Alzati da quell’amaca! Michele Serra e il referendum

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17 Ottobre 2016

Ipotesi sperimentale: c’è uno Stato distopico. Un posto che richiede un po’ di impegno immaginativo. Immaginiamo un luogo nel quale i cittadini siano completamente avulsi, estranei ad ogni conoscenza, anche solo abbozzata, dei meccanismi finanziari, economici e costituzionali, sociali ed ambientali. Siano perciò indifferenti e nello stesso tempo indifesi. Immaginiamo che in questo Stato (e pietoso stato) questi topolini da laboratorio cerchino solo lo zucchero, cerchino un tubicino che goccioli una narrazione scritta apposta per loro, si nutrano insomma di pura demagogia. In questo Stato, la topolina di Voghera sceglierà lo zucchero integrale, il sorcione di Trento quello raffinato, la cavia di Milano invece seguirà un primordiale istinto, ed il fiuto la porterà verso l’irresistibile profumo delle cozze ammuffite col fez.

In questo mondo puramente immaginario ed ipotetico, ci sarebbero solo due tipi di creature; i pensatori col camice bianco ed i sorci da laboratorio. La composizione della melodia di fondo, il melange di sapori, il dosaggio degli ingredienti, la sostanza insomma, verrebbe decisa dai soli pensatori, dai demiurghi, mentre il consumo di ciascuno di questi sottoprodotti sarebbe pertinenza delle cavie. Ma c’è un ultimo dettaglio che rende assolutamente interessante questo mondo immaginario. Per una contorsione ideologica derivante da vetuste e balzane teorie egualitarie, avviene che l’infinito popolo dei sorci abbia il potere ogni quattro anni di decidere il futuro dell’intero microcosmo. Infatti i sorci possono votare, scegliendo ovviamente in base ai propri gusti. Capiterebbe così, in questo Stato immaginario, che ai pensatori tocchi, certo solo in rari periodi molto convulsi, il difficile compito di farsi rieleggere, somministrando debitamente alla plebaglia, tramite i soliti gocciolatoi, ogni sorta di porcheria, un mix sapientemente dosato di Nulla, e che nulla avrebbe a che fare con la reale complessità dell’amministrazione del piccolo mondo, ma in grado di direzionare, con trucchi retorici, i voti dei topolini. I topolini infatti non conoscono per niente il funzionamento del laboratorio, ne sono estranei, lo sappiamo, vivono in un luogo del quale conoscono solo anonimi labirinti.

 

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Il rito elettorale, in questo paese ipotetico, è l’unico elemento dissonante. Pur non capendo infatti cosa votano, le cavie effettivamente decidono il loro destino, rieleggono i pensatori, li scelgono. E lo fanno, guidate solo da gusti assolutamente inadeguati e incoerenti rispetto alla reale dimensione dei problemi sui quali delegano tale rappresentanza. L’abile lavorio dei pensatori starebbe proprio nel convertire in sapori spendibili nel mercato elettorale qualcosa che per sua natura invece non ha niente a che fare col mondo dei sapori. Sta nel fornire, anzi costruire a tavolino, delle narrazioni, delle sintesi spiazzanti, storie di fantasia, sistematicamente tradite dalla dura realtà dei fatti.

La competizione elettorale tra pensatori si ridurrebbe perciò a questo: come infilare difficili scelte strategiche, magari identiche, dentro pasticche diversamente colorate, come produrre consenso privo di consequenzialità, come creare odori che sembrino nuovi, che condizionino strade, che poi portano a luoghi, con tutt’altri aromi. In una società simile, prevarrebbero, alla lunga, ovviamente, i somministratori di intrugli sapidi, magari dannosi per la salute, ma saporiti. Questi pensatori sdolcinati facilmente vincerebbero le elezioni. L’arte del “come te la racconto” prevarrebbe senz’altro sul “cosa faremo veramente domani”, perché il “cosa faremo” rimane estraneo, superiore, infinitamente oltre ogni possibile orizzonte conoscitivo delle cavie da laboratorio. Come diceva uno dei più influenti pubblicitari del novecento, Edward Bernays, nel suo saggio “Propaganda” del 1928, “Noi siamo in gran parte governati da uomini di cui ignoriamo tutto, ma che sono in grado di plasmare la nostra mentalità, orientare i nostri gusti, suggerirci cosa pensare.” 

