Extra PD nulla salus

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20 Ottobre 2015

L’aver ragione sulla sinistra extra-PD non consola dall’aver avuto torto su Renzi. Anzi, brucia quasi allo stesso modo e non prova nessun particolare intuito. Mentre infatti Renzi, almeno fino alla defenestrazione di Letta, era in buona sostanza un oggetto non identificato, dei tiramenti della sinistra-sinistra esiste una vastissima letteratura, basata su infinite evidenze sperimentali (oltre all’esperienza diretta di noi che vi abbiamo militato). Il povero Pippo Civati, fallita la sfida dei referendum, alla quale i potenziali alleati Landini e Vendola hanno risposto picche, fatica a trovare una direzione. Più che ai residui del movimento operaio, dai quali è di fatto molto distante, guarda alla società civile, occhieggia ai grillini o agli ex grillini, spera in un improbabile massiccio recupero degli astensionisti.

Possibile non ha però ancora trovato una sua forma, mentre il suo leader accenna a costituenti dal basso e radicaleggia tra raccolte firme e battaglie civili, dalla cannabis all’eutanasia. Il nodo fondamentale che si porrà nei prossimi mesi rimane quello dell’elezione dei sindaci di Milano, Roma, Napoli, Torino. Civati è in una fase di rigetto tale da fargli escludere in linea di principio qualunque alleanza col PD, ma su questo punto lo scontro con Vendola è inevitabile. SEL è nata espressamente per andare ad occupare lo spazio lasciato libero da Rifondazione in una coalizione di centrosinistra, esiste solo in funzione di un’alleanza con un partito di massa come il PD, e se questa alleanza si è rotta a Roma, non può rompersi anche nei governi delle grandi città italiane.

Bizzarra anche l’idea, sempre di Civati, di ricostruire «un soggetto ulivista» all’esterno del PD. Anche soltanto un Ulivo bonsai richiede necessariamente la presenza di una robusta componente cattolica, ma al momento i cattolici prodiani rimangono nel PD e la stessa Rosy Bindi sembra aver cessato le ostilità. D’altronde, se in politica niente è davvero impossibile, immaginarla a tenere comizi con Landini accanto a Oreste Scalzone è ben al di là della soglia dell’inverosimile.

Del tutto inimmaginabile, poi, è l’uscita di Bersani e dei giovani bersaniani come Speranza. A  prescindere dal fatto che il vecchio nucleo della Ditta è, per così dire, socio di maggioranza del partito (anche dal punto di vista patrimoniale, dal momento che la maggior parte dei circoli del PD rimane proprietà delle varie Fondazioni Rinascita…), non ha molto senso abbandonare un soggetto che si è contribuito a fondare. Un uomo saggio come Bersani, già comunista nella bianca Piacenza e laureato su S. Gregorio Magno, sa bene che extra PD nulla salus. Fuori dalla Casa non c’è possibilità di salvezza ed esiste anzi il rischio, una volta usciti, di non riuscire più a rientrare, perché qualcuno potrebbe, per così dire, cambiare la serratura.

Purtroppo Civati e i suoi continuano a dimostrare una grande immaturità politica e una scarsa attitudine a sopportare le durezze della vita di partito, tra le quali vi è la necessità di accettare le sconfitte ai congressi e saltare un giro, lavorando dall’interno con pazienza – e possibilmente con astuzia – per vincere al prossimo. Un filo di coerenza non guasta: Elly Schlein non aveva nemmeno in tasca la tessera del partito al momento della protesta di “occupy PD” – nata, ricordiamolo, dal rifiuto di un voto parlamentare – e occupava il circolo sotto casa in virtù del peso che,  da statuto, il semplice elettore o simpatizzante ha nella vita del Partito Democratico.

La stessa apertura del partito verso l’esterno che ha consentito alla Schlein di passare nel giro di dodici mesi da non iscritta ad europarlamentare ha permesso la scalata dei renziani. Infine – e soprattutto – ciò che i benintenzionati delusi dal PD non riescono a capire è che andarsene dal PD vuol dire lasciarlo a Renzi in via definitiva, vuol dire accelerare la deriva centrista e la costituzione del cosiddetto “partito della nazione” al quale alla fine anche gran parte del fantomatico “popolo di sinistra” aderirebbe turandosi il naso. Ma per capirlo occorrerebbe forse avere davvero il polso di quel “popolo”, occorrerebbe ammettere che le proprie cerchie non rappresentano tutta la Sinistra, né per cultura politica, né per ceto, né per mentalità.

A quelli che hanno salutato con favore l’elezione di Corbyn alla guida del Labour andrebbe ancora una volta ricordato come il buon Jez non abbia mai abbandonato il partito quando Blair spadroneggiava. In molti abbiamo provato a ricordarlo a Civati. Con scarso successo.

civatorbyn

(foto copertina: Partito Democratico Alberone Roma)

 

TAG: Matteo Renzi, maurizio landini, nichi vendola, partito democratico, pierluigi bersani, pippo civati, Possibile, sinistra pd
CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. massimo-nigi 5 anni fa

    Vorrei dire

    Il discorso dei congressi persi/vinti/si rimane e si lavora insieme.. tutto giusto e bello.

