“Se taci sei complice!”. Quindi essere “solo” buoni cittadini non basta più?

27 Luglio 2018

Hai creduto sino a un minuto fa di essere un cittadino perbene, un buon cittadino, dai. Lo hai creduto perché gli altri te lo hanno fatto credere e in fondo, con un esame di coscienza periodico, te lo dicevi tu stesso. Nelle relazioni con gli altri, nel concetto di solidarietà, nel contribuire economicamente ai servizi sociali, nel rapporto con i figli, nella considerazione che hai degli altri, dei mondi nuovi che incombono, insomma quella cinghia di trasmissione virtuosa che farebbe di te una persona stimata all’interno della società. Credevi di esserti conquistato un tesoretto per la vecchiaia, a cui attingere nei momenti difficili. Invece, questo è il tempo dell’imbarazzo. Dei dubbi. Verso te stesso, soprattutto, perché altri, più organizzati, più coraggiosi?, certamente meno discreti di te, adesso ti chiedono una partecipazione diversa, più diretta, più esposta, una “discesa in campo” contro i cattivi. Ma non è una richiesta che ha la buona forma dell’educazione, per cui lasciarti libero di decidere. No. Se non scenderai in campo, con azioni chiare e parole adatte, sarai “complice” dei cattivi, dei razzisti. «Adesso, chi tace è complice», questo uno degli slogan più gettonati di questo scorcio di storia. «Oggi tacere significa dire: quello che sta accadendo in questo Paese mi sta bene», questa è la terribile conclusione a cui arriva Roberto Saviano nel suo ultimo appello. Da qui, la domanda che è lecito e persino giusto porsi: oggi, essere “solo” un buon cittadino, o quel che un tempo di intendeva per buon cittadino, non basta più?

Guardare indietro, a questi ultimi 25 anni, può forse servire a mettere a fuoco la nostra condizione umana. E capire come sono cambiati i linguaggi. Pensiamo alle mobilitazioni, che sono il centro del nostro discorso. La forza di Berlusconi, la sua politica, la sua disinvoltura, spinsero molti alla lotta. Furono anni molto duri, dilanianti, eppure, a ricordo di chi scrive, nessuno mai indicò un bivio morale di queste proporzioni, per cui dare sostanzialmente del vigliacco e del complice a chi, fisicamente, non partecipava. Molti riempirono le piazze con le loro bandiere, con parole, urla, scritti, girotondi e mille meravigliosi “Se non ora, quando?”, ma tantissimi, che pur condividevano, restarono a casa. Non vennero accusati di collaborazionismo. Fecero massa intellettuale. Questa mobilitazione dal basso, come sovente accade, visse di un felice disordine ma anche di una evidente sofferenza politica. Nessuno, tra i partiti, seppe trarre il molto di buono che pure c’era in quelle tante piazze. E come nacquero, quei movimenti poi si spensero. Eppure fu un arco di tempo lungo, un decennio quasi, sempre sotto lo stallone cattivo del Cavaliere, che rianimò i fasti del 2002 e di quei girotondi (“Con questi dirigenti non vinceremo mai”) grazie al suo attivismo olgettino che (ri)portò le donne a invadere le piazze al grido di «Se non ora, quando?». Pensate alla scelta dello slogan, significativamente ripreso da un grande romanzo. Alla fine c’è un punto interrogativo, splendida indicazione di confronto e non di imposizione, come invece accade con gli appelli di questo tempo.

Oggi la mobilitazione è apertamente richiesta. Questa volta il non condividere nulla del governo in campo, restando però in silenzio, non ti varrà più la patente comunque di buon cittadino. Dovrai fare i conti con una condizione nuova, indicata da chi è più esplicito di te, e forse anche più coraggioso, da chi sente che la disapprovazione deve prendere la forma compiuta di una dichiarazione pubblica, altrimenti non vale. Sono essi i Nuovi Maestri, che debbono indicare una strada salvifica, oppure soltanto stimolatori di coscienze un po’ addormentate? Sono evidentemente cambiati i linguaggi, decisamente trasformati rispetto al tempo berlusconiano. Vincono i linguaggi risolutivi, sia da parte del governo, sia da parte degli oppositori (e qui non parliamo dei partiti che sostanzialmente non esistono o sono percepiti come inesistenti), dove la forma sfumata, magari sarcastica, pungente, non ha più dignità di appartenenza. È difficile inserirsi in questi linguaggi per le persone moderate, che abbiano sempre battuto il terreno delle idee e del confronto, non hanno coordinate, sembrano smarrite. Sono smarrite. Sino al punto di mettere in discussione sé stessi. Non basta più essere “solo” buoni cittadini?

Ci si rivolge agli intellettuali come se gli intellettuali, come blocco sociale, esistessero ancora. È un errore di visione. Gli intellettuali certo che esistono, ma ognuno fa la sua giusta vita, dice le cose che crede opportune, scrive, pensa. Non ha la minima intenzione di federarsi contro qualcuno. Un tempo, i partiti tiravano le fila. Oggi non coordinano più nulla. Forse si deve resistere a Roberto Saviano, forse si deve continuare – ognuno per la sua parte – a essere buoni cittadini, che in un tempo gramo come questo è avere le orecchie tese, non cedere alle visioni più liquidatorie, tenersi qualche angolo di decenza umana. E partecipare a ciò che ci piace davvero e che nessuno ci impone. Questo blocco sociale può ancora fare molto.

TAG: matteo salvini, Roberto Saviano
CAT: Partiti e politici

3 Commenti

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  1. evoque 2 anni fa

    All’articolo, avrei voluto rispondere solo con questa frase di M.L. King: “Non temo le parole dei violenti, temo il silenzio dei giusti”. Però mi pare anche opportuno segnalare che l’intervento di Emma Bonino in parlamento è stato continuamente interrotto dai partiti di governo con urla, insulti volgarità e financo minacce….

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  2. mario-bosso 2 anni fa

    La Bonino quella che ha ammesso candidamente che il governo Renzi (anche da lei sosteno) ha scambiato con la UE migranti in cambio di deficit alias 80 euro?

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  3. evoque 2 anni fa

    mario-bosso Cavoli a merenda.

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