Le molte ragioni del flop di Liberi e Uguali

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7 Marzo 2018

Nella sinistra siamo consumati specialisti nell’analisi delle sconfitte. Ed anch’io non voglio esimermi da un ragionamento a mente fredda sul naufragio dell’ultima zattera sulla quale siamo saliti, quella di LeU.
Tre sono le principali cause, in ordine di rilevanza, del fiasco del rassemblement formato da Mdp-SI-Possibile.
La prima e principale causa è il Rosatellum, una legge elettorale concepita per sabotare il M5S e LeU. Il sabotaggio è fallito con i pentastellati (anzi, l’ordigno è scoppiato in faccia al Pd), ma ha funzionato alla perfezione per segare le gambe alla lista di Liberi e Uguali. Infatti il sistema elettorale, con l’invenzione delle finte coalizioni aggregate attorno ai candidati nei collegi uninominali e con il divieto di voto disgiunto, non si limita a sottrarre a priori 1/3 della rappresentanza a chi non è competitivo nei collegi ma consente di suggestionare l’elettorato coinvolgendolo in una sfida di tipo maggioritario nonostante il carattere eminentemente proporzionale della contesa. In tal modo, ogni voto dato a soggetti esterni alle tre principali aggregazioni elettorali è apparso come un voto inutile.

Questo ha indotto circa la metà del già ridotto elettorato potenziale di LeU ad abbandonare la lista che avrebbe altrimenti scelto, ripiegando su due tipi di voto utile: o il voto alla coalizione del Pd per fare argine contro i barbari alle porte (prevalentemente al nord), o il voto al M5S per dare una lezione al Pd e al tempo stesso battere le destre (prevalentemente al centro-sud). In definitiva, con questa legge truffa un Pd dall’esangue vocazione maggioritaria è riuscito a perpetuare quel tanto di “nulla salus extra ecclesiam” che bastava per soffocare in culla qualunque alternativa alla sua sinistra.
La seconda causa è costituita dal fatto che lo spazio politico-sociale che LeU si proponeva di occupare era già presidiato in forze da altri protagonisti, a modo loro più credibili agli occhi di larga parte dell’elettorato potenziale. Il ceto medio alle prese con lo scivolamento verso uno status deteriore, i lavoratori dipendenti ed autonomi deprivati di potere contrattuale e sicurezze, le periferie abbandonate, gli sconfitti della globalizzazione lasciati soli da uno stato sociale in ritirata … tutti costoro erano i destinatari naturali del messaggio di una forza di sinistra antiliberista, schierata per la giustizia sociale, contro lo sfruttamento e la precarizzazione, per uno Stato che si riappropri delle funzioni di protezione delle persone, di regolazione e di intervento nell’economia. Però la rappresentanza di quegli stessi gruppi sociali era già stata in larghissima misura conquistata in parte dal M5S, col suo messaggio di protesta anticasta e con proposte antiliberiste di taglio prevalentemente assistenzialistico, e in parte dalla Lega, con il suo investimento sulla paura dell’immigrazione e con l’impegno contro misure di macelleria sociale (Fornero) e contro il mercatismo della UE. Fare breccia in un elettorato già fidelizzato da questi partiti della rabbia e della paura, consolidati e molto riconoscibili, era obiettivamente arduo per una formazione nuova, di dubbia efficacia perché piccola e di dubbia credibilità a causa dei trascorsi “liberaloidi” ed austeritari di alcune sue componenti.

