La voglia giallo-verde di andare allo scontro con il rating, lo spread, il mondo

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2 Settembre 2018

È sempre Settembre il più crudele dei mesi, per i governi italiani. Perché è a Settembre che le promesse, le attese, le rassicurazioni fornite e ricevute si confrontano coi numeri dell’anno che finisce e di quello che verrà. Così, purtroppo, le stime di crescita del Pil vengono – spesso, e anche quest’anno – riviste a ribasso mentre quelle del debito – spesso, e anche quest’anno – sembrano destinate a mettersi davanti un segno più che è tutto fuorché rassicurante.

È del resto questo il destino necessario di un paese che è vaso di coccio del sud Europa tra vasi di ferro dell’Europa del Nord: sia per ragioni di peso politico sia per motivazioni, connesse ma non sovrapponibili, di salute finanziaria, economica e produttiva di un tessuto nazionale logorato dagli anni e dalla crisi e che, nella migliore delle ipotesi, è stato curato con l’ambizione di avere “un po’ di respiro” nel breve periodo, e non con quella, risolutiva, di ricominciare a respirare bene in maniera stabile e duratura.

Parliamo di un paese con debito pubblico molto elevato rispetto agli standard di altri paesi europei, con una base produttiva troppo piccola e un’evasione troppo grande: i due fattori, insieme, producono una tassazione asfissiante, sia per quanto riguarda il lavoro sia per quanto riguarda l’impresa. Sono, questi, i problemi ultradecennali che il paese si porta dietro sono ancora e sempre tutti lì, e sarebbero tali anche se non fossero resi più evidenti dai vincoli europei, dalla moneta unica e dal pareggio di bilancio inserito in costituzione come obbligo, senza alcun vero dibattito pubblico, sull’onda della crisi finanziaria e politica che portò, a fine 2011, alla nascita del governo Monti.

A chi c’era e ha visto quella stagione da vicino, in effetti, tornare a quell’autunno può sembrare naturale, anche per misurare somiglianze e differenze e cercare di imparare qualcosa da questa benedetta storia, che da sempre ci si insegna essere maestra. Fu infatti in quel settembre di sette anni fa che esplose definitivamente la tempesta finanziaria, accompagnata da vari declassamenti da parte della agenzie di rating – veri e propri “tagli” del giudizio, non semplice peggioramento delle prospettive, come quello sancito da Fitch alla fine della scorsa settimana – che portò poche settimane dopo lo spread addirittura sopra quota 500, e Silvio Berlusconi definitivamente fuori da Palazzo Chigi.

Se è vero, come dicevamo, che alcuni fattori strutturali della nostra economia sono simili ad allora, è anche vero che non tutto è uguale. Alcune dolorose riforme realizzate dal governo Monti, allora, continuano a garantire i loro frutti di minor spesa: ad esempio la legge Fornero, sulle pensioni, i cui limiti di equità sono riconosciuti da più parti, e in qualche modo perfino dalla stessa ministra che allora la firmò, ma nessuno fino ad ora ha voluto mettervi mano, proprio perché costituisce una sorta di assicurazione sul galleggiamento dei nostri conti.

Ma ad essere diverso, soprattutto, è il contesto politico e sociale. Quella crisi finanziaria arrivava alla fine di un lungo ciclo politico, quello di Silvio Berlusconi, la cui maggioranza, pur uscita trionfante dalle urne del 2008, aveva iniziato a sfaldarsi già all’inizio del 2010 con la plateale defezione del presidente della Camera Gianfranco Fini (significativa a livello parlamentare e mediatico, molto meno dal punto di vista del consenso sociale). A fine 2010 un voto di fiducia era stato superato per il rotto della cuffia da Berlusconi stesso, ormai nel pieno del Rubygate e accerchiato dagli scandali. La tempesta finanziaria, la nomina di Mario Monti a Senatore a vita da parte di Giorgio Napolitano, accelerano e sanciscono una crisi di rapporto con il paese del quale, per decenni, Berlusconi era stato il campione assoluto e incontrastato. Inoltre, c’era un aspetto centrale e trascurato nel dibattito odierno: Silvio Berlusconi aveva enormi interessi diretti nella tenuta dell’economia italiana, e anche per questo dovette accettare di farsi da parte.

Oggi la storia appare diversa. La crisi finanziaria, che ovviamente speriamo non esploda, cadrebbe addosso a esecutivo molto popolare, ancora in piena luna di miele con l’elettorato e che ha nel rapporto di contrapposizione con vincoli esterni, strutture della finanza internazionale ed Europa il suo collante forse più solido e profondo. Ovviamente, conta molto la mistificazione continua sugli effettivi problemi che il nostro paese ha, e che non dipendono da Europa e vincoli vari, ma una parte di responsabilità non marginale ce l’avevano (e ce l’hanno) proprio quell’Europa che negli ultimi anni, invece di lavorare sulla capacità di essere più comprensibile e prossima, continua a sembrare vicina solo agli interessi di qualche grande gruppo di interesse che sicuramente non parla italiano.

In questo contesto, sembra concreto il rischio dell’isolamento per il ministro dell’economia Tria, quello degli esteri Moavero Milanesi, e perfino per il tanto temuto Paolo Savona, cioè per gli uomini che per competenze ed esperienza predicano la necessità di essere prudenti oggi, per poter davvero andare a negoziare con più forza già domani un’altra Europa, di cui solo i ciechi possono negare il bisogno. Il rischio, in sostanza, è che le anime politiche della coalizione, più o meno coordinatamente, più o meno condividendo le prossime tappe, decidano di tirare dritto rischiando anche di perdere potere e poltrone, forzando la mano sui numeri fino all’ipotesi, estrema, di vedere arrivare le dimissioni di Giovanni Tria. A quel punto, in assenza di condizioni di logoramento del parlamento che permisero un cambio di maggioranza nel 2011, si passerebbe per le forche caudine di una crisi politica per andare dritto verso nuove elezioni, alzando ulteriormente la posta delle promesse e chiedendo piena legittimazione per realizzarle, costino quel che costino, in un quadro di crescente fiducia nei confronti di un governo “illegittimamente scacciato dai poteri della finanza internazionale”.

Non esattamente un quadro rassicurante, che avrebbe bisogno del senso pratico e della prontezza di un’opposizione parlamentare radicata nel paese e con le idee chiare. Invece, si può solo sperare che siano gli elementi più saggi della maggioranza, assieme ovviamente al Presidente della Repubblica, a evitare un precipitare degli eventi dagli esiti imprevedibili e dalle prospettive non rassicuranti.

TAG: bce, def, manovra
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. evoque 2 anni fa

    Ok, ma un atto di forza da parte dei due bulletti (e sappiamo quanto i bulletti poi siano in realtà dei codardi) che conseguenze avrebbe per il Paese? Magari per loro potrebbe rappresentare un’occasione per far crescere il consenso temporaneo (tout passe tout lasse tout casse et tout se… remplace…), ma per noi? Quanto alla prudenza di uno come Savona, beh, ho letto sul Corsera in un articolo di Alesina e Giavazzi che il soggetto in questione ha sentenziato, più o meno: se dovesse esserci una crisi del debito sovrano, ci rivolgeremmo a Putin. Ma meno male che c’è Mattarella.

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