Salvini arringa il popolo dal Senato, ma in aula nasce una nuova maggioranza

13 agosto 2019

Pd, Cinque Stelle, Leu, autonomie. E responsabili vari, ancora da individuare. Tra i 162 e i 175, il numero preciso lo vedremo tra un po’.
È il numero di oggi e, con ogni probabilità, il numero da cui ripartire domani. Non era solo un voto sul calendario della crisi, su quando si dovesse portare in Senato la sfiducia al governo Conte, ma era un voto sul futuro della legislatura. Questo lo diciamo subito, anche per chiarire subito gli elementi di distanza tra i rituali della vecchia politica – da tutti stigmatizzati, e da Salvini ovviamente più di tutti – e il sentire comune del paese. A cui nessuno ha spiegato con abbastanza chiarezza che il voto sul calendario in realtà era il voto sul futuro della legislatura, e sull’ipotesi di un futuro governo figlio di una nuova, inedita maggioranza in questa legislatura.

Alla fine di un dibattito acceso, interrotto continuamente da ululati e grida, il dato politico è semplice, ed è in fondo il dato – certificato dal percorso istituzionale richiesto – che giustamente pretendeva Sergio Mattarella per non dover certificare che la legislatura era finita. Un nuovo embrione di maggioranza c’è, ed è da questa tela che uscirà – faticosamente, ma uscirà – anche un nuovo governo.

All’inizio del dibattito lo sanno tutti, che la palla cadrà lì. Lo sanno e si capisce da ciò che dicono e da ciò che evitano di dire. Lo sa Matteo Salvini, l’ovvio protagonista del tardo pomeriggio agostano di Roma, che bombarda per tutto il tempo l’anello debole della catena, il suo dirimpettaio e senatore Matteo Renzi. È la pietra dello scandalo, l’uomo più indigeribile per il Movimento 5 Stelle, quello che già si è confrontato con l’esperienza del governo e ne è uscito massacrato alle urne. “Umanamente lo capisco, lo sa che alle urne sarebbero dolori”. “La sua cura l’Italia la conosce, non la rimpiange”. Per non lasciare spazio al dubbio, rivendica di aver mosso “le ruspe sulle ville dei Casamonica assieme al presidente Zingaretti, figuratevi se ho paura di voi”, dice ai senatori del Pd. Nè tantomeno può aver paura delle urne: “Perché io è dal 1993 che prendo i voti, dai tempi del consiglio comunale, mica comer qualcuno che è nato in Toscana ma per entrare in parlamento si fa paracadutare in Alto Adige, che non sa nemmeno dov’è”. La Boschi non merita nemmeno una menzione, nella retorica salviniana, ma evocarla serve: sempre per parlare agli ex alleati dei 5 stelle. Che saluta, alla fine, mentre dal Pd rumoreggiano: “Amici, pensateci bene se volete fare un’alleanza con questi”. E gioca la carta del taglio delle poltrone, la più cara agli alleati di ieri, cui farà opposizione domani: “Volete tagliare le poltrone? Volete davvero far saltare 345 parlamentari? (obiettivo a un passo, essendo la riforma costituzionale giunta ormai al terzo voto in aula, ndr). Benissimo, votiamola noi, noi due insieme, la settimana prossima, e poi dritti al voto”.

Da sinistra, sia il Pd con Marcucci che la senatrice De Petris di Leu, si buttano a corpo morto sul bersaglio grosso, quello di Salvini. È facile, lui i pretesti li dà sempre tutti, ed è conveniente, perché coi 5 stelle bisogna parlare del governo che verrà. Ma quando tocca a Patuanelli, capogruppo grillino, si capisce che non c’è più alcuna suspence. Rispedisce al mittente l’ultima avance avvelenata del ministro dell’interno dimissionario, spiegando che, ovviamente, per votare il taglio dei parlamentari serve un governo in carica, e quindi si aspetta che siano ritirate tutte le mozioni di sfiducia di matrice leghista a Conte. Ai compagni di avventura di domani riserva toni morbidi – “non stiamo facendo alcuna alleanza”: l’altra volta la formula fu contrattuale, questa volta vedremo – e conferma il voto per riunire il senato la prossima settimana, il 20. A dibattito finito, poi, interverrà su Facebook Luigi Di Maio, aprendo all’ipotesi di un immediato taglio dei parlamentari come prospettata da Salvini e aggiungendo il carico ulteriore del dimezzamento dello stipendio di parlamentari e senatori: il che sembra certificare che non se ne parlerà proprio.

Salvini esce dunque sconfitto nel Palazzo ma potrà rivendicare di essere l’unico che sente invece appieno il paese, che parla con lui, che davvero lo rappresenta. Difficile dire quanto potrà reggere questo gioco, e come e quanto – e se – i contraenti del governo di domani riusciranno davvero a non sembrare solo politici “attaccati alla poltrona col Vinavil” (sempre Salvini). Molto dipenderà dall’evoluzione della crisi, e da come, quando e con che profilo nascerà una nuova esperienza di governo. Una cosa è certa: la costituzione sta dalla parte di un tentativo di nuovo governo, ma altrettanto nessuna costituzione può proteggere un governo dalla politica. Vale a dire che o si cerca l’impresa – diremmo: il miracolo – di un governo solido, di prospettiva, di respiro, oppure tanto vale lasciar perdere. Per amor del paese: e anche per un po’ di amor proprio. Le due cose alla fine oggi coincidono: se una nuova maggioranza nascesse per uscire umiliata dall’esperienza di governo, ad avere le ossa rotte non sarebbero solo le forze politiche che l’hanno sostenuto ma anche, in definitiva, le istituzioni democratiche.

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CAT: Partiti e politici

3 Commenti

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  1. partodomani 2 settimane fa
    Salvini si conferma un perdente di successo. Per il resto, probabilmente hai ragione su tutto.
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  2. gabriele.catania 2 settimane fa
    giustissimo.
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  3. dionysos41 2 settimane fa
    Tutto giusto. Ma - e allora?
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