Governo
La Principessa e il Principe: politica della possibilità, politica della necessità
Nel tempo della politica stanca (e stancante), David Tozzo propone con il suo libro un’altra via. Un modello difficile, spesso inascoltato, ma capace di trasformare il senso stesso del potere e della partecipazione.
In ogni epoca la maggioranza degli esseri umani che hanno vissuto su questo disastrato pianeta hanno creduto che il potere fosse un fatto semplice: un vertice che decide, una moltitudine che obbedisce. Ma chi conosce davvero la politica sa che essa non si lascia rinchiudere in questa figura. Il potere non è mai solo comando: è relazione, percezione, conflitto, promessa. Machiavelli lo aveva compreso con una chiarezza che ancora oggi sorprende; e tuttavia, cinque secoli dopo, la sua lezione non basta più a spiegare il mondo che abbiamo davanti.
È per questo che il libro La Principessa di David Tozzo (uscito per Mimesis alla fine dello scorso anno) merita attenzione. Non perché corregga Machiavelli, ma perché ne prolunga l’intuizione nel tempo presente, non limitandosi a riproporre la formula oramai abusata, ma trasformandone la natura. Là dove il Principe insegnava l’arte del governare, la Principessa mostra l’arte del convocare. Là dove il potere era verticalità, oggi esso per Tozzo si manifesta come orizzonte condiviso, fragile e insieme necessario. E se il Principe era l’uomo che deve imparare a dominare la fortuna, la Principessa è la politica stessa: quella forza che trasforma l’impossibile in possibilità, e che chiede agli uomini non di obbedire, ma di partecipare.
Tozzo parte da un presupposto radicale: la politica non è una sfera tra le altre, ma la condizione stessa dell’esperienza umana. Non esiste gesto, relazione, istituzione che non sia intrisa di potere. Non esiste corpo, famiglia, nascita, morte che non siano attraversati da decisioni politiche. La politica non è un mestiere: è la trama invisibile che tiene insieme la vita collettiva. E questa intuizione diventa concreta quando l’autore affronta temi come le politiche della nascita, la gestione del corpo come spazio politico, la razionalità dei genocidi, la costruzione del consenso, la fragilità delle istituzioni democratiche. Sono esempi che mostrano come la politica non sia un gioco di palazzo, ma un dispositivo che decide chi può vivere, come può vivere, e a quali condizioni.
Machiavelli avrebbe riconosciuto questa durezza dello sguardo. Ma avrebbe anche notato che Tozzo non si limita a descrivere: propone un modello alternativo. La “Principessa” non è un leader, non è un capo, non è un soggetto. È un archetipo: la politica stessa, intesa come potere che convoca, non che comanda. Ma che cosa significa davvero convocare?
Convocare non è chiedere opinioni, né organizzare consultazioni rituali. Non è un gesto debole, né un espediente comunicativo. Convocare significa creare lo spazio in cui gli altri possono agire. Significa costruire le condizioni affinché la cittadinanza non sia spettatrice, ma co‑autrice. È un potere che non si esercita sugli altri, ma con gli altri. È la capacità di aprire un luogo — fisico, istituzionale, simbolico — in cui le persone possano riconoscersi come parte di un destino condiviso. È un gesto fondativo, non ornamentale.
Convocare significa anche distribuire responsabilità. Machiavelli insegnava al Principe a fare da sé, perché nessuno lo avrebbe aiutato. Tozzo ribalta la prospettiva: nessuno può governare da solo, perché la complessità del mondo supera la capacità di un singolo. La convocazione è l’arte di attivare competenze diffuse, moltiplicare energie, trasformare la cittadinanza in soggetto politico. È un potere che non concentra, ma moltiplica.
E infine convocare significa dare forma a una comunità. Non una comunità ideale, ma una comunità reale, fatta di differenze, conflitti, fragilità. La convocazione è un atto simbolico che dice: “siamo dentro la stessa storia”. È un potere che non si misura in decreti, ma in legittimità.
Proprio perché è così ambiziosa, l’arte del convocare è anche estremamente difficile. Chi osserva la politica contemporanea senza illusioni, in modo particolare quella italiana, sa che il potere non si distribuisce per virtù, ma per inerzia. Gli apparati resistono, gli interessi si organizzano, le paure si moltiplicano. In questo paesaggio, la proposta della Principessa appare tanto necessaria quanto ardua.