 

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In questo mondo puramente ipotetico, Michele Serra scriverebbe esattamente ciò che scrive oggi. Scriverebbe cioè che la casalinga di Voghera non può scegliere la natura costituzionale dello Stato in cui vive, perché una cosa del genere a lei, direttamente, non interessa; e se invece le interessa, in pura ed astrusa ipotesi, questo costituisce un caso fortuito, il raro caso d’un topolino che ha scavalcato la transenna; mentre la norma dice che, nella sostanza, la casalinga è e rimarrà per sempre estranea alle conseguenze del suo voto. Il referendum, istituto che fa scegliere tra due assetti costituzionali dello Stato non è alla portata dei topi che abitano lo Stato, né mai potrà esserlo. E questo sebbene la forma di Stato del piccolo laboratorio sia stata il frutto di uno storico referendum istituzionale, e sebbene pure la stessa Costituzione della Repubblica dei topi sia stata il frutto di una precisa consultazione elettiva ad hoc, dove i topi erano chiamati non ad eleggere generici rappresentanti, bensì costituenti. Serra oggi sentenzia che basta, è arrivata l’ora di chiudere con questa faccenda.
Quando i topolini infatti, il 4 dicembre 2016, prevedibilmente -e sbagliando- sceglieranno inconsapevolmente il croissant, così facendo, questi ingrati, manderanno a casa il governo di Fonzi. I topi vanno privati, per il bene del laboratorio tutto, di questa delirante prassi del voto referendario. “Abbasso il referendum” concluderebbe Michele Serra.
Poi si, certo, nel resto dei casi, essi scelgano pure, scelgano ogni tanto, opzionino tra il dolce e il salato, perché quella scelta innocente è alla loro portata, e poi in fin dei conti è senza conseguenze. Ma non scelgano che questo. Il resto spetta ai manovratori.

 

 

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Leggere, in trama, un portato reazionario nelle parole di Serra non è ipotesi retorica. La scuola stalinista diffidava sommamente del popolo. Il popolo, in quell’immaginario elitistico (traghettato così bene ai giorni nostri da quest’amacato epigone) è una pura massa da dirigere, un immaginario da coartare, un gregge a cui spesso abbaiare. L’inerzia del popolo si vince solo con la propaganda, ed il leader, che ne incarna le forme sintetiche, certo per il bene del popolo, ne deve poter gestire con sicurezza le redini ultime. Perché il leader “vince” le elezioni, che gli offrono in dono lo Stato per i prossimi anni. “Poche balle”, è solo l’identificazione dell’idea col leader che fa quella differenza, che poi è l’unica sostanziale. Tutto il resto, tutta la gestione del resto, e’ solo una ricaduta di questo, e sarà poi compito dei valletti del leader, in camice bianco, di gestire il funzionamento della macchina nel quotidiano. Kim Jong controlla che le stoffe siano setose, mentre i marescialli prendono appunti, segue foto.

 

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Il leader verifica le forme anatomiche dei panini.

 

Dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri, per fortuna, l’immaginario sociale è cambiato. Queste panzane protostaliniste sono defunte, tranne in qualche trafiletto sbiadito e nelle piccole patrie dal dirigismo a vapore. Quando Mario Bettoli, vecchio partigiano del pordenonese, nel 2010 mi rilascio’ un intervista, su questo punto, come su altri, fu molto chiaro:

“Noi si insegnava e imparava lassù in montagna, ogni aspetto della vita civile. Gran parte del nostro tempo non era dedito alla lucidatura dei fucili, come potresti immaginare tu, ma era nella formazione d’un uomo nuovo, era impegnata nel superamento di quell’insulso codismo del cittadino abulico, tipico sottoprodotto dal fascismo. Volevamo essere protagonisti, non più servi. Laddove il fascismo ci aveva ‘formato’ alla passività, al plebiscito, volevamo tessere un nuovo protagonismo, anche e sopratutto conoscitivo. Si insegnava perciò dalla filosofia alla storia, dalla matematica all’economia, a noi, semplici figli di contadini. Iniziavamo così a toglierci dalla passività, già lassù…”

Ed è questo il compito, oggi, ancora. Perché se mai sapremo come funziona, sapremo mai delegare bene. Diversamente delegheremo a gusti, a senso comune, come cavie da laboratorio. Delegheremo per fedeltà a prescindere, per colori di pillole. Voteremo un nuovo assetto dello Stato pensando magari ai fianchi della Boschi o alla bruttezza degli amici di d’Alema, come topi in labirinto. Sceglieremo alle elezioni solo facce suadenti, narrazioni da venditori di calzini al mercato, come i bimbi che scelgono, quando i gusti sono ancora immaturi, quel tal hamburger dopato dal mcintruglio. La soluzione di Serra, chiamiamola l’effetto Serra, è toglierci questa scelta. La soluzione del mio amico Mario, ed il motivo che lo ha portato a combattere sui monti, era darcela invece questa scelta, e magari renderla pienamente consapevole (che poi sarebbe il compito degli intellettuali che non dormono sull’amaca).  Una scelta, per la prima volta nella storia, anche agli umili. E studiare, noi.

