Preso il Pd, Renzi lo uccide. E ora? (Tre ipotesi sul tavolaccio della morgue)

23 Gennaio 2017

Prima i fatti e i fatti dicono che in questi anni il Partito Democratico è stato desiderato ardentemente soltanto da Matteo Renzi, che lo ha considerato finalmente “contendibile” al pari di un’azienda di Borsa, gli ha lanciato un’Opa (vagamente ostile) e dopo duplice battaglia – la prima persa, la seconda vittoriosa – ne ha preso legittimamente la maggioranza azionaria. Vogliamo considerare l’ex presidente del Consiglio come un Bollorè politico? Facciamolo pure, ma intanto si abbia la decenza di considerarne almeno il coraggio politico visto che da Occhetto in qua, l’era moderna in sostanza, i segretari di questo benedetto partito si sono succeduti per eredità dinastiche o magheggi assembleari (per tutti, ricordare il popolo dei fax che nel ’94 scelse l’ingenuo Veltroni che poi venne regolarmente segato da D’Alema in Consiglio nazionale). Di gazebi veri e di primarie altrettanto calde prima di Renzi neppure l’ombra e i quattro milioni e passa che incoronarono Prodi nel 2005, peraltro a leader della coalizione, ne certificarono semplicemente e appassionatamente una scelta già evidente e scontata. Questo per dire che l’attuale segretario del Partito Democratico ha i titoli – per coraggio, incoscienza, visione e senso della sconfitta – che nessun altro ha. Da qui la domanda più retrospettiva e angosciante per un elettore del Partito Democratico: perchè conquistato il Pd con epica e improba fatica, Matteo Renzi se ne è poi completamente disinteressato? Solo avendo una risposta credibile a un quesito così pesante, si potrà tracciare il futuro di questa sinistra (e di conseguenza del Paese).

Mettiamo in fila le ipotesi del caso.

La prima: ottenuto lo strumento-giocattolo che gli consentisse lo sbarco nel Potere con la P al posto giusto, il ragazzo se n’è fottuto del partito, considerandolo un’organizzazione arcaica, antimoderna, fumosa, persino fastidiosa nelle sue dinamiche partecipative e correntizie. Se questo fosse, dovremmo dargli dello stupidotto in vacanza a Roma, non avendo considerato l’ipotesi – sempre possibile – di poter essere espulso dalla porta centrale (cosa avvenuta per via referendaria) per poi non trovare nemmeno la via della porta secondaria, quella del Pd, non essendo riconosciuto neppure dal portinaio al pianterreno. Ma Renzi stupido non lo è affatto, anzi è molto sveglio, anche se resta discretamente aperto il dibattito s’egli sia o non sia un uomo intelligente.

La seconda ipotesi è che credeva di avere con sè della gente sveglia, dinamica (dinamico è un termine perfetto per definire uno che gironzola intorno a lui, lo devi essere, anzi meglio, lo devi prima di tutto sembrare). Qui l’asino non solo casca, ma si fa tragicamente male. Nessuno ha potuto nulla in “assenza” di Renzi al partito. Ma se nessuno muove neppure un portacenere, una matita, un foglio di carta per paura che il capo s’incazzi, significa che nessuno ha delega su nulla, di ordinario o straordinario che sia. È proprio in questi casi difficili che emergono le personalità, le quali si prendono le libertà del caso e poi “aspettano” il Capo anche per scontrarsi, ma sempre mostrando un risultato finale con il quale metterlo di fronte alla risoluzione di un problema. A Renzi è capitato esattamente quello che è successo a certi direttori di giornali, che non hanno mai veramente e convintamente delegato ai primi collaboratori, che pur sulla carta avevano un ruolo di responsabilità, con il risultato che per ogni piccola, anche stupida cosa, si dovesse interpellare il numero uno. Ezio Mauro, giornalista fuoriclasse, è stato storico e infaticabile portabandiera di questa categoria, solo che a  differenza dal giovane toscano Mauro passava nel giornale 12-14 ore della sua vita ogni santissimo giorno, sapeva tutto e di tutti, nulla gli poteva sfuggire, e non gli passava neppure per il cervello l’idea di prendere il posto dell’Editore. Nel suo mestiere era il migliore. (Detto questo, tra i collaboratori di Renzi aquile non se ne scorgono, e neppure rapaci di una certa caratura, se non per la gestione corrente di affari da bar).

