Piazze piene e urne vuote, una storia già vista?

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23 Gennaio 2017

Durante lo scorso fine settimana guardavo le foto e i filmati che mostravano le Women’s March negli Stati Uniti e un po’ ovunque nel mondo, e il sapore purtroppo era dolceamaro. Dolce perché io sono così, a me piace partecipare a questi riti collettivi, a me piace mostrare al mondo la mia indignazione, trovo conforto nel vedere che ci sono altre persone che la pensano come me e che si scomodano a scendere per le strade. Amaro perché, da italiana di sinistra, temo che non servano a niente. Purtroppo.

Quanti girotondi e manifestazioni abbiamo fatto contro quello che abbiamo (forse a torto) ritenuto un corpo estraneo alla politica? Il nostro Trump lo abbiamo eletto nel 1994, e all’estero hanno smesso di pigliarci in giro solo l’altro ieri, ma non sono state le nostre manifestazioni a (quasi) togliere Berlusconi dalla scena. E negli anni ci sentivamo nel giusto, e leggevamo giornali che ci dicevano che eravamo nel giusto, e guardavamo le trasmissioni che ci dicevano che eravamo nel giusto,  e i sondaggi ci dicevano che eravamo in tanti ad essere nel giusto poi però nelle urne sbagliavano in tanti, in troppi. E i link che erano condivisi sabato scorso dai miei contatti erano dei giornali che è “giusto” leggere, il New York Times e il Guardian per citarne due e il sostegno alle manifestazioni delle donne è arrivato da tanti personaggi che stanno dalla parte giusta, come Bruce Springsteen.

Una sensazione di déjà-vu (eccetto che per Bruce) e un sospiro di rassegnazione. Noi per una volta sappiamo una cosa che gli americani non sanno perché loro un presidente di cui si vergognano così tanto non lo avevano mai avuto.

Poi però ho pensato alle differenze, al dinamismo degli Stati Uniti e alla libertà e alla professionalità dei loro mezzi di informazione e ho iniziato a sperare che forse questo fosse un inizio, uno scossone e che al girotondo seguirà una sostanza che possa fra quattro anni evitarci altre brutte sorprese.

Innanzitutto, sembra scontato ma non lo è, i leader politici che stanno appoggiando il Women’s March movement  non sono gli sconfitti di delle elezioni appena passate. Kamala Harris e Bernie Sanders sono tra loro ad esempio, c’è un piano di mobilitazione e azione per i primi 100 giorni per cercare di non disperdere e magari aumentare il consenso e mi sembra che l’organizzazione non sia estemporanea.
E poi sono incappata in questo video in cui su Fox News si fa il pelo e il contropelo a Reince Priebus, Chief of Staff di Trump (come se fosse il sottosegretario alla presidenza), per la penosissima conferenza stampa tenuta alla Casa Bianca dal Press Secretary in cui si discuteva della dimensione del pubblico durante l’inaugurazione del 45esimo presidente. Su Fox News il giornalista chiedeva conto della strigliata alla stampa per aver mostrato le foto sbagliate, criticava lo staff per aver rifiutato le domande dei giornalisti e per aver evitato di parlare dei ritardi nelle conferme delle nomine di governo di Trump. Ecco, da noi sarebbe impensabile su Rai1, figuriamoci su un canale storicamente “vicino”.

E allora alla fine ero meno depressa e spero di imparare qualcosa dalla reazione degli americani a Trump.

TAG: Donald Trump, inauguration, kamalaharris, womensmarch
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. silvia-bianchi 3 anni fa

    Purtroppo, però, Trump non ha avuto tutti i torti quando ha commentato: “ho come l’impressione che si sia appena svolta un’elezione, perché questa gente non è andata a votare?”
    C’è qualcosa di stonato nel manifestare contro un Presidente appena insediato: significa esprimere un giudizio letteralmente “a priori” sulla nuova presidenza e, implicitamente, non riconoscere l’esito del voto.
    Soprattutto, significa esprimere una condanna verso gli elettori di Trump: un errore esiziale, che la sinistra italiana ha compiuto per vent’anni con Berlusconi (e che ora rischia di ripetere pari pari con Grillo).
    I progressisti, americani e italiani, dovrebbero semplicemente chiedersi “perché il nostro rivale ha avuto più successo di noi?”; la risposta non deve essere autoassolutoria (“perché il popolo bue si fa intortare dai populisti”), ma andare alla radice delle cause profonde che fanno scegliere alla maggioranza degli elettori un leader tanto improbabile

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