Complessivamente sì, di questo Pd c’è un po’ da vergognarsi

30 Maggio 2016

Ci sono foto essenziali. Che raccontano in modo puntuale i sentimenti di un certo passaggio storico. La foto che correda il titolo è una di queste. Si vedono due facce variamente note: la più nota, a destra con la sua altrettanto significativa criniera bianca, appartiene a Denis Verdini e come notate non ha bisogno di ridere, semmai accenna un comprensivo sorriso d’intesa. L’altra faccia, molto conosciuta ai napoletani, si chiama Valeria Valente, corre per la poltrona di sindaco per conto del Pd, e ride in modo evidente, aperto, sicuro. Da quanto Matteo Renzi si è insediato a Palazzo Chigi, considerando quel momento come l’inizio di un’avventura significativa, questa è l’immagine che più di ogni altra identifica la disinvoltura renziana. Volendo rovesciare la prospettiva, lasciandone intatto il significato, si dovrebbe dire che la faccia a sinistra nella foto, la cui boria è difficilmente arginabile,  è quella di Denis Verdini, mentre la timida Valente è molto compostamente quella di destra. Ma purtroppo così non è.

L’opera di Matteo Renzi è riuscita nel miracolo di abbattere progressivamente particelle elementari di vergogna, quella sensibilità che ognuno di noi pone a una certa altezza, superata la quale scatterebbero le clausole di salvaguardia. Che comprendono decoro e dignità. E che ovviamente riguardano l’etica. Non sono mai stato convinto che questo sentimento appartenga alla sinistra per diritto divino, come la sinistra comunista peraltro certificò con editto morale. Il senso della vergogna è appannaggio di tutte le persone che lo avvertono come esigenza primaria, di vita, di comportamenti, di sviluppo sociale. Tutto ciò appartiene a chi ce l’ha, destra sinistra o vattellapesca. La significativa impresa di Renzi è stata quella di celebrare definitivamente il funerale di quella superiorità del passato – in linea ideale cosa buona e giusta – trasformandola però in diritto alla massima disinvoltura. Insomma, disinnescata una potentissima bomba, il segretario del Pd ne ha innescata un’altra eguale e contraria.

In quella foto, la candidata Valente è plastica testimonial di questo “nuovo” sentimento. Avrebbe potuto mantenere un certo understatement, visto che a buon numero di napoletani (di sinistra) l’idea di sgavazzare allegramente con Verdini non produrrà grandi entusiasmi, invece si fa missionaria di questa nuova disinvoltura del Capo. Lo fa anche in maniera patetica, persino malinconica, esibendo uno scintillio odontotecnico, laddove si sarebbe preferito una misurata bonomia. In realtà, la sottolineatura proterva di un’allenza politica di quella portata deriva esattamente dallo sconfinamento renziano nel campo della disinvoltura, dei senza vergogna, dove ogni  tirata di gomito alla Franco e Ciccio è lecita e se la sancisce il Capo nel suo ufficio centrale, i poveri decentrati debbono goderne in maniera sin troppo esibita perchè tutti capiscano il tono del nuovo corso. Ora, è anche vero che poi entrano in gioco le intelligenze singole, per cui uno come Giachetti a un giochino del genere non ci starà mai, ma insomma se dobbiamo dare uno sguardo sereno agli uomini e alle donne renziane non ci faremmo troppe illusioni per il futuro. In queste ore, qualche anima bella si sta chiedendo come mai persone note, dal vario peso culturale, dichiarino il voto per candidati non del Pd, specialmente Cinquestelle. Ma dove vivono? Basta dare un’occhiata alla foto di cui sopra per farsene abbondanti ragioni e poco importa se sia Napoli e non Roma, cambia qualcosa vedere una schifezza a pochi chilometri di distanza?

