Il “mostro Salvini” basta per partire: non certo per arrivare lontano

4 settembre 2019

“Intanto Salvini ha perso”. “Intanto lo abbiamo rimesso all’opposizione”. “Adesso, dal governo, lo sgonfiamo”. “Ora facciamo una legge elettorale per evitare che trionfi Salvini, poi vediamo”. “Dobbiamo arrivare al 2022, ad eleggere noi il Presidente della Repubblica, noi e non Salvini”. Per essere il grande sconfitto di questa fase – messosi nel sacco da solo cercando i pieni poteri, messo in dubbio anche se silenziosamente dai suoi compagni di partito, sfottuto dagli avversari che fino a ieri irrideva lui, dal Viminale – non c’è che dire, Salvini è ancora, davvero, sulla bocca di tutti. E ciò rende bene l’idea di quanta paura e fastidio abbia distribuito, in questo anno e qualcosa di governo.

Ora si cambia, e il governo che faticosamente alla fine dell’ennesima settimana di trattative nasce, ha iniziato il suo tragicomico cammino di fronte all’ineluttabile risposta che gli attori protagonisti hanno convenuto di darsi di fronte alla stessa domanda: “Cosa succede se votiamo in autunno?”. La risposta è stata, nelle calde settimane della crisi più pazza del mondo, che Capitan Papeete avrebbe a tutti consentito di sedersi, strettini, nei banchi dell’opposizione. Poi si sono trovate ragioni più alte,m anche condivisibili e istituzionalmente e politicamente difendibili. Ma poi, non prima. Vale per l’aumento dell’Iva, che qualcuno dovrà pur scongiurare, e per la salvaguardia delle regole istituzionali per cui le elezioni non possono essere annunciate e decise unilateralmente da uno dei leader che governa da una spiaggia romagnola. Le ragioni serie sono queste, e molte altre: ma quella vera che ha spinto a cercarle, spiace, sta nella domanda da cui siamo partiti. “Cosa succede se si vota a Ottobre?”

Il problema è davvero tutto davanti, e per vederne la grandezza non serve neppure addentrarsi nell’analisi di liste dei ministri, o di improbabili programmi che, come sempre e per tutti, sono strumenti di consenso all’interno della propria base più che vere linee guida dell’azione politica. Anzi, i punti del programma servono a illuminare, semmai, altrettanti nodi da sciogliere che rischiano di diventare scorsoi, e stringersi attorno al collo dello strano neonato giallorosso. Si parla ad esempio di tagli delle tasse per il ceto piccolo e medio. A onor del vero, non c’è grande differenza dalla proposta che fu di Salvini, infelicemente chiamata “flat tax”, che di flat non aveva niente e doveva riguardare i nuclei familiari fino a 50 mila euro. Per quell’intervento servivano 12-15 miliardi, che Tria pensava di pescare riassorbendo gli 80 euro di Renzi. Bene, questa volta dove si prenderanno i soldi, che comunque dovranno essere sommati alla sterilizzazione delle clausole Iva?

Si parla di drastica accelerazione dei tempi della giustizia, promessa peraltro nuovissima e mai sentita su questi schermi. Benissimo. Come si fa? Si taglieranno un po’ di garanzie della difesa, come piace a Marco Travaglio e al Movimento 5 Stelle che ha seguito la sua linea pro-accordo? E sulle infrastrutture, ricomincerà la tarantella già ammirata nei mesi scorsi? E sulla sicurezza e sull’immigrazione, davvero sarà facile chiedere ai 5 Stelle un’inversione a U rispetto a quanto votato, a colpi di fiducia, fino all’altroieri? Non si parla invece di Nord, in un governo a forte spinta meridionale. È una buona idea, con la Lega da sola in campo a fare opposizione?

Il rischio, in realtà, è che il nascente governo, che tinge di giallorosso il cielo d’Italia per cancellare le tracce del capitano, si impantani abbastanza presto nell’immobilismo di fatto, per evitare un pietoso rosario di litigi e distinguo. Il rischio è quello di vivacchiare, evitando di formare visioni strategiche di lungo periodo, contentandosi del favore dei mercati e di quello dell’Europa, dilazionando – come si fa col vino buono, quando sta per finire – le cose “davvero importanti” per la durata del governo: taglio dei parlamentari, legge elettorale proporzionale – sempre per far fuori Salvini: attenzione, le leggi elettorali fatte con un obiettivo hanno quasi sempre favorito il pericolo che si voleva scongiurare -, una mastodontica infornata di nomine da fare alla prossima primavera, e l’obiettivo “vero”, dichiarato con trasparenza quasi brutala da Beppe Sala ieri. Cioè, l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Il semestre bianco, quello in cui le camere non possono essere sciolte, arriva a metà 2021. Si può vivacchiare per due anni? Soprattutto, è conveniente? No. Ovviamente no. E tra l’altro, più si andrà avanti nel tempo, e più il mastice della “paura di Salvini” perderà mordente e presa.

Quindi, chi ritiene di aver evitato la deriva autoritaria in salsa di Mojito e Metropo si goda ancora 5 minuti di sollievo. Poi inizi a pensare all’anno che verrà. Non sarà bellissimo, dicono gli economisti: e questa volta, a quanto pare, non lo dirà nemmeno il Presidente del Consiglio.

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CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. ferdy 1 mese fa
    Chiunque si appresti a rifare il talamo,si ritroverà sempre con la coperta corta,per cui se si copriranno i piedi non si copriranno le spalle e viceversa.Sarà perciò necessario accorciare il soggetto da coprire,e allora saranno dolori.Coraggio Italia.
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