Caro Letta, meno Twitter e meno Roma. Prendi una macchina e fai il giro d’Italia

30 Marzo 2021

È tornato più consapevole, più cattivo, che in politica è spesso cosa buona, e aiuta a stare davvero sereni.
È tornato più maturo.
È tornato più politico, forse proprio perché è stato lontano dalla politica per qualche anno,.
È tutto un “più”, “più”, “più”, quando si parla del nuovo Enrico Letta, segretario del Pd, arrivato in un ruolo che non sembrava più nell’orizzonte dei suoi possibili interessi da anni, e in un momento politico che, però, non sembrava invero nemmeno concepibile per il prossimo decennio, almeno fino a qualche mese fa. Ad aiutare la segreteria di Letta, sui media, c’è sicuramente la “luna di miele” – solidissima sui media, nel paese chissà – che illumina il cammino del governo Draghi, di cui il Pd è architrave e di cui il segretario è alleato naturale dal punto di vista antropologico, prima ancora che politico.

Ma al di là delle esagerazioni, c’è sicuramente del vero, in questo senso di cambiamento che in molti analisti più o meno vicini al tavolo notano nella leadership di Enrico Letta. E tuttavia, oggi vale la pena di guardare anche alle continuità, perché forse in alcune di queste stanno le prospettive difficili del Partito Democratico e, in definitiva, del sistema politico italiano, che vede il PD sempre al suo centro, a dispetto di ogni insuccesso elettorale.

Per cominciare, parliamo dei programmi politici. Letta si è presentato dicendo “ius soli” per i bambini nati qui, “questa deve essere la legislatura in cui approvarlo”. La presa di posizione, molto netta e peraltro non conseguente con quanto fatto dal Pd al governo in tutti questi anni, ha prodotto le ovvie reazioni stizzite del compagno di governo leghista, e poco altro. Cosa resta di quella proposta? Aveva prospettive più lunghe e solide, rispetto all’affermare le differenze del partito da Salvini e dalla sua destra, con cui si discute ogni giorno in maggioranza di governo, per poi litigare pigramente sui giornali? La domanda sembra retorica, e la risposta sembra “no”, al momento.

Per proseguire, parliamo della vita simbolica e materiale del partito nel suo svolgimento  istituzionale e parlamentare. Queste giornate sono segnate dalla volontà di dare una successione femminile ai capigruppo ex renziano Graziano Delrio, alla Camera, e l’ex (?) renziano Andrea Marcucci al Senato. Com’è finita lo sappiamo tutti, con l’ex renziana Debora Serracchiani a sostituire il primo e l’ex renziana Simona Malpezzi a sostituire il secondo. In realtà, non rende giustizia a nessuna e a nessuno il ritratto di ex renziani e renziani che ne facciamo in breve, perchè la carriera di tutti e tutte, – Marianna Madia inclusa, che ha perduto la battaglia per la Camera – è una carriera di chi è stato praticamente sempre in maggioranza, dentro al partito. L’ormai duratura egemonia renziana è stata solo l’ultima fase di una catena di cooptazione iniziata prima che Renzi fosse candidato presidente alla provincia di Firenze. Che poi lui sia nato, politicamente, promettendo di spezzarla e invece sfruttandola a proprio transitorio vantaggio definisace la sua incoerenza, ma non rende migliore il passato che lo precedeva, nè il futuro che gli sta sopravvivendo.

Ha spiegato più volte la svolta sui capigruppo, Letta, ribadendo che nel Pd ha trovato un maschilismo imperante che richiedeva gesti forti. Verissimo, il maschilismo. Ma i gesti forti quali sono? Le nomine a capogruppo volute da un uomo, eletto segretario senza che una candidatura femminile si sia nemmeno palesata sulla linea dell’orizzonte? Le nomine a cariche sicuramente centrali nel quadrilatero di Roma e di giornali e giornalisti che non escono mai da lì, e del tutto irrilevanti in un paese che inizia poco lontano, senza neppure bisogno di varcare il raccordo anulare?

In onestà, la nuova leadership di Letta sembra avere coscienza del problema ma non sembra aver imboccato ancora la strada della soluzione. Perche la strada della soluzione sta lontana dalle pur meritevoli battaglie simboliche di cui abbiamo detto, e si imbocca fuori dal palazzo della politica, lontano dalle vie in cui si incontrano solo politici e giornalisti, fuori dalla voliera di Twitter in cui vellicare con complimenti ridondanti gli stessi giornalisti che, appunto, si incontrano tra Camera e Senato.

La strada della soluzione, dunque, porta lontano da quei palazzi, e a zonzo per il paese. È lo stesso Enrico Letta, un politico romanissimo per lignaggio al di là dei natali e della formazione pisana, ad averla percorsa tempo fa, assieme a Pierluigi Bersani, alla ricerca di un modello di sviluppo italiano nella piccola e media impresa che, nonostante tutto, continua a reggere il peso di un’economia manifatturiera che continua ad essere tra le più importanti del mondo. È la strada che Letta può riprendere quando vuole, anche domani, usando come appoggio la straordinaria, incorllabile, incomprensibile passione di donne e uomini del suo partito presenti in ogni angolo del paese, per farsi accompagnare a vedere fabbriche chiuse, scuole che vogliono riaprire, lavoratori che non hanno smesso di andare in azienda neanche un giorno, medici e infermieri che hanno retto la baracca, donne che combattono per vedere riconosciute davvero l’eguaglianza di genere, magari da sole con figli a carico, disoccupati che si barcamenano senza cedere alla rabbia, giovani che perdono gli anni più belli in territorio dove non è la voglia che manca, ma un lavoro qualsiasi per poterne fare uno. Un paese in cui le rabbie sorde, magari irrazionali dell’altroieri, non sono state sicuramente spazzate via dalla pandemia, ma solo sepolte in attesa di diventare, di nuovo, legna per vecchie propagande. A votare, del resto, non andrà a breve, e il segretario potrà ben prendersi del tempo per andare in giro per il paese. C’è un mondo intero da scoprire, che dal centro di Roma o di Milano si vede sempre meno. Un mondo che poi, puntualmente, si presenta ululando il giorno delle elezioni. Visto che sicuramente manca un po’ di tempo, vale la pena di sfruttarlo al meglio. Per non trovarsi, la prossima volta, la mattina dopo, a chiedersi come mai, mentre si fanno malinconicamente gli scatoloni.

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CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. alesparis69 4 mesi fa

    Fa tenerezza il titolo, di questo bell’articolo. La macchina. Bei tempi quelli in cui si girava. Oggi basterebbe solo avviare incontri meet o zoom. Forse fra qualche anno.

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