E se una crisi di governo fosse l’ultima carta giocabile per Renzi?

6 Luglio 2016

Chi è attento alle parole romane racconta che in effetti se ne starebbe parlando, tra corridoi e segrete stanze. Domani, magari, qualcosa nei retroscena si leggerà: o per raccogliere la voce e amplificarla o più probabilmente per smentirla. La voce, o il ragionamento cui qualcuno dà voce, dice così: una crisi di governo può salvare un Renzi in grande affanno. I sondaggi sulle coalizioni e le elezioni (ultimo quello pubblicato stamane dal Corriere della Sera e curato da Ipsos) danno per il Pd e per il premier segretario uno scenario di sicura sconfitta. Vero, sono sondaggi, ma sono sondaggi pesantissimi. L’aria che tira, in tutta Europa, parla una lingua che somiglia a quella dei 5 Stelle di Di Maio più che quella (peraltro confusa, e piena di conflittualità interne) del Pd ad affannosa (da un po’) trazione renziana. Altri sondaggi, quelli sul referendum costituzionale, scommessa finale troppo tardi “spersonalizzata” da Renzi stesso, recitano un’antifona analoga. Facile, molto facile, che vinca il no. Questo, almeno, appare lo scenario probabilistico più forte, ad adesso.

Nel mezzo di un ciclo politico non proprio favorevole, diciamo così, arriva uno scandalo giudiziario tutto “tengo famiglia” che colpisce direttamente un alleato fedele e vitale per Matteo Renzi: Angelino Alfano. Solita pioggia di intercettazioni, solito nodo irrisolto tra giustizia, moralità pubblica, divisione dei poteri e politica. Soliti dubbi sulla funzione della stampa e dei giornali, perché la carriera del fratello di Angelino fosse “sorprendente” (e politicamente rilevante) lo potevamo scoprire da soli, senza pm e gip di mezzo, ma evidentemente non ci applichiamo abbastanza: e la prima persona non è causale. Sta di fatto che la questione deflagra subito a livello politico. Un pezzo di Ncd, decisivo per avere la maggioranza al senato, dice subito che non si sentono abbastanza difesi, e che è ora di tornare alle origini, al Centro Destra, come dice anche il nome. Dal Pd si levano voci di difesa (ferma ma non roboante, invero) per l’operato di Alfano.

Così la voce da cui siamo partiti prende una forma. Siamo nel campo delle ipotesi. Chiamatela pure fantapolitica, serve solo per ragionare sulla situazione attuale. Se davvero Alfano fosse costretto alle dimissioni dal procedere dell’inchiesta (fondamentale il tenore del nuovo bollettino della procura che sarà diramato coi giornali di domani, al proposito) difficilmente l’attuale maggioranza terrebbe. Tutto è possibile, per carità, ma quel pezzo di micropartito che si chiama NCD, e che in qualunque sistema elettorale difficilmente troverà rappresentanza, avrà forte la tentazione di bussare altrove. Per quanto scalcagnato e debole, il vecchio centrodestra continuerà ad eleggere parlamentari, mentre quello nuovo non ne ha mai eletti. A quel punto Renzi sarà costretto alle dimissioni, perché senza maggioranza al Senato non si può ovviamente governare. Renzi va da Mattarella, e si dimette.

Prima ipotesi: Mattarella verifica, da Costituzione, la possibilità di formare un nuovo governo. Se si trovano i numeri, per Renzi sono guai: un governo di larghe intese, con i Cinque Stelle a ululare all’opposizione, e lui lontano dal parlamento (di cui non è membro). Un Parlamento, per di più, in cui la maggioranza dei suoi parlamentari non sono suoi, ma vengono dal pd di Bersani. Scenario che Renzi dovrebbe provare a scongiurare in ogni modo, e al quale potrebbe opporre solo il suo attivismo da segretario per provare a vincere un referendum costituzionale dagli esiti ancora più incerti.
Seconda ipotesi: Mattarella verifica e di maggioranze possibili non ce ne sono proprio. Meglio votare subito. Con davanti un caos non da poco, ovviamente. Il primo: l’Italicum è legge per la Camera, ma non per il Senato che nel disegno complessivo di riforme non sarebbe più elettivo. Solo che prima del referendum confermativo (anche dopo, in caso di vittoria del no) il Senato continua ad esistere. E per quello si voterebbe col vecchio sistema elettorale corretto dalle sentenze della Corte Costituzionale. Chiaramente, inevitabilmente, le due camere sarebbero molto difformi nella composizione, e chiunque vinca non potrà governare con la stessa maggioranza di qua e di là. Proprio quello che Renzi non voleva mai più. “Non per me ma per il paese”, diceva.

Vero, solo che lo scenario che si sta consolidando, nella “peggiore delle ipotesi” (per il leader del Pd, naturalmente, e per i suoi supporter) vede la possibilità che il grosso del consenso vada ai Cinque Stelle. Meglio giocarsela subito e provare una campagna elettorale da “all in” (unico schema di gioco davvero congeniale a Renzi), dove un’eventuale sconfitta renderebbe comunque meno “assoluto” il dominio del partito di Di Maio? Meglio provare ad aspettare che Virginia Raggi sbatta contro le durezze di Roma (e se poi non succede davvero?)? Sostenibile e pensabile di andare a votare all’inizio dell’autunno con un sistema istituzionale subito prima di sottoporre a riforma radicale lo stesso? Le variabili sono tante, ovviamente, e il gioco non è in nessun caso lineare.

Ma forse, dato il piano inclinato su cui si trova il suo governo e la sua leadership all’interno del partito, Renzi potrebbe almeno essere interessato a valutare l’azzardo di una partita breve, inattesa, in cui tutte le carte in tavola sono scompaginate. Non dipende solo da lui, naturalmente, e cosa davvero si muova nella testa del capo e attorno a lui è sempre meno comprensibile, almeno visto da qui. Questione di giorni e capiremo dove la cade la palla. Intanto, domani, occhio ai giornali: retroscena e intercettazioni ci diranno verso dove muovono le pedine quelli che le possono muovere. Con un occhio alla crisi del sistema bancario e l’altro, sempre più aperto, sulle scosse telluriche che attraversano, da Londra a Berlino, l’Europa intera.

TAG: angelino alfano, italicum, Matteo Renzi, riforme istituzionali
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. herzorz76 4 anni fa

    Non cade il Governo prima del referendum, semmai dopo (se vince il NO): NCD lo ha detto, del resto, subito dopo il tracollo PD alle amministrative di giugno, e il voto al Senato del 23 giugno è stato un chiaro avvertimento. Non possiamo escludere, allo stato, che quello di NCD sia un gioco alla melina: un lamentarsi per strappare condizioni migliori in vista del sostegno al SI in ottobre. Non sempre chi piange, fa saltare il tavolo: e la vicenda della minoranza PD dovrebbe ammaestrarci, no?

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