Al Pd aspettavano Guardiola, è arrivato Zingaretti

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15 giugno 2019

Sarà anche vero che tutto è già accaduto, che così si è sempre fatto, che politica e magistratura si sono sempre annusati e strusciati, e che tutto questo, al fine, è solo la protezione solare – una 50 adatta al solleone – che permette alle anime belle di richiamare alla memoria quel caro, vecchio, profumo della Repubblica – la Prima – sempre e solo quella che un bel giorno poi spirò generando migliaia di orfani. E se tutto davvero è già accaduto, sembrano anche vetusti e scontati i richiami tardo-garantisti dei soliti noti, che ti dicono che il problema non è Lotti (certo ma come no), piuttosto l’organizzazione complessiva della giustizia (ma va’?), il cui vessillifero è iscritto all’anagrafe come Cerasa Claudio, di professione fogliante senza gloria.

Qui semmai c’è un carenza bestiale di gesti. A dir questa parola, vengono in mente «I gesti bianchi» di Gianni Clerici, quell’insieme di leggerezza e sostanza agonistica di anni lontani che fecero del tennis un portatore sano di eleganza. Ma se l’eleganza è scomparsa, neppure celebrandone i funerali, forse è il caso di battersi perché almeno i gesti rimangano tra noi. Dire gesto in politica è un po’ avventurarsi in un territorio astruso e delicato, perché il gesto prevede una decisione, una scelta, un indirizzo. È non è più il tempo. Scriviamo queste righe ancor prima di sfogliare il nuovo numero de L’Espresso, che dopo una decina di copertine dedicate a Salvini si accorge finalmente di un problema nel Pd, riassunto nel «Compagno boh» che accompagna il faccione di Zingaretti. Fa piacere il sussulto del direttore Damilano, che un nostro amatissimo collega ha definito con rara efficacia “tutto cazzeggio e parrocchietta”. Fa piacere e impressiona allo stesso tempo, perché la sinistra intellettuale oggi arriva sui fenomeni (della sinistra medesima) con ritardi paradossali: ciò è dovuto a una forma patologica di appartenenza, per cui evitare di rigirare il coltello, o, in presenza del governo dei cosiddetti barbari, si esercita ancora quella forma di superiorità morale che molti guasti ha prodotto?

L’ultima vicenda che ha coinvolto due deputati che fanno riferimento al Partito Democratico, uno, Lotti, iscritto, e l’altro, peraltro un destro come Cosimo Ferri, senza tessera, non può che essere rubricata sotto la parola scandalo. Una vergogna assoluta. Se ne vergognano molto gli elettori che abbiamo interrogato, i quali si occuperebbero molto volentieri del destino dei due, avendoli tra le mani. E a cui piacerebbe “sentire” una minima forma di rappresentazione nella persona del Segretario del partito. È solo questo che chiede un elettore che ancora ama confrontarsi con i sentimenti della politica e, per spendere una parola grossa, anche dell’etica. Sentirsi rappresentato. È chiedere troppo, è chiedere poco? In questa storia, Zingaretti crede di aver portato a casa un ottimo risultato, lo fa capire perfettamente Goffredo De Marchis nel suo pezzo per Repubblica, come al solito di rara efficacia. Spiega come il numero uno del Nazareno abbia volutamente evitato lo scontro con Lotti per un motivo innanzitutto interno: «Lotti – scrive De Marchis – è il capo della maggiore corrente di minoranza (200 membri su 1000 all’assemblea nazionale ossia il 20 per cento) e in più controlla 50 parlamentari. Una bella fetta. Rompere fragorosamente avrebbe spaccato il Pd». Questo il pensiero di Zingaretti.

Ma è anche il pensiero degli elettori perbene del Partito Democratico? Temiamo di no. Gli elettori perbene del Partito Democratico, a Lotti avrebbero volentieri assestato una pedata nel culo rispedendolo a Empoli, donde proviene. Per carità di patria, evitiamo di sottolineare il comunicato dell’altro giorno, quando Zingaretti aveva fatto sapere di “non aver offerto la sua solidarietà a Luca Lotti”. Piccolo capolavoro, che affianca orgogliosamente l’”abbiamo non vinto” di Pierluigi Bersani.
E allora, il problema sta proprio qui. Trovare un punto di congiunzione politico-sentimentale con i tuoi elettori. I quali hanno il santo diritto di sentirsi rappresentati. Che pretendono “il gesto” se ve ne sono le condizioni. Che forse pensano che, prima o poi, anche con questi benedetti renziani, che sono ancora forti dentro il partito (ma fuori?) si dovrà arrivare allo showdown. Ma come segretario Zingaretti, hai paura di Luca Lotti, uno che in tanti anni di guazza politica non ha mai (mai) espresso «un’idea, un concetto, un’idea»? (cit.)
Hai forse paura che Renzi metta in piedi la sua canea, per poi arrivare alla separazione dei beni? O non è forse vero che questi signorini si proteggono dentro un partito che ha ancora una sua riconoscibilità sociale, un marchio, una storia, e che tutto questo gli fa immensamente comodo? Prendere una via in solitario può essere una bellissima avventura, ma è piena di insidie. Sono così tanti gli italiani che aspettano a braccia aperte il partito di Matteo Renzi? Magari sì, e allora, gentile Segretario Zingaretti, perché non dare a questi italiani la possibilità di provare nuove emozioni e a lui stesso, il Renzi, di uscire dal suo vecchio corpo?

Siamo in pieno calciomercato, terra di sogni e di illusioni. Non voglia il cielo che i giornali debbano titolare tra qualche giorno: «Al Pd aspettavano Guardiola, è arrivato Zingaretti».

TAG: Nicola Zingaretti
CAT: Partiti e politici

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