Intervista a Maroni: “Il Nord ha bisogno di autonomia, non di un nuovo partito”

10 settembre 2019

Da quando ha lasciato la carica di presidente della Lombardia, nel marzo 2018, se ne è stato quieto, quasi in disparte, lontano dai riflettori pubblici. Già ministro dell’Interno nel 1994 e nel 2008-2011 e del Welfare 2001-2006, lasciata la politica istituzionale Roberto Maroni si è dedicato al lavoro di lobbista e avvocato e alle sue passioni, tra cui la musica con i Distretto 51, il gruppo varesino con cui suona ininterrottamente dagli anni Sessanta e la vela. Quando il governo gialloverde muoveva i primi passi ha spento il telefono e attraversato l’Atlantico in catamarano. Questa primavera, con i primi screzi tra 5 Stelle e Lega è approdato sull’Huffington Post con un blog che affianca alla collaborazione avviata da inizio 2018 con Il Foglio.

Dall’apertura della crisi di governo il suo blog è rimasto in silenzio. Si è seccata la penna?

Ma no, è per pigrizia. Avevo altro da fare. Volevo aspettare che il governo avesse la fiducia. Prima di fare analisi avventate bisogna capire se ottiene la fiducia. Se oggi al Senato non passa lo scoglio cambia tutto. Se invece ottiene la maggioranza allora dura almeno fino al 2021, cioè fino al semestre bianco. Se poi lì la maggioranza riesce a eleggere il presidente della Repubblica allora dura fino al termine della legislatura. Ma il giorno importante è oggi, tutto dipende da voto odierno.

Filiberto Zovico dice che si è aperto uno spazio per un partito del nord e la indica come uno dei possibili promotori. Gli altri potrebbero essere Cairo, Renzi o Zaia.

Distinguiamo. C’è uno spazio di sostegno e consenso che viene dal nord per rappresentare le istanze dei ceti produttivi? C’è una questione settentrionale viva e vegeta? La risposta è si. Per soddisfare queste esigenze serve un nuovo partito? Non lo so, non ne sono sicuro. Primo, perché c’è già stato e si chiamava Lega Nord. E non c’è più. Secondo, perché la politica ci sta facendo vedere in queste settimane quanto tutto può cambiare in 24 ore. Può anche darsi, io almeno me lo auguro, che Salvini riprenda in mano la questione settentrionale articolando la Lega come era nata originariamente come forza politica di rappresentanza delle istanze del nord. Al momento mi pare difficile mettere mano a un nuovo partito. In ogni caso non saranno Renzi o Cairo a farlo, non vedo come. Il primo se farà qualcosa sarà di stampo centrista e nazionale. Il secondo ha sempre detto che non intende fare politica e, nel caso cambiasse idea, anche per lui si tratterebbe di un nuovo partito italiano, non certo del nord.

Facciamo finta che lo voglia fondare lei. Ha già in testa un nome?

Per me rimane Lega Nord. Però, ripeto, non ci sono le condizioni per un nuovo soggetto politico. Può anche darsi che nasca, non lo so, è complicato dirlo oggi. Certo è che bisogna che qualcuno interpreti queste istanze dei ceti e delle regioni produttive, ma lo possono fare anche alcuni dei partiti esistenti. Il problema è che devono trasformarsi perché è chiaro che un partito nazionale non è attrezzato per fare quel lavoro richiesto. Per me il modello rimane quello del partito federale, come era la Lega Nord, una confederazione di partiti in cui ciascuno aveva la propria autonomia.

Tra i leader potrebbe esserci anche Zaia, che alcuni danno in cerca di una scusa per abbandonare Salvini?

Zaia sta giocando una partita importante su autonomia. Lo sostengo e l’ho sempre sostenuto, perché per Veneto e Lombardia, ma anche per Emilia Romagna, Piemonte e Liguria può essere davvero una svolta importante. Che Zaia voglia uscire dalla Lega mi sembra molto improbabile. Lo considererei un errore, le battaglie si fanno dall’interno, non andandosene. Del resto è un leghista doc e farà la sua battaglia sull’autonomia. Questo governo ha risvegliato una spinta forte sull’autonomia e mi auguro che nell’agenda politica riprendano i temi che interessano a noi.

È vero come dice Dario Di Vico sul Corriere della Sera che l’autonomia, cioè i maggiori poteri alle Regioni, incide zero sul futuro economico del nord che invece si basa sugli scambi nel mercato unico europeo, sulle catene di valore tedesche e sull’euro?

