La riforma della giustizia a confronto col sorteggio accademico

Giustizia

La riforma della giustizia e l’uso clientelare dell’università

In università il sorteggio esiste già. Una riforma con l’obiettivo di organi di governo della giustizia terzi e imparziali avrebbe usato, per tutti i membri una regola semplice: ci si candida e si viene sorteggiati. Che tutti i professori di diritto si candidino se vince il sì

19 Marzo 2026

La riforma della giustizia incrocia quella dell’università in due modi. Il primo, evidente, è che uno dei requisiti per essere inclusi, su scelta della politica, nella lista dei candidati “non togati” degli organi di controllo previsti dalla nuova riforma è essere “professore ordinario di materie giuridiche”. Il secondo è che nell’università si usa già il sorteggio per comporre alcuni organi decisionali, soprattutto quelli che decidono della valutazione della ricerca, della didattica e delle progressioni di carriera (abilitazione nazionale), con la differenza che qui l’inclusione nella lista dei sorteggiabili dipende esclusivamente dalla volontà (e merito) di coloro che a questa lista si iscrivono. Per questo, un punto di vista da chi vive nell’università potrebbe essere di qualche utilità a chi vuole votare al referendum per capire la differenza di come è fatto il sorteggio dei “non togati” nella riforma e di come avrebbe potuto essere fatto per garantire organi di controllo effettivamente terzi e imparziali.

Oggi nell’università riceviamo di tanto in tanto la richiesta di dare la nostra disponibilità a fare parte di organi nazionali di valutazione. Un esempio è la commissione di abilitazione scientifica nazionale (ASN, che pare la Ministra Bernini si accinga a cestinare). Un altro è la commissione per la valutazione della ricerca (VQR) a livello individuale e di dipartimento. Per dare la disponibilità bisogna superare dei requisiti di merito (in termini di pubblicazioni scientifiche) chiamati mediane. Si discute molto sulla affidabilità di queste misure di merito, ma quello che vale qui rilevare è che un requisito di merito, oltre a ricoprire la carica di professore ordinario, esiste, ed è richiesto ai “pari” dei sorteggiabili, gli unici che possono darlo. Se si dà la disponibilità a far parte di questi organi poi si può venire sorteggiati. L’incentivo, spesso insufficiente rispetto alla mole di lavoro, è una riduzione del carico didattico.

Nulla di tutto questo è previsto, come criterio di scelta, nella lista di nomina politica prevista dalla riforma della giustizia. Questo è il segno inequivocabile dell’intento della riforma. Una riforma con l’intento di migliorare l’organizzazione della giustizia sarebbe partita da una regola semplice: la quota  “laica” viene estratta tra tutti i professori universitari che si candidano al sorteggio (come succede in università). La stessa regola avrebbe dovuto valere per l’altra categoria, gli avvocati. In questo modo la politica avrebbe fatto un passo indietro dal mondo della giustizia, lasciando alla magistratura di fare i passi indietro necessari dal campo della politica.

Se la logica non è un’opinione, la scelta della candidatura dei sorteggiabili da parte della politica ha un significato univoco: il controllo politico della magistratura attraverso l’uso clientelare dell’università. Per questo mi chiedo, e chiedo ai miei colleghi di università, che in caso di vittoria del sì il corpo dei professori universitari di diritto reagisca. E c’è un modo semplice e diretto per farlo: che si candidino tutti. E che l’università eserciti una valutazione culturale e morale su coloro che verranno scelti dalla politica. Anche l’università, non solo la magistratura, ha una dignità da difendere.

E’ vero che c’è molto poca logica in questa riforma. La logica non richiede necessariamente la matematica. Non si tratta di massimi sistemi. Basta mettersi nei panni di un giudice o un PM che viene sorteggiato. Il mondo della giustizia è un inferno? Potete pensare le tentazioni e i ricatti che quell’inferno provocherà al nostro Don Abbondio (un personaggio da riscoprire anche alla luce della politica attuale)? Come reagirà il nostro? In due modi: si dimetterà, e alla fine verrà sorteggiato uno che ama stare all’inferno. Oppure cercherà di sopravvivere, ispirandosi ai ricordi di liceo del Manzoni. Si schiererà col più forte, ma sempre guardando il debole come per dirgli: “che peccato che non siate voi il più forte, io sarei stato dalla vostra parte”.  Scenario alternativo: il mondo della giustizia non è un inferno? E allora perché costringere il nostro Don Abbondio a lasciare le sue anime e sostituire il cardinal Borromeo? Perché non lasciare almeno che si candidi ad essere sorteggiato per la santità?

Nella versione matematica dell’argomento logico c’è la legge dei grandi numeri: se l’intera magistratura è politicizzata, il sorteggio la manterrà politicizzata, e la ripartizione dei sorteggiati rappresenterà in media la ripartizione politica della magistratura. Se la quota politicizzata della magistratura è minoritaria, la stessa regola la manterrà minoritaria. Le correnti rimarranno in ogni modo. L’unica differenza è che per una corrente potrà essere sorteggiato Don Abbondio, e per un’altra l’Innominato.

Quindi, la logica di queste scelte porta a conclusioni chiare, e l’unica domanda che resta è se chi l’ha pensata ci è o ci fa. Peraltro è la stessa domanda che oggi ci poniamo sulla politica a livello globale. Verrebbe da pensare che la logica è capita e voluta. Però uno si trova di fronte a mostruosità che inducono il dubbio. Pensate di avere una corte di giustizia che emette un verdetto e che è l’unico collegio in grado di decidere l’impugnazione, e considerate che l’appello venga deciso solo da quelli che non hanno concorso a pronunciare la decisione originaria impugnata. Assumete che su 15, 14 abbiano preso la decisione originaria, e il quindicesimo sia contrario. Come pensate finirà il ricorso? Voi pensate sia una barzelletta. E invece potrebbe diventare l’articolo 105 della nostra costituzione.

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