Superdonne a chi? A ogni gravidanza il suo metro di giudizio

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18 gennaio 2019

È polemica sull’emendamento alla Manovra che vorrebbe prorogare al nono mese l’inizio del congedo dal lavoro per le donne in gravidanza. Si tratta, seguendo il ragionamento dei legislatori, di una mossa che darebbe alle future madri la possibilità di passare col nascituro i successivi 5 mesi alla nascita, lavorando fino alla fine del periodo gestazionale, se le condizioni della gestante e del bambino lo permettono, e se il tipo di mansione svolto dalla prima non compromette il normale decorso della gravidanza. Si precisa subito che, come per la precedente norma regolante l’astensione obbligatoria dal lavoro, anche in questo caso la lavoratrice ha facoltà di scegliere come meglio fruire dei 5 mesi di congedo previsti. Prima le due opzioni contemplavano o l’astensione durante i due mesi precedenti la data presunta del parto e durante i tre mesi successivi, o un mese prima del parto e nei quattro successivi (purché la lavoratrice disponga di una certificazione medica attestante l’assenza di rischi alla salute della madre e del nascituro.) Con le ultime novità previste dal Governo è stata introdotta la possibilità per le future mamme di decidere, in accordo con i professionisti medici, se lavorare fino al nono mese, facendo così slittare l’intera astensione dal lavoro ai 5 mesi dopo il parto.

Il polverone è presto esploso! Sono insorte le lavoratrici, ma anche gli stessi medici, come recita ad esempio il lungo post di Facebook datato 3 gennaio del ginecologo Giuseppe Battagliarin. Un augurio di buon anno a tutte le donne dal retrogusto ironico e satirico “Per voi questo anno si apre all’insegna della conquista di nuove libertà ( o forse di antiche schiavitù).” Seguono una trafila di descrizioni canzonatorie sia sulle difficoltà fisiche e psicofisiche cui la gestante deve far fronte nell’ultimo periodo di gravidanza (“…la pancia al massimo del suo volume urta ovunque e vi impedisce a volte di allacciarvi le scarpe e non vi fa vedere dove mettete i piedi con il rischio di cadute; se state supine (e non ci dovete stare) vi manca il fiato e avete reflusso gastrico con relativa pirosi; se state su un fianco il bambino scalcia per cui il riposo si trasforma spesso in una lotta mentre la testa del bambino comprime la vescica spingendovi a numerose gite al bagno diurne e notturne”), sia sulle situazioni che la stessa si troverebbe a vivere qualora (in estrema ratio) travaglio e parto dovessero verificarsi in sede lavorativa: “(…) e soprattutto non dimenticate di tenere a portata di mano pannoloni per assorbire il liquido amniotico evitando di trovarvi inondate e fradice nel bel mezzo di una riunione di lavoro o mentre parlate con un cliente.”

Senza negare le evidenze di cui il medico parla, non si può non notare la drammaticità dei contenuti e la crudezza di toni, sicché, con l’occasione di commentare la posizione di Battagliarin, vorrei in queste righe riflettere sul tema con un minimo di esperienza derivata da una gravidanza gemellare appena conclusa. Mi preme fin da ora precisare che non può esserci un giusto o sbagliato, né uno spartiacque etico e deontologico riferito a come una donna decida di gestire la sua gravidanza e l’ancora più delicato rapporto gravidanza/lavoro. Sono note e sostenute da una sterminata letteratura cartacea e digitale le difficoltà fisiche, psicologiche e psicofisiche cui una gestante deve far fronte nei nove mesi che la separano dalla nascita di suo figlio: dalle nausee del primo trimestre all’importante aumento di peso dell’ultimo, dalla fortissima sensazione di stanchezza ai problemi di reflusso gastrico, e chi più ne ha più ne metta, dato che ogni organismo risponde a suo modo alle importanti trasformazioni che incontra lungo questo percorso.

Ebbene, ammesso l’insorgere di questi cambiamenti, è proprio così opportuno mettere ulteriormente in guardia una futura madre? Sensibilizzarla, suggerendole un riposo che non necessariamente il suo corpo ricerca? Al contrario, chi ha detto che, durante la gestazione, il lavoro non rappresenti un ulteriore stimolo a favore di una gravidanza serena? Naturalmente non si può generalizzare e non ci si può certo riferire ai lavori usuranti delle fabbriche, ad esempio. Ma cosa impedisce a una donna di lavorare, sì anche fino all’ultimo giorno, se il lavoro rappresenta per lei una fonte di distrazione e svago di cui beneficiare? E, tra l’altro, non è quello che devono fare – in questo caso magari non per piacere – le donne con una propria attività e le libere professioniste con partita IVA?

