Il Pd è quello del caso Kyenge. Meglio farsene una ragione per tempo

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6 Febbraio 2015

Il Pd non sta bene. Non sta niente bene. E questo molto al di là di Renzi. Cosa desidera, cosa pretende, un elettore dal suo partito? La sensibilità. Non più di questo, ma non meno di questo. Certamente non meno di questo. Gli chiede di essere molto attento soprattutto alle radici comuni, di rispettarne le sfumature che compongono poi un sentimento comune, gli chiede di non abbassare la guardia sulle questioni che riguardano la dignità delle persone. Il cittadino di sinistra immagina che su certe questioni l’indignazione scatti in automatico, che non ci sia bisogno di un simposio, né che una commissione parlamentare debba riunirsi in seduta plenaria per discutere se un certa espressione sia più o meno razzista. Nel caso nostro, l’insulto che il senatore Calderoli rivolse all’allora ministro Kyenge: «Quando vedo la Kyenge – disse così il vice presidente del Senato – non posso fare a meno di pensare a un orango».

Fatto sta che la questione è finita in Giunta
delle elezioni e delle immunità parlamentari, dove si sarebbe dovuto decidere della portata di quell’insulto: razzista o non razzista? Quell’istinto di conservazione parlamentare, che da moltissimi anni i cittadini hanno imparato a disprezzare, ha avuto come sempre ragione sul buon senso comune, ha piegato anche quel minimo decoro che una vicenda del genere avrebbe dovuto suscitare, ha abbattuto senza pietà quella esile soglia di decenza che dovrebbe legare le convivenze civili. Con l’eccezione del Movimento Cinque Stelle, la Giunta ha respinto l’accusa di razzismo per il senatore Calderoli e ora la questione passerà all’attenzione dell’Aula.
Per capire meglio e fino in fondo cos’è oggi il Partito Democratico è utile analizzare le parole del capogruppo in commissione, il senatore Giuseppe Luigi Salvatore Cucca, nato a Bosa (Oristano) il 30 luglio del ’57, residente a Nuoro, professione avvocato, consigliere regionale sardo (così disse l’elenco del Senato). Il quale, per giustificare la decisione del Pd in commissione ha pronunciato queste parole: «La condanna politica resta, però non ci sono le basi per l’istigazione razziale. E il magistrato non può procedere per diffamazione perché non c’è stata la querela da parte del ministro Kyenge». Cioè a dire, secondo quel gran genio del Cucca: visto che la signora Kyenge si è comportata con estrema eleganza, lasciando al suo povero destino quell’anima persa del senatore Calderoli, è giusto che anche noi non ci si accanisca. Ma il capogruppo del Pd ha superato se stesso quando ha indagato i sentieri della satira, applicandoli a questo caso: «Spesso nella satira si paragonano persone ad animali, senza che tali circostanze diano luogo a fattispecie criminose». In realtà è passata l’interpretazione dell’articolo 68 della Costituzione secondo cui quelle dichiarazioni sarebbero state espresse, da parte del vice presidente della Camera, nell’esercizio delle sue funzioni. Nell’esercizio delle sue funzioni di razzista o di senatore?

Un paio di interviste amare della signora Kyenge, la solidarietà della presidente della camera, Laura Boldrini, una indignazione palpabile nella Rete, avrebbero convinto il Pd a esaminare diversamente la questione una volta che arriverà in Aula. Un ravvedimento a scoppio ritardato che ha il sapore amaro della convenienza. Vale il comportamento preso in commissione, perché scevro da qualsiasi sollecitazione esterna e frutto dunque di un ragionamento pieno e consapevole. Questo è il Pd, oggi. Un partito che non considera razzista quella espressione, a cui non scattano immediatamente gli anticorpi come ci si aspetterebbe da una forza politica che fonda sulla sensibilità per le questioni civili grande parte della propria storia. Un partito a cui basta un’occhiata solidale per intendersi sul valore da assegnare alle parole. Che, come sappiamo, sono pietre. Un partito che conferma la separatezza cronica tra il mondo reale, che viviamo ogni giorno, con le incrostazioni del Palazzo dove ogni questione sociale, anche la più clamorosa, anche la più evidente, subisce una cristallizzazione politica al ribasso, come se i cittadini non dovessero mai disturbare il manovratore.
Non ci sono molte parole: in questa vicenda, il Partito Democratico si è comportato in maniera ignobile.

TAG: Cecile Kyenge, istigazione all'odio razziale, partito democratico, roberto calderoli
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. robertoghedini 6 anni fa

    Sottoscrivo a chiare lettere.

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