Si possono avere mille opinioni, ma sono tutte da dimostrare. Io resto convinto che se l’autonomia fosse quella siglata da me, Bonaccini e Zaia il 18 febbraio 2018 darebbe grandi vantaggi alle regioni. Vede, la questione non sono le materie, ma i criteri per finanziarle. Nel nostro schema le Regioni hanno una compartecipazione al gettito dei tributi erariali versati nel loro territorio. Perché è importante? Non vuol dire solo più soldi, ma che ogni Regione è motivata a modificare la spesa pubblica da corrente a investimento. Invece di finanziare spesa pubblica improduttiva sostengo progetti e infrastrutture. Il che significa farlo diventare una leva, attrarre investimenti e aumentare gettito con un impatto forte sulla crescita e sullo sviluppo dei territori. Quelli erano i nostri criteri, poi purtroppo spariti nelle bozze di intesa redatte dal governo gialloverde e si è tornati a ipotizzare la spesa storica come parametro.

Tra partiti autonomisti e progetti indipendentisti o federalisti ci sono stati tanti esperimenti in passato, soprattutto in Lombardia e Veneto. Non ne è riuscito uno. Che successo può avere una formazione politica che magari dialoghi con l’Europa e trascuri il Mezzogiorno italiano?

Una prospettiva del genere piace a qualcuno, ma la vedo complicata. Perché la situazione è molto cambiata non solo negli ultimi 5 anni, persino negli ultimi 5 mesi. Quello che valeva tempo fa ora non vale più. Non sono più i tempi di Miglio e delle tre Italie. Se, come sembra, l’Unione europea farà sue le competenze sulle migrazioni, ai singoli paesi rimarrà poco. Vedo allora un confronto e non una contrapposizione. Pe i territori, per le regioni, il partner e l’interlocutore principale sarà sempre più Bruxelles, non Roma. Su agricoltura, innovazione industriale e molte altre questioni le politiche sono europee, i fondi anche. E poi l’Europa riconosce e promuove lo sviluppo delle regioni. Lo sa che l’Unione europea ha approvato Eusalp, una macroarea composta dalle 48 regioni dei sette stati  confinanti con le Alpi? Questa euroregione delle alpi è uno strumento molto potente perché può sviluppare progetti europei in tema di protezione del territorio, sostegno alle imprese e creazione di infrastrutture materiali e immateriali. In tal senso la rappresentanza politica del nord va vista, anche all’interno dei partiti esistenti, non come contrapposizione, ma come confronto. E sarà sempre più un confronto Nord-Nord, cioè tra il settentrione italiano e il nord Europa, non certo tra Settentrione  Mezzogiorno. A maggior ragione secondo me sarà così con il nuovo commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, che conosce molto bene sia le esigenze italiane sia i meccanismi europei.

Il sovranismo alla Salvini è un esperimento interessante per la creazione del consenso, ma forse rischia di tagliare il ramo su cui siamo seduti, l’Europa da cui dipendono le sorti dell’economia e dell’occupazione, in definitiva del benessere del Paese.

Si, ma le ultime vicende cambiano tutto. Il vecchio centrodestra non esiste più e ci sono nuovi punti di riferimento che si avvertono in contraddizione con la Lega. Stiamo assistendo a una rapidissima evoluzione del quadro politico che impedisce di prevedere cosa succederà. “Grande la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente” diceva Mao Zedong. Intendo dire che i cambiamenti possono comportare grandi opportunità.

Dopo gli scandali del cerchio magico bossiano, fu lei a salvare la Lega Nord dall’estinzione. Lo strumento fu Salvini segretario, diventato poi un frutto credo molto diverso da come se lo era rappresentato. Dica la verità, è pentito di quella scelta?

No, perché? Ha portato la Lega al 33-34 per cento. Meglio una lega al 7-8 per cento o una Lega nazionale al 33? Io che sono un governativo, cioè per le riforme fatte dall’interno delle istituzioni dico che se segui questa strada più hai consenso, maggiore sarà la tua forza. Certo, fossi stato Salvini, avrei fatto una scelta diversa, rimanendo al governo e rafforzandomi. Però no, non ho nessun pentimento. Anzi, sono orgoglioso, perché siamo riusciti a salvare la Lega e a fare il passaggio generazionale, cosa invece non riuscita a Forza Italia che infatti si sta malinconicamente spegnendo.

L’anno scorso ha attraversato l’Atlantico in catamarano e ci ha messo 22 giorni. Una passeggiata a confronto della ricerca di rappresentanza delle regioni produttive che sembra la classica traversata del deserto.

Si infatti, è così. Però l’utilità c’è, vediamo se si riuscirà a trovare un equilibrio. Come dicevo prima, il nord dovrà essere promotore, ma non da solo. Mi attendo qualche sorpresa positiva dal nuovo ministro per gli Affari Regionali, Francesco Boccia. Si sentirà costretto a dare risposte sull’autonomia per non passare come quello che rappresenta il vecchio sistema. Fino a prova contraria lascio aperta la speranza e il credito. Magari fra uno o due mesi cambia tutto. In ogni caso sarebbe meglio investire nella Lega e riportare i temi e la parola Nord nel dibattito interno piuttosto che uscire fuori e strappare. Poi, se c’è qualcuno che se la sente di fare il partito del nord, vedremo.

TAG: lega, maroni, nord, partiti, politica
CAT: Partiti e politici

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