Parigini felici. Le facce di chi abita nelle “No Go Zones” di Parigi

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24 Marzo 2015

Le “no go zones” di Parigi, cosa sono? Si tratta delle aree della città pericolose, quelle dove non bisogna andare. Cosa sono? Dove sono? Come evitarle durante il vostro fine settimana romantico?

La notizia è che non avete nulla da evitare. Anzi. E anche che esistono i parigini gentili.

Le “no go zones” di Parigi sono un’invenzione dei media, ma di quelle talmente grosse, che hanno dovuto correggere il tiro.

Lo scorso gennaio, una settimana dopo gli attentati a Charlie Hebdo la televisione americana Fox News ha mandato in onda un reportage su Parigi (nel video qui sopra Le Petit Journal smonta il servizio di Fox News).

Nolan Peterson, giornalista di Fox News, reporter di guerra Iraq e in Afghanistan, fa l’elenco di alcune zone della città dove non bisogna andare perché sono quasi come i Paesi in guerra nei quali ha lavorato (sì, lo ha detto veramente). Si tratta (si tratterebbe, anzi) di zone dove la polizia e i non musulmani non possono entrare: Porte de Clichy, la Goutte d’Or, Barbès, Ménilmontant, Quartier Fontaine au Roi e Riquet.

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Si tratta di zone maggioritariamente a nord della città  definite  ZUS (zones urbaines sensibles, definizione che si applica sulla base del reddito degli abitanti): quartieri popolari, dove “popolari” sta per “abitati da persone che non discendono direttamente dai galli”, per capirci. Immigrati certo, e poi francesi, i cui genitori, nonni o bisnonni sono stati immigrati, magari.  Sono zone meno turistiche, che con il Louvre o Notre Dame hanno poco in comune. E che spesso sono le zone più vive e interessanti della città per il numero di eventi, per i locali, per le attività.

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Le “no go zones” sono ovviamente una bufala, o meglio, è l’esempio di come l’uso improprio di un’espressione diventa norma.

La città di Parigi ha denunciato Fox News per «atteinte à l’honneur et à l’image de Paris» (sic!) e l’emittente ha chiesto ufficialmente scusa. Ma ai parigini, anche quelli che non vanno in questi quartieri la cosa non è andata giù. E se ne continua a discutere: reportage sui giornali (Le Monde, La Croix, Huffington Post, per esempio) e un intervento dell’amministrazione che sceglie, per il periodo 2015-2020 questi quartieri come zone di intervento prioritario. Coda di paglia? Un po’ sicuramente.

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Da dove arriva quindi la definizione di “no go zones”? La domanda se la è posta talkingpointsmemo (ne parlano anche SlateBloomberg e The Atlantic): l’espressione sarebbe nata nel 2002, utilizzata dal quotidiano conservatore Washington Times per parlare di zone in Europa dove si trovano molti, tanti, immigrati di religione musulmana.

Si passa poi al 2006, quando Daniel Pipes, sedicente esperto di terrorismo, anche lui di orientamento conservatore, ha pubblicato un articolo dove parla di “751 No-Go Zones of France”. Gli stessi concetti Pipes li ha ripetuti poi nel 2008 al Washington Times nel 2008: “Le ZUS (zones urbaines sensibles) esistono non solo perché i musulmani vogliono vivere nelle loro zone e secondo la loro religione, ma anche perché il crimine organizzato vuole poter lavorare senza subire le interferenze giudiziarie dello Stato francese. In Francia la legge della sharia e quella della mafia sono diventate praticamente identiche”.

L’espressione è stata ripresa nel 2008 dal Telegraph e nel 2012 dal think tank Gatestone Institute per definire zone dove i non-mussulmani non possono entrare. E gli attentati a Charlie Hebdo le hanno dato la spinta finale, facendola finire in prima serata.

Arriviamo quindi ai parigini felici di cui sopra.

I parigini pare non siano felici per contratto: perché prendono la metro, perché in metro c’è troppa gente, perché a Parigi il cielo è spesso grigio, perché c’è la fila alla boulangerie, perché c’è traffico, perché due settimane all’anno fa troppo caldo, perché c’è troppa gente al parco. Perché râler (il lamentarsi, l’essere costantemente infastiditi) è un modo di vivere la città, che si sente anche nei negozi, nei bar e nei ristoranti. Al punto che la Camera di commercio di Parigi nel 2013 ha lanciato una vera e propria campagna per insegnare a chi lavora nel commercio ad essere gentile: “Do You Speak Touriste?”. E qui sfondiamo una porta aperta: chi di voi non ha un amico che ha fatto un viaggio a Parigi ed è tornata dicendo: “Parigi è bellissima, mai i parigini…”.

Ma i parigini sono veramente scontrosi, maleducati e arroganti? No, non più di me o di voi almeno.

E ci sono anche parigini felici, ci sono quartieri dove ti danno il benvenuto quando entri in un negozio, dove il barista ti riconosce se torni la seconda volta. E sono zone dove i turisti vanno di meno, perché sono lontane dai monumenti e dai musei. E sono proprio le “No Go Zones”.

Il progetto “Portraits de No Go Zones” di Julien (e basta, non rivela il suo cognome) un po’ ce li mostra. Si tratta di semplici ritratti di persone che abitano in questi quartieri “pericolosi” che raccontano quanto sono felici di vivere dove vivono.

A Parigi, appunto.

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TAG: immigrazione, islam, no go zones, Parigi
CAT: Parigi

Un commento

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  1. quellebellepage 5 anni fa

    Quanto è scritto male questo post…
    E il cognome di Julien è arcinoto.

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