Ogni giorno, poi, ha la sua disinvoltura interna. Gli ufficialetti renziani minacciano la minoranza, l’ultimo è stato Franceschini. Prima di lui, altri. Pretendono una pace sociale a cui peraltro non hanno diritto neppure statutariamente. Quando nacque la legislatura, programmi, indirizzi, visioni, alleanze, erano sensibilmente diversi. La lotta della minoranza, che non ha equilibrio nè organizzazione, non solo è lecita, ma è addirittura doverosa. Quando i patti cambiano in corsa e in maniera così radicale, non vi può essere nessuna disciplina di partito. E chi la invoca è semplicemente un cretino. Sopportino serenamente gli ufficialetti, sino al momento di vergare le nuove liste 2018. Dalla percentuale di dissenso critico, si capirà quanto margine di sopravvivenza avrà il primo governo Renzi votato dagli italiani.

TAG: denis verdini, Matteo Renzi, partito democratico, valeria valente
CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. massimiliano-zanoni 4 anni fa

    Bisognerebbe reintrodurre l’istituto della vergogna e moltiplicare i giornalisti come Fusco

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  2. vincesko 4 anni fa

    Bell’articolo! A proposito della minoranza PD, le ultime dichiarazioni di Pier Luigi Bersani su Renzi (cfr. intervista al Fatto Quotidiano) sono state pesantissime. Constato che troppo tardi il gentiluomo Bersani ha forse capito che una congrua dose di “cattiveria” è un elemento fondamentale di un leader politico, come gli avevo “suggerito” nel 2010. Io non condivido la scelta del galantuomo Bersani di non lasciare il PD del destrorso Renzi, e di limitarsi a denunciare, stando all’interno del partito, che Renzi, essendo un destrorso, ha sposato ovviamente gli interessi dei Marchionne e degli Squinzi; ed essendo – pare – un massone, ha sposato gli interessi dell’élite finanziaria che gravita nei – e attorno ai – consessi latomistici; ed essendo un contaballe contrabbanda la misera e del tutto insufficiente flessibilità ottenuta dall’UE per un grosso e risolutivo successo; ed essendo un Edipo nato e pasciuto ha un’irrefrenabile pulsione a… rottamare chi gli si oppone; ed essendo sveglio e tosto ma di mediocre visione è incapace di erigere un piano con contenuti e respiro strategico. Anche se – va detto – egli fece errori gravi nella gestione della campagna elettorale, che gli fecero perdere – pare – il 5% dei voti nell’ultima settimana prima delle elezioni, gli elettori non bocciarono Bersani, ma egli per coerenza con se stesso rifiutò di allearsi col pregiudicato Berlusconi e così, stante il divieto statutario di M5S di allearsi con chicchessia, rinunciò alla sua legittima ambizione di diventare PdC. Che però ora gli dà almeno il diritto di dire la sua e criticare – oggettivamente, nel merito! – gli errori e le carenze delle scelte (o non scelte) di Renzi. Lo spregiudicato Renzi non ebbe alcuna remora, invece, prima a defenestrare slealmente il debole Letta e poi ad allearsi col pregiudicato predetto per diventare, mai votato da nessuno, PdC e governare grazie ai voti guadagnati dalla coalizione di Bersani: alla Camera 345 seggi su 630, e una maggioranza relativa al Senato (cfr. http://www.ilpost.it/2013/02/26/seggi-camera-senato-elezioni-2013/), facendo per giunta cose spesso opposte al programma (“Italia bene comune”) su cui il PD ha preso i voti, incluso il mio, tradendo così il rapporto di lealtà col proprio elettorato. Ad una disamina non superficiale dei provvedimenti del governo Renzi, c’è ben altro che il c.d. Jobs Act. Occorrerebbe a) quantificare la distribuzione dei pesi e dei vantaggi per le classi e i ceti di ciò che ha fatto e soprattutto di ciò che non ha fatto il governo dei due massoni Renzi-Padoan; e b) esaminare le differenze tra il programma elettorale col quale il PD (candidato Bersani) ha chiesto e ottenuto il voto e vinto – checché se ne dica – le elezioni e i provvedimenti di legge adottati dal governo Renzi. Sotto entrambi i profili, con qualche eccezione per un paio di misure iniziali di Renzi, il bilancio è impietoso, e una persona onesta come Bersani, che per coerenza rifiutò l’alleanza con il pregiudicato Berlusconi e rinunciò così alla sua legittima aspirazione a diventare PdC, ha non solo il diritto ma anche il dovere di chiederne conto allo spregiudicato, sleale e destrorso Renzi.

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