Renzi, invece che ai Clouseau del Pd, le carte le faccia leggere a Coppi

31 Luglio 2015

Per dire che il Partito Democratico le carte sulla richiesta di arresto di un parlamentare le legge, le valuta, le pesa e le ripesa e poi decide secondo coscienza, Matteo Renzi ammette candidamente di non aver degnato di uno sguardo quelle su  Azzollini ma di essersi fidato, per esempio, di ciò che sull’argomento ha scritto Pietro Ichino. La sincerità un po’ ingenua un po’ sbruffona del Premier, rivelata nel corso di una conferenza stampa post Consiglio dei Ministri, mette sempre di buon umore perchè sposta la politica, che generalmente si pensa ponderosa, ultrastrutturata, inaccessibile per i comuni mortali, a livello anche dei meno attrezzati. Questa, che è certamente una dote comunicativa, alle volte può apparire come una semplificazione decisamente non all’altezza di certi contenuti e la richiesta di arresto di un deputato della Repubblica è sicuramente uno dei contenuti più alti.

Rimane ancora del tutto oscuro il processo politico, interno al partito, con cui il Pd giunge a una qualunque conclusione rispetto al possibile arresto di un parlamentare. Naturalmente Renzi si è giocato la carta degli affetti, quando ha ricordato, senza citarne il nome, il caso di Fracantonio Genovese, che venne consegnato al gabbio dai suoi stessi colleghi. “Se lo abbiamo fatto per uno dei nostri, figuriamoci per qualcuno che non è del nostro partito”, con ciò sgombrando il campo dalle malizie secondo cui si butterebbe la chiave a seconda delle convenienze politiche. Noi, le carte le leggiamo, ha insistito il premier. Ma verrebbe da dirgli: perchè e per che cosa, e con quale obiettivo? La richiesta di arresto di un parlamentare è cosa troppo seria per opporre una pseudo-conoscenza degli atti. Da questo punto di vista, Renzi non ha rassicurato sulla capacità del Partito Democratico di decrittare coscienziosamente e, soprattutto, con cognizione professionale, atti giudiziari in genere molto, molto, complessi.

Renzi ci dice: mi sono fidato di Pietro Ichino. E quindi, basta questo? Ma soprattutto: perchè, a quale titolo? Naturalmente anche noi abbiamo letto ciò che ha scritto il noto giuslavorista sulla vicenda Azzollini e invitiamo anche i lettori a farlo. La lettura degli argomenti di Ichino ci ha messo decisamente di buon umore essendo un impasto tra Clouseau, Pantera Rosa, Geronimo Stilton e Tenente Sheridan. Insomma, il prof si è messo in qualcosa più grande di lui, facendo, da novello investigatore, le pulci ora qui ora là e smarrendo decisamente la bussola, che poi è quella che con estrema lucidità ha dettato una persona che ha dedicato buona parte della vita a questi argomenti: Luigi Manconi.

Il quale arriva sì alle stesse conclusioni di Ichino  ma da una prospettiva totalmente diversa, l’unica di vera pertinenza parlamentare: ci sono o non ci sono le tre condizioni per arrestare un parlamentare (ma anche qualunque cittadino) e cioè pericolo di fuga, possibile reiterazione del reato e inquinamento delle prove? Se ne esiste anche solo una, si dirà sì all’arresto, e solo se mancano tutte e tre si dirà no. Manconi ha ritenuto dunque che non ci fossero i presupposti per una richietsa di custodia cautelare. Questa e solo questa è la prospettiva che tocca al parlamentare, non l’improbabile trasformazione in esegeta di atti giudiziari, che naturalmente ognuno potrebbe valutare a seconda delle proprie sensibilità.

Il Partito Democratico ha una via per rendere più credibili le sue scelte. Affidarsi a un nucleo di persone professionalmente capaci, non per forza di cose politicamente affini ma acclaratamente riconosciute come tali. Perché non mettere insieme per esempio Pietro Calvi e Franco Coppi, più altre personalità mirate? Questa ristretta cerchia di persone potrebbe esaminare i faldoni in maniera alta e responsabile e alla fine dare un suo parere tecnico, ovviamente non vincolante. Sulla base di questo lavoro, il Partito Democratico alla fine potrebbe scegliere una via con più serenità d’animo. Senza naturalmente scartare la via, sempre nobile, se nobili sono gli obiettivi, della ben nota “libertà di coscienza”.

Ma dire pubblicamente: io non ho letto una mazza, ma mi sono fidato di Ichino o di Zanda, questo non è serio, caro Matteo Renzi.

TAG: Antonio Azzolini, franco coppi, Matteo Renzi, pietro calvi
CAT: Partiti e politici

4 Commenti

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  1. daniele-muritano 5 anni fa

    Mancini sbaglia, e di grosso, perché non spetta certo al Parlamento decidere se ci sono i presupposti per la custodia cautelare, altrimenti esso svolgerebbe funzioni giudiziarie che non gli competono. Il Parlamento deve solo decidere se c’è fumus persecutionis. Punto.

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    1. michele.fusco 5 anni fa

      Gentile Muritano, in realtà la letteratura sull’argomento potrebbe acqua al mulino di Manconi (http://www.lagoeilfilonline.it/fumus-persecutionis-un-libro-di-giampiero-buonomo-ci-spiega-come-individuarlo/), ma se lei ha il buon cuore di leggere la nota con cui Ichino spiega perché ha votato no all’arresto, lei noterà che entra a piedi giunti nelle pieghe degli atti processuali, altroché se svolge funzioni giudiziarie. Il fumus, dunque, in volgare “accanimento”, deve valutare esclusivamente quelle tre condizioni.
      Un saluto, mf.

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      1. michele.fusco 5 anni fa

        Anch’io ho scritto male, per solidarietà. Non potrebbe, ma “porterebbe”.
        Grazie, mf

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  2. daniele-muritano 5 anni fa

    Chiedo scusa, volevo scrivere “Manconi”

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