Lo scongelamento è cominciato: nelle calde mani di Sergio Mattarella

5 Aprile 2018

ROMA – “Tanto oggi non succede niente”. “Questa la mandano buca, e poi la settimana prossima vediamo”.

Nel Transatlantico semivuoto, fin dalla tarda mattinata del giorno delle consultazioni del Presidente Mattarella, l’aria che tira è di attesa rassegnata. Non basterà un giro, forse neanche due. Non basterà un giorno, forse neanche dieci o venti, per uscire dal pantano post elettorale. Per tutti il giorno, anzi, si è ripetuto che questo giovedì avrebbe consegnato un nulla di fatto al paese, e una nebbia ancora più fitta sulle future prospettive di governo. È andata davvero così?
No. Certo, non ci sono sprazzi di luce così nitidi da poter dire cosa succederà e come finirà la telenovela. Ma ci sono alcuni dati consolidati, che possono essere messi in fila.

Anzitutto, è bene ribadire il contesto: quello in ci sono “due forze uscite rafforzate dalle elezioni, una delle quali è in coalizione con altre, ma nessuna delle forze politiche è in grado di esprimere maggioranze parlamentari autosufficienti”. L’espressione sembra lineare fino alla banalità, ma è l’interprete a cambiare il tono della canzone. Inattesamente, o quantomeno non proprio usualmente, ha voluto parlare così, infatti, il presidente della Repubblica in persona.

Già, Sergio Mattarella. Alla fine si parte e si torna sempre a lui. Parlerà o non parlerà, finito il primo giro di consultazioni, si chiedevano i cronisti nelle ore precedenti? Parlerà direttamente o affiderà la fumata nera, data per scontata, a uno stringato comunicato letto dal segretario generale? Alla risposta a queste domande si affidava un valore simbolico elevato, al di là dei contenuti e dei felpati dati per certi quando si tratta di un presidente coi tratti dell’ex giudice costituzionale e del politico democristiano siciliano di lungo corso. Il segnale è arrivato, forte e chiaro, con Mattarella che – appunto – ha parlato direttamente, a stretto giro, subito dopo aver ascoltato l’articolato discorso di Di Maio.

E cosa ha detto, e che segnali ha lanciato, il presidente?

Il primo, il più netto, sta tutto nella decisione di parlare direttamente. Mattarella è in campo, nel pieno rispetto delle proprie prerogative e delle regole che la Costituzione e la prassi hanno definito, ma c’è, e l’ha voluto dire da subito. Dopo aver incassato i ringraziamenti formali per il lavoro che sta svolgendo dai vari leader, ha voluto ricordare a tutti che eserciterà la sua funzione fino in fondo, per accompagnare e stimolare le forze politiche nella costruzione di un governo stabile. Già, perché la nostra costituzione prevede chiaramente il voto anticipato come estrema ratio e patologia, e quindi il mestiere del presidente della Repubblica è quello di tenere lontane le patologie. Così, ha ricordato a tutti alcuni dati chiari: nessuno ha davvero vinto, non quanto basta per formare un governo in autonomia. Le coalizioni erano previste dalla legge elettorale, e quindi esistono almeno fino a che non siano formalmente sciolte dalle forze che vi partecipano. I prossimi giorni serviranno a lui per vedere più chiaramente la situazione, ma soprattutto serviranno ai partiti. Per schiarirsi le idee.

I nodi, quelli sì, sono gli stessi di ieri, solo un po’ più netti.
Il centrodestra è ancora una coalizione, ma le crepe ci sono, e le faglie che le disegnano sono chiare. La Lega vuole un governo politico che duri a lungo, una legislatura intera. Salvini ribadisce che è pronto a un passo di lato per fare un passo avanti al paese e alle istituzioni. In sostanza, il leader in felpa continua a interpretare la parte dell’attore più maturo dal punto di vista politico, e del più solido quanto a rispetto della costituzione. Chi l’avrebbe detto mai.
Sul versante del centrosinistra si registrano poche novità. Nel pomeriggio Renzi ha radunato un caminetto coi suoi, nella sede della società guidata da Marcucci, capogruppo al Senato. Una riunione di un ristretto gruppo dirigente pronto alla battaglia che, pare, si scatenerà a partire dall’assemblea del partito del 21 aprile. Sempre nel pomeriggio si sono ritrovati anche i membri delle minoranze del partito. Un partito che continua il dibattito interno, e che sembra incosciente di quanto si stia allontanando “l’esterno”, cioè il paese. O forse è invece un eccesso di coscienza che li porta, ogni giorno di più, a parlarsi addosso?

Infine, il Movimento 5 stelle. Di Maio ha ribadito la linea del “contratto alla tedesca” con chi ci sta. Sul modello dell’accordo che ha visto nascere dopo mesi di trattative l’attuale governo Merkel, il capo politico dei 5 Stelle ha proposto a Lega o al Pd di stilare un accordo programmatico su punti fondamentali, da portare avanti poi nell’azione di governo. Col Pd gli spazi sembrano assai esigui, e ancora di più lo sarebbero i numeri, in Senato, anche qualora l’adesione dei democratici a un governo coi cinque stelle fosse totale, ed è un’ipotesi dell’irrealtà.  Si è rivolto alla Lega e non al centrodestra, non riconoscendo la coalizione di centrodestra e sottolineando anzi che Salvini, Berlusconi e Meloni sono andati separati alle consultazioni al colle. Certo, sarebbe divertente vedere Di Maio e Salvini accordarsi mimando Angela Merkel, ma questo passerebbe in secondo piano rispetto a un Di Maio che ha professato la fede del movimento nei valori atlantici, nell’adesione solida alla Nato, e all’Unione Europea. Declinando anche la natura “nè di destra nè di sinistra” del Movimento, cioè di centro. Un centro che guarda di qua e di là e che – a dispetto del mancato riconoscimento di una coalizione confermata da Salvini anche oggi – “non vuole interferire nelle dinamiche interne agli altri partiti”.

Un solo punto nel discorso di Di Maio segna una discontinuità con l’autonarrazione recente. Non ha detto, in alcun passaggio, che il premier deve essere lui. Puro galateo nei confronti di un Mattarella che aveva appena incontrato, e che potrebbe avergli ricordato che la nostra costituzione non prevede nessuna elezione diretta del Presidente del Consiglio, o inizio di una manovra di avvicinamento al destino possibile di un governo che, se nascerà, dovrà con ogni probabilità avere i 5 stelle tra i protagonisti, ma con la stessa probabilità non potrà vedere Di Maio a Palazzo Chigi?

Dietro l’angolo c’è un po’ di chiarezza. L’appuntamento è per la settimana prossima, ci saranno tutti. A cominciare da, e per finire con, Sergio Mattarella.

 

 

TAG: Luigi Di Maio, matteo salvini, sergio mattarella
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. dionysos41 2 anni fa

    Commento pensato, da condividere. Anche io penso che l’ago della bilancia sia, finamente! il Presidente della Repubblica. Come vuole la Costituzione. Che, se non sbaglio, proprio quanti ora blaterano d’incarico affidato dal popolo sovrano, hanno riconfermato come Costituzione da mantenere così com’è. E allora: coalizione o no, maggioranza o no di voti, l’incarico non lo conferisce il popolo, ma lo designa il Presidente della Repubblica. Il che mi rassicura.

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