 

E poi infine Bettoli mi disse..
“e adesso lasciami stare, togliti dalle balle,
che go da darghe el verde aea vigna”
… Già.. ganzo il Bettoli.

TAG: amaca, costituzione, distopia, Fonzi, giornalismo, michele serra, referendum, sistemi elettorali
CAT: Partiti e politici, Scienze sociali

3 Commenti

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  1. evoque 4 anni fa

    Sì, certo, nel regno di utopia! Ha ragione Serra: ci sono questioni molto importanti che non sono facilmente comprensibili, se non a grandi linee, ai più. E dunque che si fa? In attesa che il popolo sia in grado di comprendere non si fanno riforme importanti? Si aspetta che il mitico popolo esca dalla sua condizione infantile (e di tifoso) e si blocca la modernizzazione di uno Stato? Il Parlamento che ci starebbe a fare se su ogni legge si intraprendessero le vie del referendum?
    Si suppone che chi sta in parlamento abbia competenze mediamente superiori a quelle del mitico popolo per decidere sul funzionamento dello Stato. Del resto la nostra Costituzione tanto mitizzata, a parole, ma pochissimo letta e capita pone dei limiti alla sovranità del mitico popolo, all’art. 1 dice infatti tra l’altro che: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione (questo di sicuro non piacerebbe ai populisti e ali loro seguaci se solo conoscessero la Costituzione). In più, sempre la Costituzione italiana all’art. 75 recita: non è ammesso il “referendum” per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare i trattati internazionali. Dunque? Anche i costituenti avevano qualche dubbio sulla capacità del miticissimo popolo a decidere su questioni molto complesse come i trattati internazionali…

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    1. giancarlo-ghigi 4 anni fa

      La modernizzazione dello Stato è ahinoi una faccenda che ha ricadute sul popolo. Sappiamo entrambi che una ‘modernizzazione’ potrebbe essere tale quanto essere una truffa, ed in entrambi i casi le ricadute riguardano direttamente il popolo. Come pensare, senza tornare al Machiavelli, che si possa (sulla natura stessa dell’assetto costitutivo) prescindere da una consultazione? Ed infatti sulle revisioni della Costituzione i costituenti lo scrissero con chiarezza all’art.138: “Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare [cfr. art. 87 c.6] quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.”. Questo serviva e serve tutt’ora ad arginare un possibile dispotismo governativo (si veda l’ascesa del fascismo o il tentativo di revisione di Berlusconi vinto da un referendum). Altra cosa sono invece le leggi di bilancio ed i commi da lei citati all’art. 75.
      In realtà qui si sta mettendo in discussione un criterio più profondo, ovvero la presenza o meno di istituti di democrazia diretta, istituti previsti nel nostro ordinamento nel 1948 e che fin da allora un ceto di faccendieri ha sempre vissuto con infinita ostilità. Comunque su una cosa sono d’accordo con lei, la Costituzione va letta. Non va mitizzata, ma va letta. E prevede appunto il referendum sulle leggi costituzionali.
      La Costituzione stessa è il frutto di una situazione sociale, storica e politica segnata da una grande ed attiva partecipazione popolare, che seguiva un periodo buio, una situazione di passivizzazione totalitaria, di segno opposto, accentrativo. Oggi, appare evidente, le tendenze centripete, le tendenze al Principato sono invece in pericolosa ascesa.

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      1. evoque 4 anni fa

        Due sole osservazioni: per stabilire, senza ombra di dubbio, se una riforma è buona o no, occorre prima che la riforma stessa entri in vigore, venga applicata. Bocciarla a priori sembra un qualcosa attinente più che al ragionamento al pre-giudizio; l’istituto del referendum è previsto dalla Costituzione con delle importanti limitazioni. Che io convidio. Perché mai io dovrei soggiacere al giudizio di qualcuno che vota con la pancia piuttosto che con la testa? E che questo sia il caso della riforma oggetto di consultazione referendaria lo si evince dai tanti post che si possono leggere sul web. Il popolo non ha sempre ragione. Lo dicono, barando, nelle cosiddette democrazie popolari (Corea del Nord, Cina…). E sappiamo come funzionano.

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