticare quanto sia stupenda la vita. E quando Joe dice: “c’è qualcosa di strano nell’aria, stasera”, ed intona “Feelin’ alright” di Dave Mason, torno a sapere chi sono, da dove vengo, perché ho fatto tutta la strada che ho fatto, perché ho accanto le persone che ho accanto, e perché mi sto sentendo giusto, alright. Alla facciaccia di chi, nella sua vita, non proverà un centesimo di ciò che ho io, che abbiamo noi.

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CAT: Musica

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