Benigni testimonia l’egemonia di Renzi. Non rosicate, attrezzatevi

2 Giugno 2016

È stato interessante, oggi, seguire le reazioni diffuse suscitate dall’intervista rilasciata a Repubblica in cui Roberto Benigni, dopo aver inizialmente mostrato una forte inclinazione al “no” per il prossimo referendum costituzionale, ha spiegato che invece alla fine voterà sì. Voterà cioè a favore della riforma costituzionale. La sua decisione l’ha spiegata così:

“Sono trent’anni che sento parlare della necessità di superare il bicameralismo perfetto: niente. Di creare un Senato delle Regioni: niente. Di avere un solo voto di fiducia al governo: niente. Pasticciata? Vero. Scritta male rispetto alla lingua meravigliosa della Costituzione? Sottoscrivo. Ma questa riforma ottiene gli obiettivi di cui parliamo da decenni. Sono meglio del nulla. E io tra i due scenari del giorno dopo, preferisco quello in cui ha vinto il “sì”, con l’altro scenario si avrebbe la prova definitiva che il Paese non è riformabile”.

Il resto dell’intervista è un melange composito di benignismo spiritoso, di rigurgiti vetero anti-berlusconiani, di furbe e innocue prese di distanze dal renzismo, in modo che a nessuno venga in mente di considerarlo un intellettuale/giocoliere governista, e quindi di regime, “solo” perché sul punto più decisivo di questa fase politica sta con Renzi. Leggendo l’intervista ognuno si sarà fatto la sua idea, si sarà formato le sue impressioni proprio come – ed è infinitamente più importante – ciascuno di noi deve farsi un’opinione informata sulla nuova Costituzione, prima del voto di Ottobre.

Quel che colpisce, della giornata di oggi, è piuttosto la ricezione, la diffusione che le opposte propagande hanno destinato all’intervista (tecnicamente, assai generica) di Roberto Benigni. È evidente infatti che l’attore e regista ha una conoscenza approssimativa della nuova costituzione e probabilmente anche di quella vecchia, brandendo la quale ci aveva fracassato i cosiddetti per un decennio pieno, quando governava il Puzzone Berlusconi.  È evidente che la sua uscita è diventata prontamente un’arma nella mani della lunga campagna pro-referendum di chi questa riforma la vuole vedere approvata: sia per convinzione, sia per interesse diretto frutto di una scommessa politica, sia per il diffuso conformismo italico, che vede spesso popolo e avanguardie correre in soccorso del più forte, almeno fino a dieci muniti prima che smetta di esserlo.

Ma quel che qui interessa – proprio guardando la riforma con i miei occhi, che  in occasione del referendum costituzionale pretendono di sottrarsi a un giudizio su Renzi (doverosamente lo vorrei esprimere alle prossime elezioni politiche) – è forse di più la scomposta reazione dei tanti che hanno dato del “venduto” a Benigni, e a Renzi e ai suoi dei cinici acquirenti di intellettuali di corte. Scontata la delusione di chi davvero aveva creduto a Benigni come a un grande intellettuale anti-conformista, cosa che non credo sia più da decenni, mentre è da molti anni un uomo di spettacolo della sinistra sempre mainstream (ripetiamocelo: bravissimi tutti a stare all’opposizione quando al potere c’è Berlusconi, su), resta da mettere a fuoco un punto più importante. Più basilare. Le propagande son sempre esistite. Il potere ha sempre cercato, e trovato, persone famose e influenti, a vario titolo, che corroborassero i meccanismi di consenso. Figuriamoci se può fare eccezione quest’epoca di democrazie stana, di partecipazione sfibrata, di strutture partitiche ormai sfilacciate e di consenso polverizzato e che si organizza e riorganizza in maniera variabile, seguendo onde che ancora non conosciamo bene. Benigni, insomma, si può anche accusare di conformismo, criticare per la pochezza intellettuale, e così via. Poco però si può dire a un potere che ne incassa il plauso: perché il potere fa il potere, e non ama i condizionali e i congiuntivi.

Piuttosto, chi quel potere contesta, critica, e vuole “cambiare di verso” non può non avere confidenza coi concetti di egemonia, di rapporto con le intellighenzie e le avanguardie, e di relazione mediata con l’opinione pubblica. In altre parole, conoscendo il paese e la sua storia, chi sta alla sinistra di Renzi non può davvero sorprendersi del fatto che il paese è sempre stato conformista, e così anche i suoi “intellettuali”. È contro questo che – volendo davvero vincere, avendo sinceramente a cuore i destini del paese, e della Costituzione – ci si dovrebbe attrezzare per una battaglia politica, ora con gli strumenti della guerra in campo aperto, ora con quelli della “guerriglia”. Chi è egemone, di solito, lo è perché è più forte degli avversari. Lamentare dell’egemonia degli altri, come se fosse una colpa, è un po’ puerile, un po’ impolitico oltre che sicuramente perdente. Che poi, appunto, è il problema.

 

 

TAG: Matteo Renzi, roberto benigni
CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. luciano-di-camillo 4 anni fa

    In rapida sintesi, la CULTURA, per definizione, tra l’altro, dovrebbe sempre esser oggettiva ancorchè neutrale; in questo caso, nemmeno campanilistica.
    A riguardo, poi, delle cosiddette riforme, peraltro sempre ventilate e giammai fatte, questa realtà non deve autorizzare a cmq formularne qualche tipologia che se da un lato potrebbero risultare piuttosto razionali, su altri aspetti non lo sono affatto.
    La capacità a realizzarle deve essere, apt, razionale, totalizzante e condivisibile.
    Altrimenti, x fare un esempio (si spera calzante) è come un assessore che x caotico senso di marcia su una strada, x cmq fare, lo fa all’inverso, con quel che ne consegue.
    Luciano Di Camillo

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  2. massimiliano-zanoni 4 anni fa

    Ecco un altro giornalista che fa il proprio mestiere.
    Benigni ancor si cruccia che gl’han sfilato il suo oggetto di scherno: abberlusconi.
    Poteva chiudere nei fasti della memoria e invece ha preferito esternare.
    Sic transit gloria mundi

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