Fuori Mattarella dalla battaglia politica? È già troppo tardi

10 Agosto 2021

Come prevedibile, con l’arrivo di agosto – l’ultimo agosto pandemico, si spera – è iniziata la madre di tutte le battaglie: quella per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Risale infatti alla scorsa settimana l’inizio del semestre bianco, cioè del semestre in cui la Costituzione prevede che le camere non possono essere sciolte e non possono essere indette nuove elezioni. Tra sei mesi meno qualche giorno, infatti, scadrà il mandato presidenziale di Sergio Mattarella e si dovrà procedere a eleggere chi gli succederà, sempre che succedergli debba essere qualcuno che non sia lui stesso. Il presidente ha sempre lasciato intendere che non vuole una rielezione sia per ragioni istituzionali sia per ragioni personali: ma andiamo con ordine.

Da alcuni giorni, sui giornali italiani, si vedono delinearsi sia tra i politici sia tra i commentatori due schieramenti che sono – stranamente, verrebbe da dire – piuttosto chiaramente delineati. Da una parte ci sono quanti non vogliono una rielezione di Mattarella adducerndo varie ragioni, e finiscono col caldeggiare fin da subito l’unica candidatura che sarebbe in grado di mettere tutti d’accordo (o quella rispetto alla quale nessuno avrebbe la forza per chiamarsi fuori), e cioè quella di Mario Draghi. Le ragioni addotte sono varie, dicevamo: si dice che prima della discussa eccezione realizzata con Giorgio Napolitano ci si era sempre attenuti alla saggia regola implicita che sconsiglia alla più alta carica dello stato di succedere a se stessa. Si dice che Mattarella ha fatto sapere di essere non disponibile, e quindi è doveroso rispettarne coscienza e volontà. Si dice meno – ma tutti lo sanno – che non rieleggere Mattarella ed eleggere Mario Draghi provocherebbe una quasi certa fine della legislatura, in anticipo di un anno sulla naturale scadenza di marzo 2023. Sarebbe difficile infatti formare una maggioranza a sostegno di chiunque non sia Draghi. Come notava Stefano Folli su La Repubblica di oggi, del resto, qualcuno che vuole far finire la legislatura con un po’ di anticipo c’è, e non è marginale nel parlamento attuale. Il “nuovo” Movimento 5 stelle guidato da Giuseppe Conte, ad esempio, se vuole provare un ultimo disperato tentativo di rilancio ha bisogno di un lavacro elettorale abbastanza vicino, nel tempo. Di sicuro non può permettersi la quarta ammucchiata diversa in una legislatura, a sostegno di una presidenza del consiglio che, per definizione, non avrebbe la stessa caratura di Draghi. Conte sa che ci saranno da convincere molti parlamentari sicuramente non entusiasti di vedere finire un anno prima la legislatura, ma sa anche che con Draghi al colle le chance di un rilancio di sopravvivenza dell’attuale parlamento sono poche e fragili.  A questo gioco sicuramente non si sottrarrebbe Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia è l’unica forza politica che vedrebbe crescere i suoi parlamentari nonostante il taglio operato sui posti a sedere in Camera e Senato. Difficilmente potrebbe dire di no anche Matteo Salvini, che pure è meno certo di poter conservare lo stesso pesdo parlamentare attuale, e ancor meno può sperare di accrescerlo. Il campione della gara a chi chiede più forte di “restituire la parola agli italiani”, pressato da una base sempre più divisa tra la linea giorgettiana e quella del voto di opinione protestataria e populista, finirebbe con l’accodarsi di buon grado all’ipotesi di elezioni anticipate. Non a caso, lo ha già detto, per lui Draghi al Colle va benissimo.

Dall’altra parte ci sono gli scetticismi di sempre. I partiti che, quasi per definizione, sono contrari a elezioni anticipate. Quel che resta di Forza Italia, appesa anche al destino personale del fondatore. E naturalmente il Pd, e tutte i suoi alleati sicuri o potenziali. Sicuramente la sinistra, e forse anche Renzi, anche se con lui non si può mai dire mai. Logica vorrebbe che spingesse per portare la legislatura con Draghi premier fino al termine, sperando poi in un risultato che consenta di richiamarlo a Palazzo Chigi, magari con Mattarella che resta al Colle. Ma al politico di Firenze manca oggi il consenso, ma certo non la rapidità di lettura dei movimenti di palazzo, la spregiudicatezza e la fantasia. Non si può quindi escludere che, annusata l’aria, non sia invece lui a intestarsi  l’operazione politica che porterebbe Draghi al Quirinale, magari dicendo una verità (“con lui al Colle siamo tutti più tranquilli, chiunque andrà al governo”) e aggiungendo una mezza bugia (“il destino dell’Italia è l’unica cosa conta, per noi di Italia Viva”). Per intanto si segnala che appena ieri l’exx premier ha lanciato il nome di Casini. Fossimo in Pierferinando non staremmo particolarmente sereni.

In tutto questo, ovviamente, sullo sfondo e insieme in mezzo alla scena, ci sono due uomini: Sergio Mattarella e Mario Draghi. Il parere di entrambi, sul loro destino e su quello dell’Italia, è al momento non prescindibile nè aggirabile e, insieme, non del tutto intelleggibile. Mattarella ha lasciato intendere che non vuole un bis, ma potrebbe rimanere indifferente, dal punto di vista istituzionale, alle richieste esplicite della maggioranza delle forze politiche o, eventualmente, dello stesso Draghi? Lo ripetiamo: è uno scenario improbabile, dati i contro-interessi delle forze politiche sopra citate, ma non escludibile a priori. E d’altrocanto, Draghi ha una preferenza personale e istituzionale per il prossimo futuro? E se sì qual è? Mentre è quasi impensabile che qualcuno possa credibilmente sbarrargli la strada per il Quirinale, se quella strada lui volesse imboccare, nessuno può garantire un nuovo governo Draghi – che sicuramente non commetterà l’errore di Monti e non si presenterà nell’agone del voto – dopo le prossime elezioni, visto che di mezzo c’è il popolo sovrano e un sistema elettorale che difficilmente sarà cambiato, e che favorisce comunque il formarsi di coalizioni.  Un nuovo Draghi post voto potrebbe anche nascere, ma nessuno può dunque garantirlo.

Queste, grosso modo, sono le dinamiche da tenere d’occhio nel semestre bianco appena iniziato. Tra le poche certezze c’è che è davvero troppo tardi per sperare che la partita per il Quirinale resti fuori dalla battaglia politica. Se mai è stato possibile, non sono questi i tempi. Per il resto, si naviga in un mare di onde pronte alla burrasca, tutte impastate della sostanza che forma le incognite. Per intanto, chi può, si goda le vacanze e la ripresa. Quando, con calma, il parlamento riprenderà a lavorare, avremo almeno il bel ricordo di un’estate serena alle spalle.

TAG: mario draghi, sergio mattarella
CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. raffaella 1 mese fa

    Un racconto distopico.

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  2. andrea-lenzi 1 mese fa

    Casini è uomo di rara cattodemenza ipocrita, che partecipa ai family day omofobi e contro l’aborto, pur avendo famiglie e figli sparsi in giro, il tutto per avere voti e favori dal Vaticano, al quale ovviamente non vengono chieste le giuste tasse, del quale si pagano le pensioni addirittura senza le regole che valgono per noi italiani, del quale si accetta l’imposizione degli “insegnanti” di religione, profumatamente pagati 1,2 miliardi all’anno di soli stipendi. NO, la cattodemenza anche del presidente della repubblica non è accettabile

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