Perché il populismo continua a vincere

22 Marzo 2018

Ricordate la frase finale del film L’apparenza inganna: “le persone credono a quello a cui vogliono credere”. I risultati delle elezioni del 4 marzo mostrano un’Italia in balia del populismo, e una realtà politica caratterizzata da illusione, inganno e intrigo, in cui i partiti tradizionali sono crollati per cause solo in parte attribuibili ad errori di leadership o strategici. Oltre ad una necessaria e sana autocritica, occorre quindi capire per bene come mai il populismo vince e cosa si può fare per combattere questo fenomeno in futuro.

 

L’illusione

Quel populismo che pensavamo fosse debellato, si è affermato in maniera netta in Italia, riportando una vittoria storica alle elezioni del 4 marzo 2018. Le elezioni svoltesi nel corso del 2017 in Olanda, Francia e Germania ci avevano illuso: abbiamo voluto credere che il tempo delle ribellioni contro le élites fosse finito, che l’Europa avesse dato una risposta netta e definitiva contro gli estremismi, che la democrazia rappresentativa godesse di ottima salute. Abbiamo deliberatamente ignorato sintomi che mostravano una realtà radicalmente diversa: una realtà in cui i partiti social-democratici e laburisti sono stati spazzati via dallo scenario politico, lasciato orfano del concetto stesso di “sinistra”. Una realtà in cui a fronte delle vittorie dei moderati liberali (Macron, Rutte) e conservatori (Merkel), l’estrema destra xenofoba ed euroscettica ha ottenuto risultati mai visti, incrementando in maniera significativa la presenza nelle assemblee parlamentari europee. Come ad esempio in Francia il Front National di Marie Le Pen, che ha ottenuto al secondo turno 10 milioni e 600 mila voti, con un risultato finale del 33,94%. O come Alternativa per la Germania (AfD), diventato il terzo partito tedesco, con il 13% dei voti e conquistando 95 seggi. Una realtà in cui i paesi dell’Europa centrale e orientale, il cosiddetto gruppo Visegrad, sono saldamente in mano al nazionalpopulismo xenofobo, come hanno confermato le elezioni del gennaio 2018 in Repubblica Ceca, vinte da russofilo Milos Zeman, al suo secondo mandato.

E quindi in Italia abbiamo commesso un errore macroscopico. Non abbiamo dato il peso sufficiente a questi segnali e abbiamo voluto credere che l’avanzata del populismo si fosse arrestata. Eravamo certi che Berlusconi avrebbe contenuto la Lega a destra, e che il Partito Democratico dei colletti bianchi avrebbe arginato l’onda popolare dei Cinque Stelle. Ma a sinistra, abbiamo confuso il “popolo” con il “popolo della Leopolda”. Abbiamo vissuto in una bolla, parlando il dialetto dei cervelli, degli intellettuali, degli scienziati, un linguaggio che il popolo non ha mai recepito, forse non ha mai voluto e di sicuro non ha votato. Un tracollo elettorale drammaticamente simile agli eventi che hanno portato il Partito Democratico di Hillary Clinton alla sconfitta. In Italia, la testa (al nord) ha votato a destra, la pancia (al centro e al sud) ha scelto i Cinque Stelle. E il PD ha lanciato le brioches al popolo che chiedeva rivoluzione, che voleva vedere teste cadere. Se in Francia il populismo è stato arginato solo tirando fuori il “jolly” Macron, e in Germania la corazzata Merkel ha faticato, che speranze avevamo noi in Italia, paese che nel tempo ha sviluppato un anti-renzismo dilagante e nel quale Silvio Berlusconi si è posto come l’unica vera alternativa al voto di protesta? Abbiamo creduto a quello a cui volevamo credere. E abbiamo perso, alla grande.

 

L’inganno

L’illusione di un’Italia al riparo dall’avanzata populista ha indebolito i partiti tradizionali, facendogli scoprire il fianco. Ma c’è un’altra variabile interessante che ha caratterizzato il risultato elettorale del 4 marzo: l’inganno. Movimento Cinque Stelle e Lega Nord hanno conquistato oltre il 50% dei consensi a livello nazionale con la promessa di un cambiamento radicale, dando risposte semplici ed estreme ai problemi complessi che affrontano i cittadini italiani, dalla disoccupazione al nesso tra immigrazione illegale e ordine pubblico. Metà degli italiani ha creduto a queste ricette, non avendo visto i benefici concreti associati ai programmi delle élites del paese, che proponevano un messaggio borghese, sofisticato ed eloquente, ma privo di autocritica, e soprattutto disconnesso dal territorio.

