“Non faremo prigionieri”. Lo disse Previti, ma è il concetto cult dei renziani

10 Febbraio 2016

Una delle frasi simbolo del secondo ventennio è stata “Non faremo prigionieri”. Bellissima, la pronunciò Previti al Messaggero prima delle elezioni perse dal Polo del ’96. Niente fu più significativo di quello stato d’animo, che metteva a frutto più sentimenti: la disinvoltura, l’impunità, il rancore. Vincendo, nelle intenzioni di Previti si sarebbe spianato il campo. Dai comunisti, tutti e subito, dai disturbatori d’ogni quiete berlusconiana, e anche dai fastidiosissimi paladini della Costituzione. Come sappiamo finì diversamente, ma la Storia consentirà di leggere quelle righe con animo più sereno. Nulla di quanto evocato accadde, nulla ovviamente nel periodo perdente, ma nulla neppure quando le vacche erano grasse. A parte l’editto bulgaro, che in realtà restituì due eroi alla patria, Biagi, Santoro col ragazzo di bottega Luttazzi, nessuno – oggi – ha titolo per considerarsi vittima del Cav. al punto d’aver perso treni o trenini della fortuna per colpa del maledetto. E anche nella corsa all’arraffo di posti e prebende, i vent’anni di Silvio Berlusconi sono stati una comica rispetto a questi, che poi sono solo due ma sembrano almeno il triplo. L’assenza di grazia con cui il leader di Forza italia si è sempre mosso sulla scena politica ne ha definito in ogni occasione i limiti e le debolezze, fors’anche una reale assenza di cattiveria, ma non vorremmo passare per agiografici proprio noi che gli abbiamo regolarmente scassato i cabasisi. Ma insomma, qui urge ricordare che solo un allocco come lui potè farsi sfilare la poltrona da Oscar Luigi Scalfaro, con la promessa di riaverla a stretto giro di posta (ah ah ah).

«Non faremo prigionieri» si attaglia, in verità, molto più al nostro tempo che a quello passato. Questo è il tempo spietato degli inconsapevoli, dei miracolati, degli amici di corte che sgavazzano al banchetto dell’amico potente, è il tempo in cui apparenti democratici si dotano di strumenti di tortura politica, dove o ci stai o sei fuori, è il tempo del bar nell’espressione più plastica e iconografica che conosciamo, dove si raccontano – moltiplicandole per quindici-ventimila – le proprie prodezze, è il tempo scomparso dell’indelicatezza, parola che non esiste più nel dizionario di lingua italiana, depennata per manifesta inferiorità, sminuzzata nel tritacarne della protervia che tutto risucchia e ingloba, che tutto rende osceno, sino al punto celeste di definire l’esistente con la sola parola possibile: Normalità. La normalità di proporre l’amichetto del bar a gran capo dei capi misteriosi, quello che dovrebbe governare le nostre coscienze inquiete e proteggerle dai cattivi internettiani, la normalità di piazzare un simpatico e arzillo vecchietto nel gran consesso catodico tra mummie dichiarate, signorine senza merito e lobbisti di poche tacche e tutto questo poi chiamarlo consiglio di amministrazione Rai. La normalità di pensare che il merito è una bellissima variabile, ma solo se entra e rientra nel “nostro” orizzonte, di noi ragazzi renziani che non perdoniamo su nulla, che se ci incazziamo allora son dolori, che se ci piaci e dai buona prova di te noi poi ti si ricompensa. Per cui, ultima delle ultime, in 270 si presentano al cospetto della gran Boldrini per governare la comunicazione della Camera, ma solo uno, il Risarcito, stacca il biglietto da 160 mila euro lordi l’anno.

Ma non sarebbe più dignitoso se qualche faccia diversa ogni tanto facesse capolino in questa melassa renziana, in cui riconoscere persone meritevoli e non sempre i soliti noti con le chiappe coperte, i quali addirittura starnazzano di crediti da esigere perché un bel giorno il mercato, semplicemente il mercato, ovverosia quel mondo liberale che tutti amiamo, ne definì l’insussistenza editoriale e qui parliamo di Europa e del suo direttore Menichini che oggi, guarda un po’, smette di lamentarsi e si dice “onorato” di servire il Paese e le istituzioni. Ma va là.

Occhi ragazzi, perché un giorno il ciclone arriverà tutto in una volta e voi non avrete niente da mettervi.

TAG: stefano menichini
CAT: Partiti e politici

6 Commenti

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  1. akron 5 anni fa

    Fusco, dì qualsiasi cosa, ma non parlare male di Menichini, faresti meglio …

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    1. michele.fusco 5 anni fa

      Gentile Natale, parlo di un sistema, che conosco perfettamente, non di Menichini giornalista e comunicatore, i cui destini personali ovviamente non mi appartengono e sulla cui professionalità qui non ci si occupa

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      1. akron 5 anni fa

        La conosco anch’io questa polemica grillina. No al finanziamento ai giornali. Viva il liberalismo sfrenato. Così ci troviamo con opere faziose come il Fatto (o il Libero) Quotidiano, esempi di pessimo giornalismo scandalistico. Oppure con film penosi come quelli di Zalone. E’ il mercato, bellezza. Lo so: fare buoni film o buoni giornali non paga. Un genio come Orson Welles non ha potuto fare altre opere indimenticabili, dopo Citizen Kane, grazie al mercato. Contenti voi…

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  2. gianluca.greco 5 anni fa

    Ma parliamo pure di Menichini. E’ stato per anni direttore di un giornale, organo di un partito che non esisteva. Insomma guadagnava perché il suo giornale era finanziato con denaro pubblico. Siccome però nessuno leggeva il suo giornale, cercava di farsi leggere con un blog su un altro giornale: il post.

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  3. giagina 5 anni fa

    una domanda, ma lei Fusco ha seguito per caso le primarie a sindaco di Firenze del 2009?

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    1. michele.fusco 5 anni fa

      Perché me lo chiede?

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