La terza ipotesi, la più accreditata in certi ambienti, è che una volta conquistato il partito, gli sia sceso di interesse per un semplice e banalissimo motivo: che il Pd  è storicamente un partito di sinistra. Qui la questione è sottile e anche molto controversa. Renzi ha sempre sostenuto di volerlo portare nella modernità, con un riformismo deciso e in parte spregiudicato, chi lo criticava ne sintetizzava l’assunto con la sua berlusconizzazione. Certo, la spregiudicatezza di questo ragazzo è uno snodo molto sensibile nella sua stessa storia, ma anche nella storia di ogni italiano che vuole ancora credere in una certa sinistra. Ci si dovrà fermare ai fatti acclarati. Crediamo che la sua spinta genuina verso i diritti civili più larghi e riconosciuti per tutti sia autenticamente di sinistra, un vero valore di sinistra. Quel poco o tanto che si è riusciti a portare a casa, mette Renzi tra i combattenti più valorosi e più in prima linea. Non è poco, va detto. Ma la sinistra, o quel che ne resta, vorrebbe una condivisione di sentimenti, che appunto comprendano i diritti di cui sopra e i doveri del decoro e della dignità, che non sono meno importanti. Il decoro (politico) di Matteo Renzi non è onestamente da uomo di sinistra, questo lo deve capire lui stesso prima che sia troppo tardi per tutti. Non è solo la singola alleanza con questo o con quello, non è il famigerato Verdini, oggi è lui domani chissà, no, è proprio un modo di stare, un modo di intepretare il Potere all’interno della propria vita, concedendo poco, pochissimo, a quella tentazione di farsene risucchiare, è un certo rigore, stilistico e di sentimenti, è circondarsi di uomini e donne totalmente autonomi, nel pensiero, nelle parole, nella possibilità del confronto e, se necessario, dello scontro, è perdere parti di arroganza in favore di una condivisione maggiore, è stare in mezzo agli altri, ai dimenticati, agli ultimi, agli sfortunati della vita, senza quell’incombente e maledetto sospetto che lo si stia facendo soltanto per un abile maquillage. Ecco, il giorno in cui non ci accorgeremo di Renzi in mezzo agli altri, quello sarà un buon giorno.

Probabilmente noi abbiamo ancora bisogno di Renzi, e di “quel” Renzi. Ma lui ha (ancora) bisogno di noi?

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CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. silvia-bianchi 4 anni fa

    La mia opinione è che Renzi sia iscritto al Pd perché è nato a Firenze. Fosse nato a Varese, si sarebbe iscritto alla Lega; fosse nato ad Arcore, sarebbe il genero di Berlusconi… il partito è sempre stato per lui solo uno strumento per la conquista del potere. Nel 2012 ha provato a sfruttarne il meccanismo delle primarie per la premiership, allo scopo di passare direttamente da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi; fallito il tentativo, ha capito che doveva conquistarsi prima il partito e si è candidato alla segreteria, da dove ha potuto scalare la presidenza del Consiglio senza troppi problemi.
    Il vero problema è che oggi il Pd è uno strumento sempre più inefficace per gli scopi di Renzi: i democratici hanno perso le regionali, le amministrative, il referendum costituzionale. Per questo, non mi stupirei se Renzi decidesse di rottamare il suo partito, proponendo nel prossimo Congresso una specie di “rifondazione” che lo renda la docile macchina da campagna elettorale che il suo leader ha sempre sognato

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  2. beniamino-tiburzio 4 anni fa

    La caduta del muro di Berlino ha lasciato solo in Italia un partito comunista, nella forma e nella sostanza, ancora in piedi. Tanto da esprimere capi di governo e, addirittura, capo di stato. Con Renzi l’ unicità e contraddittorietà della situazione italiana è ( finalmente ) venuta meno. Si tratta ora di CREARE un nuovo sistema politico. Con Salvini, Grillo e compagnia il nuovo sistema non sarà creato. Il corpo elettorale è inquieto e non ancora capisce. Lo stesso corpo elettorale potrà risolvere il problema, usando l’ arma del non voto come
    grimaldello sanamente eversivo. Si tratta solo di individuare a quale livello di non voto il grimaldello aprirà la cassaforte. I grillisti, nati come protestatari, hanno fallito. Quando gli attuali elettori del comico ingrosseranno il partito del non voto la trappola scatterà. Allora sorgeranno altri problemi : occorrerà vedere se la corsa per salire sul carro del potere produrrà la selezione di buoni, nuovi uomini politici.

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