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Governo

La costituzione non è un bancomat

di Francesco Moriconi

Da de Gaulle a Berlusconi fino a Meloni-Nordio: i referendum costituzionali puniscono chi li propone senza consenso parlamentare. Ma il voto di ieri racconta anche altro: la geografia delle ZTL e una generazione giovane che il governo non vede.

24 Marzo 2026

Il 28 aprile 1969, alle prime ore del mattino, un comunicato di tre righe fu diffuso dall’Eliseo. Charles de Gaulle annunciava le proprie dimissioni irrevocabili da presidente della Repubblica con effetto immediato da mezzogiorno. La sera prima, il 52,41% dei francesi aveva respinto la sua riforma costituzionale sulla regionalizzazione e la trasformazione del Senato. Il generale aveva detto che in caso di sconfitta avrebbe lasciato. Lo fece. Andò a Colombey-les-Deux-Églises, riprese le sue memorie, e morì diciannove mesi dopo. Aveva 79 anni e undici di presidenza alle spalle, aveva guidato la Francia libera contro il nazismo, aveva rifondato lo Stato nel 1958, aveva attraversato indenne il maggio 1968. Eppure, quando chiese agli elettori di convalidare direttamente una modifica costituzionale — bypassando la procedura parlamentare dell’articolo 89, ricorrendo invece all’articolo 11 come aveva già fatto nel 1962, tra le proteste dell’opposizione — il paese gli disse no. E lui non discusse il verdetto.

Trentasette anni dopo, il 25 giugno 2006, gli italiani bocciarono con il 61,3% dei voti la riforma costituzionale del governo Berlusconi, la cosiddetta “devolution” ispirata da Bossi e costruita da Calderoli: un progetto che trasferiva poteri alle Regioni in materia di istruzione, sanità e sicurezza, e rafforzava i poteri del presidente del Consiglio. Berlusconi non si dimise. Anzi, negò qualsiasi lettura politica del voto e si accreditò comunque come il riformatore incompreso. Ciononostante, il messaggio degli elettori era stato identico a quello che i francesi avevano mandato a de Gaulle: quando si chiede ai cittadini di ratificare una modifica alla Carta fondamentale, loro tendono a fare un’altra cosa. Tendono a rispondere alla domanda che non è stata loro posta.

Ieri, 23 marzo 2026, quella lezione è stata impartita per la terza volta in Italia nel giro di vent’anni. Il No alla riforma Meloni-Nordio — la “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di una Corte disciplinare, la divisione del CSM in due organi distinti — ha vinto con il 53,74% dei voti, con un’affluenza del 58,93% che smentisce chi aveva speculato sull’astensione come antidoto silenzioso. Il No ha vinto in diciassette regioni su venti, ha vinto nelle grandi città, ha vinto persino in Calabria, Sicilia e Basilicata, regioni governate dal centrodestra. Il Sì ha tenuto soltanto in Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, il cuore industriale e leghista del paese. Fuori da lì, il verdetto è stato netto.

Ora, Giorgia Meloni ha dichiarato che si tratta di “un’occasione persa per modernizzare l’Italia” e il ministro Nordio ha già comunicato che il risultato non ha “alcun significato politico”. È una posizione legittima, in senso strettamente procedurale. Non c’è nessun obbligo costituzionale di dimissioni. Ma è anche, involontariamente, la conferma di quanto il problema fosse già visibile prima del voto: una riforma della Costituzione proposta e difesa come questione tecnica, di ordinamento giudiziario, di razionalizzazione del sistema; spiegata come se i cittadini fossero tenuti a valutare la coerenza interna di un assetto organizzativo; presentata, in sostanza, come se riformare la Carta fondamentale fosse una questione di buona amministrazione.

La storia dei referendum costituzionali dice qualcosa di preciso a questo proposito: quando si chiede alla popolazione di ratificare una modifica alla propria Costituzione, raramente la domanda che circola nei seggi è quella scritta sulla scheda. De Gaulle lo capì, non abbastanza in anticipo per vincere ma abbastanza in fretta per andarsene con dignità. Berlusconi non lo capì affatto, ma il risultato fu lo stesso. La ragione non è che gli elettori siano irrazionali, o distratti, o vittime di campagne di disinformazione, come ogni coalizione perdente si affretta a spiegare nelle ore successive allo spoglio. La ragione è più semplice e più scomoda: una riforma costituzionale promossa dal governo senza senza discussione parlamentare non è una riforma condivisa. È una proposta di una parte, che chiede all’altra metà del paese di avallare qualcosa che non ha contribuito a costruire. In queste condizioni, il referendum costituzionale non certifica la bontà di una riforma. Certifica il rapporto di fiducia tra chi governa e chi è governato. Ieri quel rapporto ha prodotto il suo verdetto.

