Partiti, dove vanno destra e sinistra

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21 Novembre 2014

Molte volte, per spiegare alcune dinamiche politiche in divenire, è utile fare ricorso alla topografia piuttosto che elaborare complicati ragionamenti. Quando parliamo di topografia facciamo ovviamente riferimento alle categorie sinistra-centro-destra, per quel che valgono oggi, ma comunque ancora indicative di idee, culture, politiche nettamente o specularmente differenti anche se, in certi casi e in certe fasi, si intrecciano, sovrappongono o si assomigliano. E gli elettori, nella elaborazione delle loro preferenze, a grandissima maggioranza ragionano e scelgono in questi termini. Se poi aggiungiamo l’ingrediente della futura nuova legge elettorale che avvantaggerà il bipartitismo rispetto al bipolarismo, ecco che le suddette categorie sinistra-destra diventano ancora più caratterizzanti.

A sinistra il recente exploit di Matteo Renzi ha di fatto inaugurato una nuova fase, quella che riguarda e riguarderà il riposizionamento tattico e strategico di tutte le forze politiche di qualsiasi schieramento. Un ennesimo capitolo della infinita transizione italiana, un semplice rimescolamento di carte figlio del trasformismo o finalmente l’apertura di un periodo costruttivo ed innovativo per la ricostituzione su nuove basi degli schieramenti partici? Staremo a vedere, per ora limitiamoci ad analizzare i fatti.

La vittoria numerica di Renzi è stata possibile grazie allo sfondamento del Pd al centro, nei tradizionali bacini elettorali dei partiti moderati. Il tentativo renziano è quello di creare finalmente anche in Italia un partito socialdemocratico di tipo europeo, slegato definitivamente dalle ideologie e dai condizionamenti dell’ala più a sinistra, quella di matrice comunista, ma non solo. Per accreditare questa versione, è urgente che a sinistra del Pd si crei al più presto un nuovo soggetto politico, costituito dai tradizionali partitini sempre presenti nell’ultrasinistra e ampliato ad altri segmenti di svariato tipo, dai cattocomunisti, ai filo-sindacati-CGIL, ai probabili futuri scissionisti del Pd. Perché il gioco abbia senso, tale partito dovrà avere consistenza numerica significativa e non risultare un oggetto solamente decorativo e di testimonianza. La spina nel fianco del Pd renziano è la minoranza interna tanto agguerrita quanto ideologizzata, strumentale alla Cgil, per niente utile per accreditarsi con successo presso i moderati. E la riforma sul mercato del lavoro evidenzia il problema, eccessive mediazioni al ribasso, dal punto di vista renziano, stanno impantanando la strategia innovativa del governo che vorrebbe guardare al centro. E così sta accadendo su qualsiasi altro dossier aperto. Urge la frattura o meglio la discontinuità per confermare la buona fede degli attori in scena e mantenere inalterati i sondaggi molto positivi.

Mentre nel centrosinistra è la componente di centro ad avere aperto le danze, nel centrodestra avviene il contrario. L’area moderata è vittima della stasi politica, o degli accordi con Renzi, di Silvio Berlusconi e del probabile imminente default elettorale di Forza Italia già provata dalla recente scissione del NCD accasatosi dalle parti del governo. Gli altri partiti moderati sono un pulviscolo di marchietti elettoralmente insignificanti o troppo legati alle capacità-incapacità manovriere del leader o leaderino di turno. In questo stallo chi ha cercato di occupare la scena è stato Matteo Salvini, che non è certo un moderato o un liberaldemocratico. Presa per mano una Lega in declino inesorabile, falcidiata dagli insuccessi e dagli scandali, il nuovo leader ha immediatamente riposizionato il partito laddove si era creato un vuoto, a destra. Ma questo non sarebbe stato sufficiente per sfondare, per creare l’effetto novità e risultare dirompente di fronte alle nuove emergenze del paese. Alla meglio avrebbe fatto la fine di Fratelli d’Italia. Salvini ha quindi sposato la causa lepenista declinandola in salsa italiana, dimenticando in un minuto le parole d’ordine e gli slogan del passato ventennio padano, materiale troppo usurato e screditato dai fallimenti per risultare non solo vincente, ma almeno un pelo appetibile. Questa discontinuità ha creato un repertorio nuovo, costruito volutamente in modo grezzo e impattante, con forti dosi di populismo e demagogia, fatto di argomenti e proposte in gran parte irrealizzabili, ma di grande presa nell’elettorato più provato dalla crisi e dalla conclamata guerra tra poveri che si sta verificando nelle infinite periferie dell’Italia. Immigrazione clandestina e incontrollata, sicurezza, case popolari, fisco iniquo, per poi arrivare facilmente al No-Euro, punta dell’iceberg del complotto anti popolo italiano e via discorrendo. Sicuramente ci sarà un ampio e positivo riscontro elettorale fin da subito, a cominciare dalle elezioni in Emilia Romagna, ma la sensazione palpabile è quella della costruzione di un partito dello zoccolo duro posizionato molto o troppo a destra, che cercherà di tenere insieme solo quello che la crisi e il declino italiano può realizzare, ossia le anime postleghiste con quelle della destra. Non sta nascendo di sicuro uno schieramento liberaldemocratico, moderato, europeo che dir si voglia che, anzi, guarda da lontano e con nessuna attrazione questo nuovo partito salviniano. E’ probabile, o auspicabile, che al centro nasca a breve un nuovo soggetto, sulle ceneri di Forza Italia, ma oserei dire anche della Lega vecchia maniera, di tanti partiti o fazioni di matrice liberale e moderata.

Salvini per un po’ potrà anche vivere di rendita e ottimizzare in chiave personale la mancanza di avversari all’interno del centrodestra, acquisire sul campo una importante forza elettorale, ma non sarà mai in grado di contrastare efficacemente e battere Renzi o chiunque del centrosinistra, senza la presenza nella sua coalizione di una forte gamba moderata. Un segmento politico che però non ne vuole sapere di destra lepenista, antieuropea, populista, identitaria, senza una ricetta economica convincente e credibile, con personale politico di scarsa cultura e preparazione.

Un bel busillis e da risolvere in fretta, altrimenti lunga vita al Pd.

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TAG: claudio bollentini, destra, la bissa de l'insubria, Matteo Renzi, matteo salvini, partiti, sinistra
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. Andrea Pessina 6 anni fa

    A mio avviso le definizioni di destra, sinistra e moderati, sono da molti anni mere etichette da marketing politico. La Lega ha cavalcato la tigre di Tangentopoli nel 1992, sfruttando la situazione molto confusa e i tabù della sinistra (primo fra tutti la tutela dell’ordine pubblico) con un movimento all’epoca anarcoide, molto simile al M5S della primissima ora. Il 1992 è stato comunque un giro di boa, ma verso il nulla. Il cosiddetto moderatismo, è la versione attuale del gattopardismo d’antan. In precedenza, gli orientamenti politici, condivisi o avversati, erano ben chiari. L’attuale melassa relativista non consente di capire in quale direzione si muoverà un qualunque soggetto politico. Ciò detto, la deriva autoritaria della Lega di Salvini è indubitabile: citando Andreotti “La politica è come andare al cinema, ti siedi dove c’è posto”. Ma non vale solo per i democristiani, vecchi e nuovi. I soggetti politici mutano secondo gli umori momentanei dell’elettorato, siano essi spontanei o istigati. Sperare in sussulti di dignità, da parte di soggetti che non ne hanno mai avuta, è perlomeno prematuro.

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