In questo, gli italiani sono stati ingannati e la truffa verrà fuori in varie forme, modi e tempistiche. Inizierà con il materializzarsi di accordi politici, i cosiddetti “inciuci”, esclusi a priori durante la campagna elettorale, ma necessari per costruire una coalizione di governo. Proseguirà con un governo incapace di realizzare molte di quelle promesse elettorali che hanno convinto gli italiani, dal reddito di cittadinanza al pugno di ferro con l’Unione Europea, alla veloce risoluzione della crisi dei migranti. Nel migliore degli scenari ipotizzabili, i ribelli anti-sistema si trasformeranno élites, verranno assorbite dal sistema e lavoreranno al servizio del paese, non senza una lunga e ripida curva di apprendimento i cui costi verranno sostenuti dagli italiani sotto forma di cattiva governance. Nel peggiore dei casi, i ribelli rimarranno ribelli e cercheranno di scardinare il sistema, costruendone un altro le cui caratteristiche sono tutte da definire, con implicazioni molto pesanti per l’interesse nazionale, dando luogo a quella imprevedibilità, volatilità e perdita di credibilità a livello internazionale. In entrambi i casi, avrà prevalso l’inganno, che si tratti della mancata promessa di una rivoluzione che non avverrà, o degli effetti devastanti di un cambiamento radicale del sistema Italia, incoerente con il proprio passato politico-istituzionale e incapace di creare un modello sostenibile di crescita per le future generazioni.

Cosa accadrà a quel punto? I partiti tradizionali saranno capaci di rimontare in sella, mostrando alla popolazione l’inganno e ricostruendo il consenso politico necessario per tornare a governare? Oppure le forze anti-sistema faranno il gioco delle tre carte, nascondendo i fallimenti e scaricando il barile, rilegittimando la propria missione? Qui entra in gioco la terza componente, quella dell’intrigo.

 

L’intrigo

L’avanzare dei populismi di destra nelle democrazie occidentali è un fenomeno in costante evoluzione, le cui cause sono molteplici e radicate in contesti sociali molto diversi l’uno dall’altro. Una linea rossa sembra però unire questi modelli cosi diversi: ed è il modo in cui i movimenti populisti hanno costruito, consolidato ed allargato il proprio consenso politico, usando nuove tecniche e strumenti di raccolta e gestione dei dati, persuasione e manipolazione dell’informazione, in particolare attraverso i social media. La vera rivoluzione i partiti populisti l’hanno gia’ fatta, cambiando il modo in cui vengono organizzate, eseguite e vinte le campagne elettorali; e quindi modificando le regole del gioco politico in un’era post-ideologica e digitale.

Al centro di questi processi vi è Cambridge Analytica (CA), una società inglese di big data accusata secondo un’inchiesta lanciata dal Guardian e dal New York Times di aver violato 50 milioni di profile Facebook per utilizzarli a fini elettorali. Le operazioni di CA avrebbero influenzato la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, il referendum inglese sulla Brexit, le elezioni in Francia. Una vera e propria macchina da guerra elettorale, messa in piedi dal miliardario americano Robert Mercer, con l’aiuto di Alksandr Kogan, giovane matematico russo-americano, esperto in analisi dei comportamenti sociali e neuroscienze. Una macchina capace di ottenere profiling dettagliati di 50 milioni di elettori partendo dai loro dati su Facebook, ed utilizzare queste informazioni per condizionare l’opinione pubblica tramite strategie di persuasione e online marketing nei social media. Non finisce qui, perché nel gioco complesso del populismo digitale entrano anche le presunte interferenze russe sulla corsa per la Casa Bianca e su altri appuntamenti elettorali europei. Nuove forme di ingerenze e limitazione della sovranità nazionale che includono fake news, profili finti gestiti attraverso un algoritmo diretto dalla Internet Research Agency di San Pietroburgo, attacchi hacker come quello che ha subito il responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton, John Podesta. Una strategia geopolitica volta a destabilizzare le democrazie occidentali attraverso la disinformazione e che, come sottolineato da Maks Czuperski, capo del Digital Forensic Research Lab dell’Atlantic Council di Washington, DC, ha prodotto interferenze e distorsioni anche in Italia, per favorire partiti estremisti ed anti-europeisti.

 

Cosa fare adesso

Illusi, ingannati, e probabilmente vittime a nostra insaputa di un intrigo internazionale, cosa ne sarà di noi, poveri italiani, incastrati in quella che sicuramente non è l’alba di una terza repubblica, ma il mezzogiorno di fuoco in una seconda repubblica più impacciata, instabile, disfunzionale e vulnerabile che mai?

Bisogna innanzitutto cominciare a vedere la realtà politica per come è, non per come vogliamo che sia. Il populismo ha trionfato in Italia perché (a) la classe politica si è illusa che fosse un fenomeno debellato, quando invece le forze populiste ed anti-sistema si stavano rafforzando; (b) il messaggio dei partiti moderati, ed in particolare quello progressista, non ha raggiunto quelle fasce della popolazione dimenticate, che si sono fatte facilmente ingannare da proposte semplici e da un’alternativa di cambiamento radicale; (c) le istituzioni e i partiti tradizionali non hanno sviluppato mezzi adeguati per difendersi dalle “armi di persuasione di massa” acquisite dai partiti populisti: l’impiego massiccio di informazione distorta, l’accesso a milioni di dati privati dei cittadini, la manipolazione delle preferenze e la radicalizzazione del dibattito politico, usando i social media come campo di battaglia.

