Altro che “secolo breve”: il 900 dei comunisti italiani finisce nel 2014

27 Novembre 2014

La storia della sinistra è piena di scissioni. La più importante fu quella del  ‘21 quando un gruppo di socialisti accettò il diktat di Lenin e aderì al progetto comunista. In quella scissione, capeggiata allora da Amadeo Bordiga, leader particolarmente settario e schematico (che oggi ha molti inconsapevoli seguaci), grande ruolo ebbe Antonio Gramsci, e con lui Palmiro Togliatti.

Se teniamo d’occhio le scissioni importanti, va citata quella di palazzo Barberini del ‘ 47 quando Giuseppe Saragat si staccò da Nenni in nome della scelta occidentale  e contenstanto il filo-sovietismo della maggioranza del Psi. C’è poi quella del ‘64 quando un gruppo eterogeneo, azionisti come Vittorio Foa, luxemburghiani come Lelio Basso, operaisti di varia origine e “carristi”, cioè seguaci dell’Urss che avevano sostenuto l’invasione dell’Ungheria, come Tullio Vecchietti e  Dario Valori dettero vita al più confuso e divertente partito socialista, chiamato di “Unità proletaria”, in cui fu dirigente giovanile anche Mauro Rostagno.

Il Pci conobbe piccole scissioni. Magnani e Cuicchi due dirigenti emiliani furono espulsi per eccesso di riformismo, molti se ne andarono dopo il ‘56 ungherese come Antonio Giolitti. La vera scissione fu quella  del “Manifesto” quando un gruppo di ex ingraiani, fra cui personalità del calibro di Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Lucio Magri, lasciò il partito, e ne venne radiato, rivendicando un diritto al dissenso e un anti-sovietismo a cui seguirà un innamoramento per la rivoluzione culturale di Mao che procurò morti e disastri in Cina.

Il Pci ebbe molte micro-scissioni soprattutto dopo il ’68 quando la sua sinistra si affollò di gruppi e partitini di varia ispirazione, alcuni armati. Il Psi invece dopo la scissione del Psiup e  con l’avvento di Craxi non ebbe scissioni organizzate significative. La sinistra italiana è sempre stata, dunque, divisa in due massimo tre componenti, e ciascuna di queste aveva al suo interno altre correnti e persino altri progetti.

Era questa la sinistra italiana. Nell’insieme un corpaccione democratico con un’ala rivoluzionaria, operaista e non di governo, e un’ala che aspirava a partecipate alla guida della cosa pubblica, molto, molto moderata ( fu Berlinguer a coniare la definizione che bisognasse essere un po’ rivoluzionari e un po’ conservatori).  Il loro tratto d’unione era la programmazione, cioè l’idea che tutto dovesse passare dallo stato. Era nel suo insieme una sinistra anti-capitalista, terzo-mondista e anti-americana.

L’89 cambia tutto. Mi dispiace per i craxiani, ma la data della svolta non è l’ascesa del leader milanese con i suoi strappi, la scala mobile, Sigonella, la disinvoltura nella raccolta di fondi, ma la nascita di un partito post comunista da una comunità di gente viva e militante, già divisa per correnti (ingraiani, amendoliani, cossuttiani e soprattutto berlingueriani) che improvvisamente non trova casa, non ha più un passato ed è diretta da un leader fantasioso come Achille Occhetto che decanta un “nuovo inizio” senza spiegare qual è.

Nello stesso periodo la crisi del ’92 sfrantuma la Dc, seleziona una parte che andrà con Berlusconi e un’altra che sceglierà la sinistra. Nessuna delle due componenti ha un passato da trasferire perché la Dc esiste culturalmente e politicamente solo come grande partito di massa. Spaccata non ha eredi.

Non accade la stessa cosa al Pci. Qui c’è una componente, che si auto-definisce riformista, che fa del cripto-liberismo una guida e che vuole dialogare con i popolari ex dc fino ad accettarne la guida con Romano Prodi e dall’altro lato rifiuta la demonizzazione del vincitore che si affaccia sulla scena, cioè Berlusconi. Cresce, però,  anche una componente più radicale, diretta dall’esterno  spesso da gente di destra come Travaglio o esponenti della grande impresa come Furio Colombo che dà a questa sinistra una torsione “robesperriana” che ne condizionerà la vita successiva. Sarà il primo caso nel mondo in cui la destra dirige la sinistra dei movimenti.

Il Pd  avrebbe dovuto produrre la “reductio ad unum” di tutto questo casino. Visibilmente non c’è riuscito e nel fallimento ha dilapidato tutti i residui culturali trasferiti dal passato. Alcuni li ha dilapidati perché il suo nuovo leader si è mosso come un leader croato dopo l’autonomia, cioè ha iniziato la caccia ai comunisti. Un ustascia di casa nostra. Oggi il Pd è un partito diviso, che forse si spaccherà, in cui una parte difende i valori della sinistra ma non sa quali siano e retrocede al pan-sindacalismo, un’altra si proclama blairiana ma rischia di finire seguace di Oscar Giannino (sia detto con simpatia e rispetto). La conclusione è che questo 2014 è la Bolognina della sinistra intera. Quella vera portò in salvo il grosso dell’esercito, questa lo manda casa. Non è poco.

 

TAG: achille occhetto, dc, Matteo Renzi, pci, Pd, sinistra italiana
CAT: Partiti e politici, Politica

Un commento

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  1. Alberto Biraghi 6 anni fa
    Caldarola. Un residuato per tutte le stagioni. Spalmato sui potenti pro domo sua per una vita, protagonista dello scempio finale de l'Unità, causato dalle lotte tra leader scadenti cui è sempre stato prono. Ormai fuori dai giochi, ma garantito da una cospicua pensione e vari privilegi residui, sputa sereno nella scodella in cui ha banchettato per mezzo secolo. Come da copione.
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