La placenta musicale dei millennials

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29 Settembre 2017

Se volevo ascoltare un disco dovevo per forza comprarmi il vinile. O la cassetta, quella con la delicata pellicola che riavvolgevi infilzando la matita in uno degli occhi dentati. Il frinire meccanico dell’avanti e indietro per cercare il pezzo non valeva però il dolce e rapido posare la puntina sul solco scelto. Passavano in radio solo i pochi brani della hit parade sentimentale e ballereccia, e io mettevo da parte i soldi per comprarmi un disco ogni dieci giorni, o almeno due al mese. Avevo il mio negozio, a uno sputo dal Duomo, un loculo arredato solo da pile di vinili, da sfogliare col gesto dell’avanti un altro. La nostra cultura musicale era avida e rarefatta. Un disco lo ascoltavi fino a non sopportarlo più.

Mia figlia nata nel terzo millennio ha l’iPhone con centinaia, o forse migliaia di brani scaricati da Youtube, che è la sua seconda casa, e l’icona fisso di Spotify; passa da un disco all’altro come la pallina di un flipper. I millenials come lei sono passati diretti dalla placenta madre a quella online. E sono scollegati da qualunque genere musicale di appartenenza e conseguente look di supporto: è come se fossero la somma e la sottrazione di tutto ciò che si è visto e suonato. Guardando con lei le audizioni di Xfactor, la settimana passata, sono stati proprio due giovanissimi a giustificare per qualche minuto l’esistenza di questi talent. Oltre alla Maionchi, che splendeva dall’alto dei suoi 76 anni, vestita da rockstar, eternamente giovane e spietata. La prima una ragazza, 16 anni e il luccicare dell’apparecchio ai denti, altra cosa che per i millenials è la normalità, dove per noi era il terrore e la frustrazione. Sale sul palco con una chitarra che si rivela scordata e gliene procurano al volo un’altra: ci si aspetta non riesca a suonarla con l’obbligata disinvoltura, seppellita dall’emozione e dall’intoppo, invece parte ‘Your song’ di Elton John e tutto viene avvolto dalla pelle di un’oca. L’altro, un ragazzo della stessa tenera età, si presenta raccontando una storia che sembra costruita per fare lacrime e audience: un coma dal quale si risveglia grazie al canto del fratello. Poi però canta lui e ti chiedi come possa esserci tanta profondità e tecnica in un corpo che è nato ieri. Certo, si nasce con una voce, altrimenti non c’è allenamento che tenga, ma aver divorato in 16 anni tanta musica quanta ne abbiamo divorata noi in 50 è sicuramente un privilegio, e benzina dell’anima. Non servono le statistiche per accorgersi che di ragazzi che cantano ‘da paura’ ce ne sono ovunque, e sono infinitamente di più di quando a trionfare era il vinile. E lo so della qualità dell’ascolto, con tutte le frequenze eccetera eccetera, ma quella è roba per gente stagionata che fa degustazione. Loro hanno una fame della madonna.

TAG: Nostalgia di futuro
CAT: Musica

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