La chiave di lettura deve essere quindi bi-direzionale, e portarci a lavorare non solo sulle ragioni della sconfitta progressista, ma anche della vittoria populista. La prima cosa da fare per il Partito Democratico è collocarsi all’opposizione, senza se e senza ma. Il paese non ha bisogno di un partito delle larghe intese, dell’inciucio, delle poltrone. Il paese ha bisogno di una forza politica che costruisca una resistenza contro l’inganno, la discriminazione, la disinformazione. La seconda cosa da fare è dotare questo partito degli strumenti adeguati per sostenere una battaglia politica molto diversa da quella tradizionale, in cui la rete conta quanto il territorio, ed in cui non si conquista il territorio senza la rete, e viceversa. Serve il PD dei circoli, certo, ma serve anche un partito cibernetico, con circoli online e strumenti per contrastare fake news, trolling organizzato, capace di difendersi e di difendere gli italiani dalle guerre propagandistiche che stanno avvenendo sulla rete, e rischiano di indebolire la democrazia. Cominciamo dalla creazione di un dipartimento digitale nella segreteria del PD, che coordini queste operazioni, partendo ad esempio dagli spunti del rapporto lanciato dal PD Washington sul populismo. La terza cosa da fare è permettere al PD di elaborare contenuti in linea con le reali necessità del popolo italiano. Non si sconfigge il populismo senza un briciolo di populismo, seguendo la logica degli anticorpi. La logica della partecipazione e del partito che coinvolga gli iscritti deve essere funzionale, un mezzo per giungere ad un obiettivo: quello di intercettare la domanda politica per aggiustare l’offerta. Molte delle riforme del precedente Governo erano condivisibili, ma non condivise. Comprensibili, ma poco comprese. Il popolo è pragmatico, va dritto al sodo, ma è anche volubile. Presumibilmente, i partiti che governeranno l’Italia nei prossimi anni vivranno questa volubilità sulla loro pelle. Bisognerà quindi arrivare al prossimo appuntamento elettorale con idee chiare, semplici e nelle quali il popolo italiano si possa identificare.

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CAT: Partiti e politici

3 Commenti

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  1. vincesko 3 anni fa

    Citazione: “Cominciamo dalla creazione di un dipartimento digitale nella segreteria del PD”. Lo statuto del PD prevedeva (forse ancora prevede) tre tipi di circolo: (i) territoriale, (ii) sui luoghi di lavoro e (iii) on line. Nel 2010, m’iscrissi al principale circolo on-line – PD-Barack Obama – che era già in crisi da parecchio e, abbandonato via via dai quasi 1.000 iscritti, ormai in via di chiusura. Contribuii a rianimarlo, scrivendo 600 post e organizzando iniziative on-line, ma alla fine fu tutto inutile. Poiché l’amministratore –chissà perché- ebbe l’infelice idea di consultare la “base” per decidere se distruggere tutti i contributi scritti, una decina di paranoici che erano tornati apposta decisero di sì. Allora per bloccarli telefonai al PD Nazionale e chiesi di parlare con il responsabile nazionale dei circoli on-line – un sardo di nome Salvatore – e scoprii che egli addirittura ignorava l’esistenza del principale e quasi unico circolo on-line del PD. Confermando la mia impressione negativa sulla qualità delle persone deputate a dirigere e amministrare il partito a livello nazionale e del loro staff, per lo più costituito da raccomandati e sfaticati.

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  2. dablu 2 anni fa

    Populista è un etichetta, furba perchè nel contempo denigrante. Dà un sapore di stoltezza e dabbenaggine. Certo movimento del popolo fa più paura..ma questo è. La sinistra si è lentamente e drammaticamente avvicinata alle elitè grazie al passaggio attraverso il radical chic costante. Ha perso così le radici che affondavano nel proletariato. Ora la chioma secca e muore. I partiti del popolo hanno invece messo le loro radici tra la gente. E prosperano.

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  3. gianmario-nava 2 anni fa

    “I partiti del popolo hanno invece messo le loro radici tra la gente. E prosperano. ”
    Il popolo, se lo ecciti al punto giusto, vuole la pena di morte.
    I partiti che eccitano il popolo non sono il popolo.
    Prosperano ma non sono i partiti del popolo, sono i partiti che eccitano il popolo.
    Avremo la pena di morte: per gli altri, per i diversi, per i poveracci, per gli sprovveduti.
    Il popolo sarà molto rassicurato.
    Bè, io sono parte del popolo, fino a prova contraria, che abbia la laurea o meno, che sappia leggere, scrivere e far di conto (anche il calcolo differenziale) o meno. E non ci sto.

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