La nostra passione politica è morta e non c’è speranza che torni

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5 Maggio 2015

Sentirsi parte di qualcosa è la radice che può accendere una passione, qualsiasi passione. Anche una passione politica. Anzi, nel caso della politica sentirsi parte di qualcosa, di un progetto, di un’idea, di sguardi anche un po’ visionari, è avere la coscienza più leggera nel giorno del voto, è attribuirsi un’utilità sociale, essere un cittadino che sente di poter contribuire a una crescita. Quando invece il cittadino si sente inutile non è detto che sia privo di passione, è più probabile, semmai, che nessuno sia riuscito ad accenderle. Quest’ultimo cittadino siamo noi, siamo sicuramente in tanti oggi a non avere (più) passione, magari a cercarla disperatamente, ma senza successo. Questo senso di frustrazione porta a una pericolosa atarassia, che spalmata su un tempo lungo tende a sottrarci tutte le energie positive, fino a non vedere più le emozioni laddove magari ci sono davvero. Da qui all’antipolitica, al sempiterno sfascio delle istituzioni, il passo è abbastanza breve.

Ragionando su questi ultimi vent’anni, noi “passionisti” siamo stati stritolati in una tenaglia inesorabile. Da una parte abbiamo avuto una sinistra che, perpetuando la liturgia comunista, si è considerata migliore – moralmente migliore – di chiunque altro. La ben nota primazia etica, rovesciata sulla società con sapiente uso di cultura, quindi ancora più terribile. Il considerarsi moralmente superiori, se già non fosse una pretesa inaccettabile in sé, lo divenne in misura paradossalmente infinita nel momento in cui la sinistra s’imbattè nel peggio della morale possibile, l’incarnazione del Male, l’uomo che avrebbe simboleggiato tutte le nefandezze del pianeta. Fu una splendida copertura politica per rinchiudersi ulteriormente nel bozzolo del moralismo e da lì non uscirne più, sino a quando (forse) un Tribunale di questa Repubblica ne sancì definitivamente l’amoralità penale. Dedicarsi anima e corpo a Berlusconi, non come avversario politico, ma come nemico da abbattere, ha costituito per il medesimo Berlusconi uno straordinario lasciapassare per l’immortalità politica e per la sinistra la rinuncia consapevole a raccontare ai cittadini la sua idea di Paese. Se c’è stata una domanda, solenne e reiterata da più parti, da più ambienti sociali della sinistra, è stata esattamente questa: ma che Paese immagina il Partito Democratico?

Per ritrovare passione, spesso i cittadini hanno cercato fuori dal circuito ufficiale della politica. Si spiegano così i movimenti, i girotondi degli anni passati, si spiegano così quegli “scarti” anche un po’ arrabbiati sul percorso tracciato esattamente dalla politica. Rifiuti, appunto, appassionati, che hanno portato a esiti clamorosi, come per esempio l’avventura arancione di Pisapia, in netto contrasto iniziale con il Pd, e molte altre occasioni in cui il candidato indicato dal partito è stato regolarmente abbattuto dalle personalissime passioni dei cittadini che portavano in direzione di persone più vere, meno paludate, senza il cappello del funzionariato. Sono stati, e saranno ancora, piccoli territori di ossigenazione, in cui esprimere liberamente ogni impulso vitale. Ma piccoli territori, appunto, molto circoscritti, riserve indiane del pensiero, nulla a che vedere con la politica nazionale.

Dall’altra parte, opposta alla supremazia morale della sinistra, questi vent’anni hanno proposto la visione altrettanto oscena della destra con il suo Pensiero Unico berlusconiano. A ognuno di noi è toccato in sorte un berlusconiano (personalmente ne ho frequentati a centinaia per lavoro), un parente stretto, un amico, un collega di lavoro. Se ci pensate bene, in tutto questo lungo tempo il termine “berlusconiano” ha sopraffatto la parola “destra”, sostituendosi ad essa nel posizionamento politico. I berlusconiani sono stati un vero e proprio esercito, di una fedeltà al Capo mai vista prima, e hanno riprodotto su scala larghissima lo schema Fininvest, dove i dirigenti del gruppo non hanno mai (mai) tradito il padrone dell’azienda né dubitato di lui, anche quando sono finiti, loro malgrado, ai ceppi. Il termine partito-azienda, di cui qualcuno forse ha sottovalutato la portata, ha avuto negli anni solenne rappresentazione. Il movimento berlusconiano non ha mai avuto la minima evoluzione, neppure nelle sue forme culturalmente più evolute. Anche il povero Giuliano Ferrara, in fondo, se n’è andato in pensione senza che di lui in questi vent’anni anche agguerriti sia rimasta traccia.

L’oscenità di questo pensiero unico berlusconiano, contrapposto alla supremazia morale della sinistra, ha prodotto il risultato di denudarci completamente d’ogni passione politica, chiamandoci a una fatica davvero ragguardevole per intercettare sacche di decoro, momenti di trascurabile felicità, piccole identità con cui passare almeno una notte serena. In sostanza, non ci è rimasto niente tra le mani. E dopo tanti anni, è una condizione di profonda amarezza.

Di fronte a noi, oggi abbiamo una nuova scena politica rappresentata da Matteo Renzi. Il quale, in qualche modo, ha già fatto un piccola rivoluzione, favorito anche dagli eventi e dai tribunali. Sta di fatto che la famosa supremazia morale della sinistra rimane là, molto sullo sfondo, sulle giacche impolverate di D’Alema e degli altri vecchi della ditta. Sulla questione morale, sul moralismo, sulle sfumature etiche che stanno intorno alla politica, il premier non ama tanto destreggiarsi. Sa che è un terreno particolarmente spinoso e del resto certi suoi comportamenti piuttosto disinvolti porterebbero a pensare che non è il suo stagno preferito. Sul campo avverso, poi, i berlusconiani praticamente non esistono più. Dovremmo ampiamente rallegrarcene, visto che culturalmente hanno prodotto zero carbonella, ma lascia vagamente interdetti una parziale sovrapposizione tra il pensiero berlusconiano e quello renziano.

A complicare le cose, a sottrarci eventuale passione in Renzi, non è solo la rappresentazione ch’egli dà di se stesso (De Bortoli lo ha definito un maleducato di talento), ma soprattutto quella che danno di lui gli organi di informazione (giornali, televisioni, ecc.), ai quali non sembra vero di allinearsi al più forte, e questa in fondo non sarebbe una novità, ma anche di offrirsi come straordinaria arma di distrazione di massa, producendo tonnellate e tonnellate di pagine su argomenti che preludono al nulla, ad esempio l’infinito scazzo tra il medesimo Renzi e la sua minoranza et similia. Questa è melassa di regime, cui certo non metterà fine il presidente del Consiglio.

Cosa ci resta dunque per appassionarci alla politica?

TAG: Giuliano Ferrara, Matteo Renzi, silvio berlusconi
CAT: Partiti e politici

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