P.A.
Il riassetto ai vertici di Leonardo e la domanda sul suo futuro
Leonardo cambia rotta: con Lorenzo Mariani AD e Francesco Macrì alla presidenza, il governo punta sulla difesa tradizionale e la gestione operativa, ridefinendo gli equilibri tra innovazione e geopolitica.
Il riassetto ai vertici di Leonardo si inserisce in una più ampia stagione di nomine nelle grandi partecipate pubbliche, una fase in cui il governo ridisegna gli equilibri industriali del Paese cercando un punto di sintesi tra continuità e cambiamento. In questo quadro, l’uscita di scena di Roberto Cingolani e l’ascesa di Lorenzo Mariani rappresentano il passaggio più significativo e, per certi versi, più delicato. Ma il segnale complessivo non si legge guardando solo al vertice esecutivo: è il cambio simultaneo di presidenza a completare il quadro e a renderlo più eloquente.
La decisione arriva in un momento in cui il gruppo della difesa ha rafforzato il proprio posizionamento internazionale, beneficiando di un contesto globale segnato dall’aumento delle tensioni e della spesa militare. Negli ultimi anni Leonardo ha visto crescere il proprio valore e ha avviato un piano industriale orientato verso tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale alla cybersicurezza, segnando una trasformazione che puntava a integrare sempre di più innovazione e difesa. Eppure, proprio mentre questa strategia veniva delineata, è maturata una scelta diversa.
Il governo, attraverso il Ministero dell’Economia che controlla una quota rilevante del gruppo, ha indicato Lorenzo Mariani come nuovo amministratore delegato. Il profilo è quello di un tecnico di lungo corso: ingegnere elettronico, laureato alla Sapienza, Mariani ha attraversato decenni di Leonardo (allora Finmeccanica) occupandosi di radar, sistemi elettronici, vendite internazionali e direzione delle operazioni. Ha guidato Leonardo International, è stato per due volte managing director di Mbda Italia, il consorzio missilistico europeo partecipato dallo stesso gruppo. È una figura cresciuta nel cuore industriale della difesa, lontana dalla traiettoria “dai proiettili ai byte” che aveva caratterizzato la gestione Cingolani. Una scelta che sembra riflettere il mutato scenario internazionale, in cui la sicurezza torna a essere una priorità assoluta.
Altrettanto significativo è il passaggio dalla presidenza. Stefano Pontecorvo, che portava con sé un profilo costruito nei contesti NATO e internazionali, capace di interpretare Leonardo come attore geopolitico oltre che industriale, lascia il posto a Francesco Macrì. Aretino, giurista di formazione, Macrì viene dal mondo dell’energia e dei servizi: è presidente esecutivo di Estra, guida Confservizi a livello nazionale, ed è già stato in passato membro del consiglio di amministrazione di Leonardo. Un manager orientato alla gestione, più domestico nelle sue radici e nelle sue reti. Con lui il baricentro della presidenza si sposta da una visione strategico-diplomatica verso una lettura più operativa e istituzionale del gruppo.
La combinazione che emerge – un amministratore delegato con forte esperienza nel core business militare e un presidente dal profilo manageriale e nazionale – solleva interrogativi precisi sul ruolo che si intende attribuire a Leonardo nei prossimi anni. Si tratta di un rafforzamento della dimensione industriale, o di una riduzione della proiezione strategica internazionale?
Pensando a questa domanda, torna inevitabilmente alla memoria la figura di Claudio Graziano. Chi lo ha conosciuto – e io ho avuto questo privilegio, condividendo con lui il 117° corso Allievi Ufficiali di Complemento della SMALP, dove era il nostro capitano – sa che rappresentava un equilibrio raro: rigore istituzionale e visione ampia, senso del comando e capacità di muoversi tra le grandi architetture della difesa internazionale. La sua presidenza di Leonardo aveva incarnato quella sintesi tra dimensione operativa e proiezione strategica, tra appartenenza alle istituzioni militari e apertura al contesto globale. Un profilo difficile da replicare, che oggi sembra essere nuovamente oggetto di ridefinizione.
Le nomine nelle società controllate dallo Stato non sono mai solo industriali. Sono, inevitabilmente, anche politiche. Lo dimostra il fatto che questi passaggi avvengono all’interno di negoziazioni complesse, dove si intrecciano equilibri istituzionali e visioni di lungo periodo. In questo senso, il caso Leonardo diventa emblematico: un’azienda che opera sui mercati globali ma resta profondamente legata alle scelte nazionali.
Non è un caso che, nelle stesse ore, il governo abbia confermato Claudio Descalzi alla guida di Eni e lasciato invariata la governance di Enel: la continuità altrove rende il cambio a Leonardo ancora più intenzionale.
Resta allora la domanda di fondo che accompagna ogni stagione di nomine: si sta semplicemente sostituendo un management con un altro, oppure si sta ridefinendo il ruolo stesso dell’industria pubblica italiana? Se la difesa tradizionale torna a essere il baricentro, quale spazio resterà per quella spinta all’innovazione tecnologica che negli ultimi anni era stata indicata come leva strategica?
Il cambio al vertice, più che chiudere una fase, sembra aprirne un’altra. E come spesso accade in questi casi, le risposte non stanno solo nei nomi scelti, ma nella traiettoria che quei nomi lasciano intravedere.

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