C’è poi un elemento specifico di questa vicenda che merita attenzione, perché non è riducibile alla sola dinamica governo-opposizione. La separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e inquirenti era già, di fatto, una questione largamente gestita dalla riforma Cartabia, con passaggi di funzione ridotti a uno solo nei primi dieci anni di carriera. Tra tutti i magistrati in servizio, quelli che avevano cambiato funzione negli anni recenti si contavano nell’ordine delle decine. Su questo dato concreto, si è costruita una revisione costituzionale che modificava il Titolo II e il Titolo IV della Parte II della Costituzione, istituiva una nuova Corte disciplinare, sdoppiava il CSM. Una struttura imponente per un problema marginale. Gli italiani, che non sono costituzionalisti ma hanno un senso pratico della sproporzione, lo hanno percepito.

C’è però un dettaglio che i dati aggregati rischiano di far sparire, e che merita di essere letto con attenzione. Nelle grandi città — Roma, Milano, Torino, Genova — il Sì ha prevalso nei quartieri centrali e benestanti: le ZTL, i quartieri residenziali, le zone dove si concentrano studi professionali, avvocati, ceti medi consolidati. A Torino il Sì ha vinto in piazza San Carlo e nel quartiere Crocetta. A Genova nel residenziale Albaro. A Milano nelle zone più centrali, dove peraltro abbondano gli studi legali, categoria tra le più favorevoli alla riforma. Nelle periferie, nei quartieri popolari, nelle aree più distanti dai luoghi del potere, ha vinto il No, spesso con margini molto più ampi della media. È un dato che vale la pena di non liquidare in fretta. Una riforma presentata come modernizzazione del sistema giudiziario, come garanzia di maggiore imparzialità e tutela del cittadino, ha convinto soprattutto chi vive già in una condizione di relativa protezione: chi può permettersi un avvocato, chi conosce le procedure, chi con la giustizia ha un rapporto mediato dalla competenza professionale. Chi vive nelle periferie — e con la giustizia ha spesso un rapporto diretto, meno filtrato e meno rassicurante — ha risposto diversamente. La riforma li riguardava meno. O forse li riguardava troppo, ma in un senso che nessuno aveva spiegato loro.

Il secondo dato che il governo farebbe bene a non archiviare come dato tecnico è quello generazionale. Nella fascia 18-34 anni il No ha vinto con il 61,1% contro il 38,9% del Sì. Tra i 35 e i 54 anni il No era ancora in vantaggio, al 53,3%. Solo tra gli over 55 il Sì ha prevalso, di misura. I giovani, dunque, hanno votato in modo compatto contro la riforma e lo hanno fatto con un’affluenza significativa nelle grandi città del Nord, dove a Milano e Bologna gli under 30 hanno superato il 67% di partecipazione. Alla faccia della generazione disinteressata. Si può cogliere, invece, il segnale forte di una generazione che l’apparato politico continua a non vedere, salvo evocarla ritualmente nei discorsi sul futuro del paese. Quando ha avuto l’occasione di esprimersi su qualcosa di concreto — una modifica alla Costituzione promossa da un governo che non ha il loro voto come priorità dichiarata — ha risposto con una chiarezza che dovrebbe imbarazzare più di un osservatore. Che i giovani siano stati determinanti nella sconfitta di una riforma voluta dalla destra non è, di per sé, sorprendente. Che lo siano stati in un referendum costituzionale, con questa intensità e con questa geografia, è invece un dato che merita una lettura più onesta di quella che i vincitori di ieri sera si sono già affrettati a offrire.

Infine: Matteo Renzi, che nel 2016 perse il suo referendum sulla riforma del Senato e si dimise da Presidente del Consiglio, da segretario del PD, da tutto, ha già commentato l’esito ricordando ai presenti la propria coerenza e invitando Meloni a “non fare don Abbondio”. È un consiglio di parte, naturalmente. Ma viene da chi sa di cosa parla e che, a differenza di quasi tutti gli altri in campo ieri sera, almeno ha avuto la decenza di perdere in modo memorabile.

La Costituzione non è un bancomat al quale ogni maggioranza può accedere con il proprio PIN. È un patto che chiede di essere onorato con il consenso più ampio possibile, costruito nel tempo, maturato nel dibattito parlamentare, non ratificato in fretta prima che i sondaggi cambino. Quando si prova a forzare quel patto per via di maggioranza — e poi ci si affida al referendum per ottenere la legittimità popolare che il Parlamento non ha saputo dare — si commette un errore che la storia dei referendum costituzionali conosce bene. De Gaulle lo commise. Berlusconi lo commise. Renzi lo commise. Ieri sera, alla luce dello spoglio, quella lista si è allungata di un nome.

"politica"
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