Caro Pd, il teatrino muscolare è finito. Quando cominciate a parlarvi tra voi?

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6 giugno 2018

Un mio vecchio, adorato, redattore di quasi vent’anni fa, l’altro giorno mi ha chiamato al telefono per dirmi una cosa precisa: «Michele, guarda, ti devo fare i complimenti perché sei rimasto praticamente l’unico giornalista che si occupa del Pd, gli altri, ormai completamente sfranti, hanno mollato tutti, tu no, qui siamo a livello di missione». Mi ha molto divertito, e poi ci ho anche pensato su. Ho pensato prima di tutto alla fatica giornalistica di occuparsi del Pd che è davvero improba, perché i comportamenti di questi anni hanno azzerato qualunque sentimento. Mario Calabresi, direttore di Repubblica, con molta semplicità ha confessato da Formigli: «La sera ci accorgiamo della fatica boia a impastare anche una mezza paginetta sul Partito Democratico». E parliamo di un giornale di sinistra. Scrivere del Pd non è giornalisticamente divertente, né attrattivo, in questi anni chi ha potuto, nei giornali si è occupato d’altro, non esiste neppure più un racconto interno, è un mondo che Damien Hirst potrebbe tranquillamente mettere sotto formaldeide per esporlo alla Tate. Bello così, cristallizzato in una teca. Ma tornando alle questioni personali, perché allora me ne occupo? Perché è tutto quello che mi resta.

Vi prego però di non equivocare, qui non parliamo di appartenenza. Non c’entra la passione politica, che lascio al grande popolo di sinistra, ai suoi militanti, a chi ci crede, a chi ci ha creduto, agli illusi, ai disillusi. Sarà che ho una considerazione sacra per il mestiere, ma il cuore non ha mai battuto per un partito politico, semmai, nella storia, per qualche battaglia fondamentale per i diritti civili. Ma il Pd è tutto quello che mi resta perché sono innamorato della democrazia, dello scontro politico, delle sue dinamiche, dei valori che la sinistra una volta ci raccontava bambini. Vedere un partito ridotto in questi termini, senza il minimo rispetto per sé stesso e per i suoi elettori è uno scempio, una vera indecenza, e non si capisce – o forse si capisce benissimo – come mai gli elettori medesimi non abbiano già occupato il Nazareno in segno di protesta. Occupazione stabile, fuori dai coglioni i vari Bonifazi, vada a farsi lisciare la barba da qualche hipster del quartiere. Adesso qui comandiamo noi. Sono anche stupito che lo strombazzatissimo mondo del cinema, sempre, perennemente, a sinistra, non si applichi sull’argomento, al massimo qualche esercizietto di “masturbatio grillorum” (cit.) tipo Virzì che va in sezione a dir quattro stronzate. Moretti aveva già visto tutto con molti anni di anticipo.

Il Pd è tutto quello che resta anche a voi, temo. Soprattutto se avete votato Cinquestelle credendo nella rivoluzione dal basso e adesso, come ringraziamento, avete tra le mani una zucchina. Questo elettore è davvero il più sfigato, avverte un disagio terribile, sta pensando di tornare sui suoi passi, poi butta uno sguardo alla sua vecchia casa e la trova piena di morti viventi, anzi, di vivi morenti. Adesso hanno avuto una “due giorni” per mostrare qualche muscolo come accade per ogni governo che nasce. Le dinamiche parlamentari hanno una loro immarcescibile dinamica, gli applausi, le proteste, le dichiarazioni a televisioni e giornali, il tentativo di cavare qualcosa da discorsi che appartengono semplicemente a un cerimoniale consolidato. Le cose serie seguiranno. Ma anche noi, noi cronisti, qualcosa potremmo fare. Al Senato, per tutti ha parlato Renzi, alla Renzi. Un peccato che giornalisti sensibili come Fabio Martini della Stampa o Mentana lo abbiano valutato come un discorso da leader solo perché i suoi colleghi non hanno avuto la forza di imporgli il silenzio. Ma risentitelo, di grazia. Quello non era il ritorno di un leader, era del ben pagato facile battutismo (“Il contratto è scritto con l’inchiostro simpatico e garantito da un assegno a vuoto”), capricciose rivendicazioni da bambino viziato, altro che ritorno del leader. Ci basta così poco? Ho trovato semmai particolarmente azzeccato un neologismo di Michela Cella, seria prof di economia e appassionata di politica, che per Renzi ha parlato di «Gnegneismo».

Ma Renzi a parte. Questi due giorni per farsi belli in Parlamento sono finiti, l’esercizio ginnico-oratorio è alle spalle. Gentili dirigenti del Pd, quando cominciate a parlare di voi, tra voi? Quando comincia la sessione infinita, una mega-direzione costantemente aperta, in cui si discute di come siete potuti arrivare a questo punto, quando ci fate la grazia di darvi una struttura definitiva, con un segretario certo, in grado di rinfondere un minimo di ottimismo a tutta la gente che è smarrita, un segretario che deciderà la strada da percorrere, che sceglierà le persone giuste per i vari dipartimenti, che indicherà chi deve presentarsi in televisione evitando imboscate, insomma una guida come in tutte le comunità che si rispettino? Ci sono stati tentativi di evitare magicamente il dibattito, tipo Calenda che con un colpetto di bacchetta magica, immaginando le elezioni alle porte,  voleva cambiare il nome a tutti quanti, raggruppandoli sotto il «Fronte Repubblicano». Operazione non riuscita. Calenda comunque non mollerà. Sta persino studiando di andare da solo con questo nome, facendosi il partito. Seguiremo anche le sue evoluzioni. Ma soprattutto aspettiamo voi, chiudetevi a chiave al Nazareno, non rispondete più ai telefoni, fate volare stracci, sfanculatevi generosamente, venite alle mani, mollate qualche pizza a Orfini che in fondo la merita. Poi, sanguinolenti e incerottati, uscite per strada.

 

TAG: Calenda, opposizione, partito democratico, Pd, renzi
CAT: Partiti e politici

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