Non dimentichiamo che nel corso dei nove mesi lo stress collegato al buon decorso della gravidanza, alla buona riuscita del parto, alle buone condizioni di salute del bambino, cui una donna è sottoposta è davvero notevole. Pertanto è così proficuo che la stessa concentri tutti i suoi pensieri, il suo tempo e le sue energie sull’evento in arrivo? Sicuramente sì. Ma non per tutte. Parlo a favore di un concetto di gravidanza che non rappresenti una pagina a sé della vita e della quotidianità di una donna, ma di un’esperienza totalmente contestualizzabile all’interno. C’è il rischio, altrimenti, che momenti così spontanei, quali riproduzione e nascita, appartenenti all’esistenza di tutti gli esseri viventi, vengano preconfezionati in una sorta di fabbrica della gestazione, dove a mò di catena di montaggio, ogni esperto consiglia e prescrive all’interessata cosa fare e come. Vogliamo parlare dei numerosissimi esami clinici cui la futura madre deve già sottoporsi, l’attesa dei cui esiti la confina in una dimensione di ansia opprimente? O della speranza che, dopo ogni ecografia, il medico le confermi che il bambino stia bene? O peggio ancora delle paure per le doglie del parto e delle possibili complicanze? Diciamolo, e staniamo così un po’ di luoghi comuni, la gravidanza non vuole quasi mai autoreferenzialità: richiede svago e non merita ancora più preoccupazioni, disposizioni di tempo ed energie di quelle che già ha. Ogni tanto le culture mediche, paramediche e sociali esagerano nel trattare questo periodo al pari di un evento straordinario, alla stregua di una bomboniera di Swarovski, finendo, come risvolto della medaglia, per catapultare la futura madre in un mondo ovattato e insonorizzato da tutto il resto: “istruitevi su cosa potete e non potete fare nei nove mesi, ricordate di arrivare preparate al parto, fate in modo che ogni cosa sia pronta per il bambino, informatevi su allattamento e successivo svezzamento”, e così via. Ha davvero sempre senso questa cura estrema dei dettagli e questa capillare preoccupazione per quel che sarà, o, al contrario, il buon risultato dell’evento più bello nella vita di una coppia è alimentato anche da leggerezza, ovvero dalla conduzione di una quotidianità normale e consuetudinaria? Chiunque, compresi i papà, abbia vissuto l’arrivo in casa di un bambino, sa che la maggior parte delle cose sono andate in maniera diversa da come aveva immaginato, da come gli era stato detto e da come si aspettava. Tanto vale, non fare della preparazione a tutto tondo l’antidoto ad ogni evenienza: gestire l’imprevisto, si sa, è molto meno pesante che gestire una cosa preannunciata e temuta.

Non voglio essere fraintesa. So che molte e molti sono contrari sulla novità introdotta dal Governo, e io stessa non mi schiero né a favore, né contro. Invito, però, i professionisti e in generale il personale addetto ai lavori, a moderare i toni, a restituire ogni gravidanza alla singola donna, ai suoi stati d’animo e sensazioni. Ogni tanto è il caso di smorzare i riflettori da cui è immortalata e mitizzata. La nascita di un figlio non può e non deve mai rappresentare il reset di tutte le passate abitudini, delle passioni e degli interessi. Non è un discorso pro madre, ma proprio pro figlio: due genitori che non annullano e stravolgono completamente la loro quotidianità per l’arrivo di un bambino, sono di gran lunga più solidi e resistenti allo stress che lo stesso bambino porta.

Non è quindi questione di fare le “superdonne”, come Battagliarin ironicamente dice, ma semmai di entrare in una nuova forma mentis della gravidanza, dove la cura per un periodo così speciale non deve superare la cura che ogni donna, ogni coppia e ogni famiglia dovrebbero dedicare prioritariamente a se stessi, per essere davvero in grado di farsi carico di una nuova vita.  Non c’è una ricetta per diventare madri o padri. Non c’è riforma che regga il confronto col fiuto dei genitori e dei futuri genitori, perché, diciamolo, la cosa più naturale di tutte deve rimanere la più naturale di tutte!

 

 

 

TAG: Lavoro, sanità
CAT: Occupazione, Sanità

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