Basta guardare a ciò che accade quando si tenta di coinvolgere i cittadini nelle scelte pubbliche. I tavoli di confronto si riempiono sempre delle stesse persone, spesso poche, spesso sfiduciate. La convocazione fallisce perché la cittadinanza non crede più che la sua voce conti. E quando un sindaco, un dirigente, un ministro prova davvero a convocare, si scontra con norme che impediscono flessibilità, apparati che temono il cambiamento, culture amministrative che vedono la partecipazione come perdita di controllo. La convocazione si arena nella sabbia della burocrazia.
E poi ci sono i media, che trasformano ogni tentativo di dialogo in un’occasione di scontro. La convocazione richiede tempo, pazienza, complessità. I media richiedono semplificazione, polarizzazione, narrazione del conflitto. Il risultato è che chi convoca appare debole, indeciso, “buonista”. In questo senso, Tozzo rischia davvero di apparire come un predicatore nel deserto: parla di una politica che convoca, mentre il mondo preferisce una politica che comanda; immagina una comunità che discute, mentre la realtà offre una folla che commenta; propone un potere che si apre, mentre la prassi quotidiana mostra poteri che si chiudono.
A questo punto, permettetemi una nota personale. Avevo letto con piacere un suo libro precedente, Il cuore delle cose, quel viaggio nella storia delle idee radicali in cui Tozzo inseguiva, quasi con la pazienza di un archeologo, ciò che muove davvero gli uomini quando agiscono per convinzione e non per convenienza. Mi aveva colpito allora la sua capacità di prendere sul serio le motivazioni profonde, quelle che non si piegano alla contingenza, e di seguirle attraverso epoche e identità diverse. Ritrovo la stessa tensione in La Principessa: la stessa volontà di cercare, dentro la storia, un varco per il futuro. È una coerenza rara, e per questo riconoscibile. Invidio un po’ il ventenne che si ritroverà prendere tra le mani questo volume (spero ci sia da qualche parte) e che lo legga senza le incrostazioni dell’esperienza che mi impediscono di entusiasmarmi fino in fondo leggendolo.
Machiavelli avrebbe sorriso: la virtù senza fortuna è come un arco senza freccia. Ma avrebbe anche riconosciuto che la fortuna non premia chi non osa. Ed è qui che il libro trova la sua forza. Non nella promessa di un modello già pronto, ma nella capacità di costringere chi legge a pensare politicamente. Tozzo non offre ricette facili. Offre un metodo di pensiero. E questo metodo obbliga il lettore a interrogarsi su come si costruisce davvero il consenso, su cosa significa governare senza dominare, su come si può trasformare un conflitto in un’occasione, su quale forma debba assumere il potere in un’epoca che non crede più al potere.
Il Principe nasce in un’epoca di disordine, e insegna come costruire l’ordine attraverso il comando. La Principessa nasce in un’epoca altrettanto disordinata ma condita altresì di stanchezza, e insegna come ricostruire il senso attraverso la partecipazione. Il Principe è la politica della necessità. La Principessa è la politica della possibilità. Non sono figure opposte: sono figure complementari. La politica ha bisogno dell’una e dell’altra.
In un tempo in cui la politica sembra aver perso la sua voce, La Principessa di David Tozzo ricorda che la politica non è un mestiere per pochi, ma un destino per tutti. Ricorda che il potere non è solo ciò che si esercita, ma ciò che si condivide. Ricorda che la democrazia non è un’eredità, ma un compito. E soprattutto ricorda che, come scriveva Machiavelli, “gli uomini camminano sempre per le vie battute da altri”. Tozzo invita comunque a batterne una nuova. E infatti, sebbene l’autore definisca il suo volume un sequel di quello macchavelliano (anche la struttura del testo è così immaginata), per usare lo stesso stratagemma definitorio, lo si potrebbe definire piuttosto un reboot, visto che riscrive totalmente i confini e i contenuti della trattazione del tema.
Forse è un declamare in un deserto.
Forse è un inizio.
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