Un programma da 1945, ma “la durata del governo non è importante”

17 Febbraio 2021

Mario Draghi, come tutti si aspettavano, ha volato molto alto, soprattutto nel cielo delle ambizioni, disegnando un orizzonte così ampio da sembrare più quello di una rifondazione dello stato più che quello di una semplice azioni di governo. Un discorso – si sarebbe detto – di chi non è all’inizio di una legislatura di governo, ma di un intero ciclo politico, fatto di più legislature e di solide alleanze con l’intera macchina dello stato. Naturalmente, la prima parte del discorso e tutta la nervatura delle sue parole è rimasta solidamente ancorata alla lotta alla pandemia, alla necessità di accelerare il piano vaccinale senza costruire strutture ad hoc, alla promessa di informare i cittadini per tempo in caso di cambiamenti delle norme. ma i caratteri del governo cui pensa sono, chiaramente, quelli di chi pensa a costruire “il dopo”, il paese del “dopo pandemia”. Quando finirà, “perché finirà”. Prima di guardare, succintamente, alle questioni che paiono centrali tra quelle elencate dal Presidente del Consiglio, pare però opportuno segnare con un asterisco una nota metodologica che tutto permea, ed è contenuta in queste parole.

“La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve ma ciò non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti. Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo. Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione.”

Lo ha detto nella prima parte del discorso, quella dedicata ai valori su cui si fondano i progammi più che ai “dettagli”, nei quali è entrato dopo. Ha prevenuto, con queste parole, l’obiezione ovvia di chi avrebbe potuto dire che un programma così vasto ha bisogno di ben altri tempi, rispetto ai due anni che separano dalla fine della legislatura o, peggio, ai dodici mesi scarsi che mancano alla prossima elezione del presidente della Repubblica. Sempre al campo della metodologia, appartiene la notazione per cui quello che nasce, nelle parole di chi lo presiede, è un governo “senza aggettivo”. Non tecnico, non politico, non di destra, non di sinistra. Un governo di ricostruzione che ha bisogno di tutto il parlamento, dirà alla fine, dopo essere stato attento a delineare più orizzonti in cui tutti possono riconoscersi che non passaggi che aprano breccie e occasioni di rottura. Tra i pochi punti divisivi, lo scontato riferimento all’irreversibilità di Europa ed euro (blanda tirata di orecchie al Salvini escatologico di ieri, che ricordava di come irreversibile sia solo la morte) e l’assenza di ogni riferimento all’utilizzo del MES, nonchè alla riforma del processo penale e della prescrizione votata durante il Conte II e cavallo di battaglia dei 5 Stelle, che invece trova fieri oppositori nel centrodestra e ancora in Italia Viva.

Per il resto, e ovviamente per il momento, gli orizzonti tratteggiati da Draghi sono ampi, e al momento non in grado di far capire dove esattamente vuole portare la nave, in questa navigazione apparentemente breve e certo tempestosa per le condizioni del mare, anche potendo immaginare che la ciurma sia del tutto compatta. È vero, ha spiegato che è finito il tempo degli aiuti a pioggia ed inizia invece quello delle scelte. Fa riferimento, come cesura dolorosa, a quando sarà revocato il blocco dei licenziamenti e spiega che compito della politica è scegliere chi aiutare di più a camminare verso il futuro, perché ha più futuro per sè e per gli altri, ma ovviamente non dice dove la mano dello stato sarà sostegno e quando invece si allargherà nel segno di chi lascia che ciò che deve succedere succeda, benchè doloroso. Parla a lungo di transizione ambientale, e di sostenibilità, legandola in maniera interessante alle preoccupazioni per il turismo. È vero che vale il 14% del Pil, è vero altrettanto che distruggere in nome del turismo un paese non ci lascerà a lungo in possesso della nostra miniera.

Un capitolo lungo e importante, ovviamente, è dedicato al NextGenerationUe e al recovery plan. Conferma le linee guida scelte dal precedente governo, che a più riprese ringrazia per il lavoro svolto, ma aggiunge che obiettivi e orizzonti saranno ripensati. Molto significativo il riferimento agli equilibri di bilancio pubblico, quando parla della parte di prestiti. Come a dire: i soldi ci servono, ma di debito ne abbiamo già abbastanza, quindi non diamo per scontato che prenderemo la parte a prestito, o, quantomeno, che la prenderemo tutta. Probabilmente nella stessa direzione va la mancata menzione di ogni ipotesi di ricorso al MES, proprio uno dei grimaldelli utilizzati contro Conte da Renzi e Italia Viva per far saltare il banco.

Sul piano delle riforme che servono, indispensabili, Draghi fa due nomi, che in Italia sono l’araba fenice di ogni inediamento. La riforma complessiva del fisco, e quella della Pa. Sulla prima, il presidente del Consiglio è a casa e di vede, si sente. Cita modelli scandinavi e padri nobili, come Visentini, e dà l’impressione di puntare molto su questo tavolo per portare a casa una riforma complessiva che confermi la progressività prevista dalla costituzione e tenga conto dei cambiamenti sociali ed economici di questi decenni, nonchè dei drammi sociali della pandemia. Affianco alla riforma del fisco, parla di riformare la Pubblica Amministrazione in maniera radicale, valorizzando le capacità di resilienza mostrate durante la pandemia. Interessanti i riferimenti alla scuola, nei quali valorizza più volte il bisogno di ridare centralità agli istituti tecnici. Scontato il riferimento alla parità di genere, anche dopo le polemiche dei giorni scorsi, meno l’esplicito rifiuto del “farisaico” ricorso alle quote rosa. Infine, su migrazioni e diritto d’asilo, una forte spinta a rinegoziare con l’Europa le regole per una maggior condivisione della solidarietà nella condivisione dei compiti tra i paesi di primo approdo dei migranti e tutti gli altri. Al Salvini che stava digerendo l’irreversibilità dell’euro, sicuramente non sarà dispiaciuto.

Questo, in estrema sintesi e sicuramente dimenticando qualcosa, l’ampio affresco disegnato da Draghi. Presto per capire poi cosa davvero ci sarà dentro, nelle singole stanze affidate alla sua progettazione. Non è presto, invece, per chiedersi se, dato il contesto, l’equilibrio politico ampio e proprio per questo paradossalmente fragile, non ci sia ancora una volta il rischio di caricare il tavolo delle aspettative di sogni, destinati a rimanere tali nella breve (o brevissima) vita che resta davanti a questa legislatura. Non ci resta che sperare per il meglio, e che le forze politiche davero si impegnino. E poi non ci resta che attendere. Dopo tutto, appunto, si tratta di un’attesa breve. Se sarà l’ennesimo libro dei sogni, o l’inizio di una nuova Italia, già più volte promessa e poi archiviato, lo capiremo davvero in fretta.

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CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. harlaw 2 mesi fa

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