    Credo però che la deriva (dice che esagero?) PD sia iniziata qualche tempo prima dell’ultimo – importante – congresso e ci abbia portati dove siamo adesso.
    Che sia stato il PD snaturarsi, a *uscire* lentamente, in diversi modi..? e non i tanti elettori del M5S (mannaggia) che dal PD arrivano?
    Anzi, incarnano IL problema del rinnovamento della sinistra italiana che nessuno dirigente o segretario – Bersani in primis e predecessori – ha mai voluto vedere.

    Civati sì.
    Su questa idea di scissione silenziosa l’ho sempre seguito e ho apprezzato le sue analisi.
    Il suo blog su questo fa letteratura..

    Ma è pur vero che Civati – almeno per gli impazienti – non è stata la risposta.
    Potrebbe essere certo un bravo RompiSchemi, ma non so quanto possa durare.

    Va detto che c’era una pressante richiesta (la leggevo, la avvertivo, non so quanto reale) di ROMPERE quel partito e provare a dar vita a qualcosaltro. Come dire, “non potrete mica essere tutti davvero d’accordo con questo NewPD?”

    Come tu descrivi, la Ditta rimane dentro forse più per motivi patrimoniali che di lotta interna..
    Ci voleva qualcuno che non avesse secondi fini, forse un perdente già segnato, ma ci voleva.
    Civati si è mosso in modo forse disordinato ma ha provato a mettere I TEMI al centro della discussione.
    E tu stesso, mi pare, glie ne dai in qualche modo atto.

    Fuori dal PD. In questo momento bisognava farlo fuori dal PD. Per perdere, per non contare.. beh, forse andrà così. Ma qualcuno doveva dar voce a quelli che non hanno problemi di identità. O peggio, di eredità.

    Non apro il capitolo “Galassia delle Sinistre”, Landini, SEL…

    *Leggevo tempo fa una lettera di dimissioni di un dirigente PD toscano. Sosteneva che usciva per via di una specie di Grande Imbroglio che stava alla base del partito: era parte di un circolo e poi di una assemblea territoriale, e poi di una provinciale, e pure la regionale. Mai – diceva – e poi mai questi organismi, questi cervelli, questi volontari della buona politica avevano preso parte alla “tessitura” di una tela o solo un filo, che poi potesse intrecciarsi con altri e alla fine portare a un progetto condiviso dal Partito. Magari concretizzarsi – addirittura – nelle mani del Segretario Nazionale o in Parlamento.

    Niente di tutto questo. Il partito liquido, il partito del leader stava spazzando tutto.
    Non dico che non sia giusto e che non funzioni meglio così. (così si vincono le elezioni, no?!?)
    Basterebbe non darsela a bere e sbandierare un partito come la quintessenza della democrazia e della *partecipazione*.

    credo..

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    1. federico.gnech 5 anni fa

      Sul fatto che qualcosa nel partito non andasse da ben prima dell’avvento di Renzi non ci piove, prova ne sia l’esistenza di due candidati segretari di rottura come Renzi stesso e Civati – ben diversi dai candidati di corrente del congresso precedente. Quel “qualcosa”, in tutta franchezza, dipende dal fatto che il progetto stesso del PD è un progetto incompiuto. È un discorso che abbiamo ripetuto tante volte ed ora suona un po’ stantio: il famoso processo di fusione tra cattolici di sinistra e postcomunisti si è ridotto ad una fusione di portafogli elettorali, spesso individuali (oltre che ad una fusione strettamente patrimoniale ). A maggior ragione non trovo comprensibile – se non sul piano umano – la scelta di civati di rompere con qualcosa di non-finito (o non-iniziato).

      Civati ha perso perché non ha saputo parlare alla maggioranza *degli iscritti*, prima che dei potenziali elettori, proprio in quanto si è rivolto a coloro i quali non hanno né problemi di identità né di eredità, come scrivi. Che oggi sono pochi, troppo pochi per esprimere la leadership di un partito di massa. La furbizia di Renzi in questo senso è evidentissima, avendo egli sia attratto aree sociali e di pensiero tendenzialmente lontane dal centrosinistra ulivista, chiamiamolo così, sia gabbato quella parte di vecchi iscritti che lo hanno visto come strumento utile, salvo poi trovarsi nella situazione attuale…Civati non ha saputo o voluto sfruttare (in modi auspicabilmente diversi da quelli di Renzi) il cosiddetto zoccolo duro del partito, un nucleo naturalmente *inerte*.

      La domanda ora è molto semplice: che facciamo da grandi? Se si è scelto il partito di massa bisogna avere a che fare anche con quel mondo. Altrimenti si sta fuori, ma tenendo presente che con quel partito prima o poi si dovrà tornare a comunicare. Un partito di pura testimonianza è a mio avviso un nonsenso, per quello ci sono le associazioni culturali.
      Rispetto all’ultimo punto: quanto contano la base, gli iscritti, i circoli? Poco, è vero, lo sperimento ogni giorno. Il partito Democratico non è affatto “la quintessenza della democrazia”, ma rimane – finora – il meno peggio sulla piazza. Confrontalo con tutto il resto. Chi non vuole che si riduca a puro comitato elettorale ha un solo modo per farlo: iscriversi e partecipare. Provarci, insomma.

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