La terza causa è quella sulla quale più si sono soffermati i mezzi di (dis)informazione ed attiene ai limiti intrinseci della genesi e della conduzione dell’operazione politica Liberi e Uguali. Essa è l’ultima in ordine di importanza non perché quei limiti non siano macroscopici, ma perché riguardano fattori che catturano l’attenzione degli addetti ai lavori e dei “malati di politica”, ma vengono molto dopo le altre due cause nell’influenzare le scelte dell’elettore medio e “sano”. Nell’analisi della catena di errori si potrebbe partire da lontano, dalla sconsiderata cancellazione dei partiti che avevano plasmato la Repubblica, alla stagione dell’Ulivo con il cedimento culturale (privatizzazioni, deregulation, idolatria del mercato) e con l’antiberlusconismo come identità surrogata, alla nascita del Pd con la definitiva capitolazione ideologica, l’assunzione del ruolo di garante dell’establishment, la contendibilità del partito da parte di spregiudicati homines novi. Ma il discorso sarebbe troppo lungo.
Limitandoci ai fatti più recenti, il catalogo degli errori è comunque molto assortito. C’è il travaglio senza fine della minoranza Pd, che prima ha perso tutti i treni possibili per uscire “a furor di popolo” dal partito (jobs act, buona scuola, grande riforma, Italicum, voto del 4 dicembre …) e poi una volta uscita ha perduto ancora mesi preziosi inseguendo gli arabeschi del Forrest Gump – Pisapia. C’è la dissennata smobilitazione dei comitati del No dopo la vittoria nel referendum. C’è la sconclusionata vicenda del Brancaccio che ha lasciato nella frustrazione migliaia di militanti.

C’è l’allestimento di un cartello elettorale last minute, fuori tempo massimo per un processo partecipato e dunque consegnato agli accordi spartitori di vertice. C’è l’inutile cedimento al leaderismo col nome di Grasso nel simbolo, per poi ritrovarsi con un capo politico inadeguato e negato per la comunicazione televisiva (che era cruciale per una lista sconosciuta). C’è poi la mancata proclamazione di quel parallelo processo costituente del nuovo partito che avrebbe indicato una prospettiva più ampia di quella di sfangare un altro appuntamento elettorale. C’è l’incapacità di lanciare efficaci proposte programmatiche, con l’unica eccezione di quella sulle tasse universitarie, che peraltro ha suscitato vaste perplessità. C’è infine l’ingenuità di alimentare sospetti di ambiguità politica proprio negli ultimi giorni della campagna.
In queste condizioni, se vogliamo essere obiettivi, i traguardi raggiunti – un milione di voti, 3,4 %, una sia pur minima presenza parlamentare della sinistra nella nuova legislatura – hanno quasi del miracoloso. La delusione tuttavia è altissima e pochi oggi scommetterebbero un euro sul futuro di LeU.
Eppure io penso che, dopo tante dissipazioni e troppi “rompete le righe”, questa volta abbiamo il dovere di andare avanti. Abbiamo una responsabilità storica verso questo esercito demoralizzato ma non vinto, verso questo popolo della sinistra – migliaia di persone presenti sui territori – che ancora una volta ha risposto all’appello ed ha resistito in un’altra impari lotta. Partendo da questa base e dai piccoli gruppi parlamentari di LeU, dobbiamo creare con umiltà e con tenacia il partito che non c’è. Un partito permanente, che chiuda la stagione degli espedienti last minute, che si faccia trovare ancora in campo la volta dopo, e quella dopo ancora.​Se non faremo questo, se l’esperimento di LeU si concluderà con l’ennesimo “tutti a casa”, quel piccolo grande popolo non risponderà ad altre chiamate alle armi. Resterà a casa definitivamente.

TAG: Liberi e uguali
CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. vincesko 3 anni fa

    Articolo condivisibile, eccetto la fesseria sulla riforma delle pensioni Fornero, che alimenta una vulgata che ha fatto quasi 60 milioni di vittime (oltre all’estero), per colpa del potentissimo apparato (dis)informativo berlusconiano e del cdx, oltre che della stessa millantatrice Fornero, che vuole passare come salvatrice dell’Italia dal default. Come ho già più volte osservato, la riforma Fornero (L. 214/2011, art. 24) è molto meno severa della riforma SACCONI, (L.122/2010, art. 12 + L.111/2011 e L. 148/2011), votata dal centrodestra, che ha introdotto l’adeguamento automatico (fin dal 2009, con la L.102/2009, art.22ter, comma 2, poi modificato sostanzialmente dalla L. 122/2010, art. 12, comma 12bis), che ha già portato l’età di pensionamento di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi e la porterà a 67 anni nel 2019 e poi via via a 70 e oltre, e l’età di pensionamento anticipato a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne, e nel 2019, rispettivamente, a 43 anni e 3 mesi (e solo 1 anno è dovuto a Fornero) e a 42 anni e 3 mesi (zero dovuto a Fornero). Anche il metodo contributivo non lo ha introdotto Fornero, ma Dini nel lontano 1995; la Fornero lo ha solo esteso, pro rata dall’1.1.2012, a coloro che ne erano esclusi (contributi > 18 anni, quindi tutti relativamente anziani, che ora sono già tutti in pensione). Per maggiori dettagli, v. http://vincesko.blogspot.it.

