Il problema delle donne a sinistra non è iniziato ieri, ed è colpa di tutt*

13 Febbraio 2021

“Ma come, neanche una donna di sinistra al governo?”. “Ma com’è possibile, Forza Italia su tre dicasteri mette due ministre e noi neanche una?”. “È inaccettabile, pure la Lega fa meglio di noi”. Potremmo andare avanti a lungo a raccogliere le frasi lette sui social, sui giornali, sulle agenzie, da parte di donne di sinistra (e anche uomini, ma certo con minor sentimento e partecipazione) a partire dall’ora in cui, ieri sera, è stata ufficializzata la composizione del governo. Il tema è stato evidente da subito, l’abbiamo sottolineato anche noi. In un governo che affida otto ministeri su ventitre alle donne (circa il 30%), e in cui le deleghe davvero pesanti sono però solo quelle attribuite alle tecniche Luciana Lamorgese e Marta Cartabia, la sinistra italiana riesce a brillare per “sottorappresentanza”. Dei 4 ministeri che finiscono a sinistra – per comodità, diciamo Pd e Leu, escludendo dalla sinistra invece Italia Viva, ond’evitare di offendere sia chi milita nel partito di Renzi sia chi si sente di sinistra davvero – nessuno va a una donna.

Ma come, come è mai possibile, si chiedono principalmente le donne di sinistra? Proprio noi, proprio nei partiti eredi e a tutt’oggi (autoproclamati) depositari dei veri valori di uguaglianza e parità, com’è stato possibile che riusciamo a raccogliere una figura così grama? Certo, c’è anche chi prova a lanciare un ragionevole salvagente, fondato sulle notizie ufficiali. L’argomento è questo: “se, come si dice, Draghi non ha trattato con nessuno e non ha negoziato cosa dava a chi, la colpa – o almeno la responsabilità – della scelta sarebbe principalmente di Draghi, che ha scelto donne in tutte le parti politiche, e nessuna a sinistra”. Come già scritto, a questa versione vagamente agiografica della costruzione del governo io non credo, e anzi conto più di un elemento che fa propendere, invece, per una composizione costruita nel dialogo coi partiti, o comunque con pezzi rilevanti di ceto politico. Difficilmente si spiegherebbe, ad esempio, l’attentissima cesellatura di un governo che, in tutte le componenti politiche e nel pd in particolare, è molto attento a rispecchiare e rispettare gli equilibri interni ai partiti. Le correnti, come le si chiamava una volta, quando c’erano i partiti. Ma ammettiamo anche che Draghi si sia servito di qualche attento conoscitore dei partiti, uno solo a partito, per costruire un meccanismo discutibile quanto solido di spartizione delle poltrone. Una specie di consulente pescato tra i nerd del palazzo, che gli ha spiegato chi doveva mettere per non scontentare troppo i partiti.

Ecco, se anche fosse andata così, è piuttosto chiaro che Draghi, per l’obiettivo che si poneva, è stato consigliato attentamente. Diremmo, che è stato consigliato bene. Per quanto riguarda il Pd, in particolare, ha confermato due ministri uscenti che sono importanti per gli equilibri interni del partito (Franceschini) o per i dossier internazionali e gli interessi sovranazionli con cui dialogano (Guerini), e ha inserito un uomo forte della maggioranza debole di Nicola Zingaretti, cioè Andrea Orlando. E qui, diremmo, casca l’asino: perché nessun “punto di equilibrio”, nel pd, è donna. Nessuna dirigente di primo piano, evidentemente, è abbastanza di primo piano per essere indispensabile a questi equilibri. Del resto, senza andarte troppo lontano, il governo Conte 2, quello appena dimesso, aveva alla fine del suo mandato sette ministri del pd, cui possiamo aggiungere Speranza per omogeneità di calcolo rispetto al presente, e l’unica donna era Paola De Micheli. Aggiungendo Bonetti e Bellanova, comunque, la rappresentanza femminile arrivava al 30%.

Il problema, dunque, non è cominciato oggi, nè ieri, e ha radici lontane. Riguardando alle fotografie dei governi precedenti, degli anni che furono, si vede chiaramente che – a fronte di una crescita di rappresentanza femminile nelle compagini governative – si è andato però come attenuando il peso specifico di dirigenti donne nella vita dei partiti. Erano poche, un tempo, ma erano Anna Finocchiaro, Livia Turco, Rosy Bindi, su su fino a Tina Anselmi o Nilde Iotti, per scomodare anche delle gigantesse. Una teorica parità numerica nelle liste, è sembrata accompagnarsi però a un rafforzamento dei canoni maschili, e maschilisti, in cui a comandare siamo noi, a decidere siamo sempre noi, mentre a metterci la faccia sono anche loro, le donne, a patto che vadano bene a noi. È sicuramente colpa dei maschi, e di una generazione di uomini – fondamentalmente quella di chi ha tra i 40 e i 55 anni, quindi quella cui appartengo anche io – che ha dato per scontato per molto tempo ciò che scontato ancora non è, anzi – la parità – e che ha campato a lungo del pregiudizio anti-berlusconiano per cui di là erano tutte veline e olgettine, e buon per loro che non le si insultava in pubblico (quando non le si insultava, sia chiaro). Solo che poi a esprimere presenze femminili in un governo nato controvoglia sono le destre. I maschi di sinistra tendenzialmente tacciono, che hanno tanto da fare. Le donne di sinistra si lamentano: ma se ci troviamo a questo punto è anche perché, in tante, per troppi anni, hanno accettato un sistema in cui l’obbedienza era la miglior garanzia di carriera. E a comandare – chi l’avrebbe detto – era sempre un maschio.

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CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. marcogiov 6 mesi fa

    E se fosse anche colpa della splendida performance di Paola De Micheli ai Trasporti e alla Juventus?

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  2. raffaella 5 mesi fa

    Franceschini è rimasto. E direi che, per tutta la cultura italiana e per tutti i lavoratori dello spettacolo, è un vero dramma. Ma agli inutili e incapaci maschi si perdona qualsiasi cosa. Il problema è che molte donne (a destra e a sinistra) vanno a cercare il potere maschile che le “adotti”. E quelle fanno carriera. Basta guardare le perle di Boschi e Madia nel Governo Renzi.

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