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  2. stefano-moxa 3 anni fa

    Non condivido quest’analisi. Si eccede nel voler trovare ragioni razionali ma la stragrande maggioranza dell’elettorato non vota utilizzando la ratio. Io ho sentito di persone che han votato Salvini “perché ha giurato sul vangelo quindi è onesto”.Altri che han votato 5stelle perché sono dei bravi ragazzi che si tagliano lo stipendio. L’elettorato è così, superficiale, attento in primo luogo all’immagine. E che immagine ha dato LeU? Un partito di vecchi rancorosi che ce l’hanno con Renzi. Punto. Questo è LeU per il 99% degli italiani. Facce viste e riviste e non particolarmente apprezzate, gente che “ha già governato e ha fatto solo danni”. Età media 60 anni, una via di mezzo fra nostalgia per il comunismo, attaccamento alla poltrona e rancori personali . LeU è stato un flop totale e queste analisi evidenziano come non abbiate capito realmente il motivo, lo cerchiate fra i contenuti. Il m5s non vi ha insegnato nulla? I contenuti contano meno dell’1% oggi. Nella comunicazione politica contemporanea. bisogna scindere in modo efficace l’apparato comunicativo da quello politico, anche se chi viene dalla vecchia politica non riesce ad accettarlo. Appena ho visto il nome scelto, il simbolo e soprattutto i candidati ho immediatamente visto il flop a cui andavamo incontro. Io sono l’elettore tipo di LeU, quando è nato articolo uno ero stra-felice, finalmente ricostruiamo la sinistra. Ma per farlo bisogna prima di tutto che Bersani, D’Alema, Grasso, Boldrini etc si facciano da parte, rinuncino ad essere i portavoce di qualcosa di nuovo perché se no è finita. I leader che oggi vincono, vedi Salvini o di Maio, hanno 40 anni non 70. Sanno usare i social network senza bisogno di uno staff apposito. I “nostri” leader in Tv apparivano scazzati, svogliati, disillusi. Divertente che si è fatto un caso per la scelta di Prodi, come se potesse influenzare qualcuno: ma secondo voi a qualcuno è interessata la scelta di Prodi?? Ma la smettete di guardare indietro? Dov’è la volontà di cambiamento che contraddistingue e DEVE contraddistinguere la sinistra? Ricordatevi che dovete a parlare a chi NON la pensa come voi, perché chi la pensa come voi già vi vota. Lavorate maggiormente sul linguaggio, sulla tecnica comunicativa. Ho visto la conferenza stampa dopo il voto ed era imbarazzante. Girata con uno smartphone barcollante, audio sotto i piedi non si capiva nulla, facce stanche e svogliate: non si va da nessuna parte così. Inoltre non ho visto neanche un accenno a Potere al Popolo, che è stato il vero colpevole del mancato raggiungimento del 6%: in nei circoli e nei centri sociali si diceva: LeU è un partito civetta, l’han creato D’Alema e Bersani per avere potere contrattuale con il PD dopo il voto. Questo è il messaggio che è passato e quindi buona parte di chi è di sinistra convintamente ha optato per PaP, gli altri son finiti nei 5S. Insomma se si vuole ricostruire la sinistra che si dimostri di sapere che siamo nel 2018, non nel 68. La vecchia guardia che si ritiri nelle retrovie con tutti gli onori, che si comporti da coscienza storica; non resti in prima linea a farci massacrare.

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