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Costume

S di Samira

di Marco Maisetti

Analisi caustica del preserale: il declino dal sapere di Eco al vuoto pneumatico. Tra quiz dilatati e share, la cultura è solo un simulacro per vendere pubblicità al torpore.

9 Aprile 2026

In principio era la “S di Savona”, un ancoraggio geografico che restituiva al telespettatore la rassicurante certezza di un’Italia provinciale e ordinata. Oggi, in quella che potremmo definire la fase terminale della televisione generalista, quella stessa consonante si è spogliata del suo riferimento civico per farsi carne e immagine: è diventata la “S come Samira”. In questo slittamento linguistico si consuma il delitto perfetto ai danni dell’intelletto, una mutazione che impone una nuova fenomenologia dei quiz televisivi contemporanei. È un’analisi che Umberto Eco avrebbe condotto con quel misto di divertito distacco e chirurgica precisione che riservò, sessant’anni fa, al Mike Bongiorno nazionale, smascherando il vuoto pneumatico celato dietro il luccichio dei riflettori.

Se per Eco il conduttore era l’idolo della mediocrità, colui che non portava con sé alcun complesso di superiorità da far pesare sul pubblico, la nuova Ruota della Fortuna di Gerry Scotti ne rappresenta l’espansione ipertrofica, un monumento al “puerilismo” che non si limita più a rispecchiare l’utente, ma lo sequestra in una liturgia del vuoto. Samira Lui non è più la “valletta” nel senso classico, quella figura muta e ancillare che Eco definiva un accessorio necessario alla liturgia del quiz. È stata elevata al rango di co-conduttrice, una promozione che tuttavia non nasce da una reale valorizzazione intellettuale, ma dalla necessità tattica di riempire le voragini di un tempo televisivo che si è fatto mostruoso. Assistiamo a un’estensione cronometrica che sfida le leggi della fisica: il quiz, un tempo rapido preludio alla cena, oggi deborda oltre le ventuno e trenta, fagocitando l’informazione e il cinema. Questa dilatazione risponde a una logica puramente mercenaria, dove il telespettatore non è più un cittadino da informare o intrattenere, ma un ostaggio della raccolta pubblicitaria.

In questa fenomenologia dei quiz televisivi dominata dal ritmo rallentato, le passate esultanze di Pier Silvio Berlusconi per il sorpasso Auditel della Ruota sui “pacchi” di De Martino assumono una connotazione grottesca. Celebrare la vittoria di un format basato sulla combinazione casuale di vocali e consonanti per indovinare proverbi logori, definendola una vittoria della “cultura”, è un’operazione di distorsione semantica che avrebbe fatto rabbrividire l’autore di Opera aperta. Dietro la parola “cultura” spesa da Berlusconi si cela in realtà il suo esatto opposto: una pseudo-cultura che non libera l’individuo, ma lo rassicura nella sua ignoranza.

Non c’è nulla di colto nel nozionismo spicciolo della Ruota, né nella mistica del caso assoluto rappresentata da Affari Tuoi. Entrambi i programmi condividono lo stesso vuoto pneumatico, fungendo da narcotizzatore cerebrale per un pubblico che non viene elevato, ma dolcemente accompagnato verso un sonno della ragione cullato dai giri di una ruota che gira a vuoto. È la televisione del grado zero: il “sorpasso” celebrato dai vertici è una vittoria pirrica ottenuta saturando ogni spazio disponibile e vendendo l’illusione della conoscenza a chi, stanco, non ha più la forza di distinguere tra un’idea e una frase fatta.

Mentre Gerry Scotti officia il rito della bonarietà onnipresente e De Martino esaspera la tensione dell’azzardo, la sostanza della televisione si dissolve. La “S come Samira” diventa così l’emblema di questa nuova era: una lettera che ha perso il suo legame con la realtà per farsi puro simulacro. Siamo tornati alla fenomenologia dell’ovvio, dove il sorriso della co-conduttrice e la risata rassicurante del conduttore fungono da anestetico contro la complessità del mondo. La lotta per lo share non è che una guerra di trincea combattuta sulle macerie del senso comune, dove l’unica vittoria possibile è tenere lo spettatore inchiodato alla poltrona il più a lungo possibile, mentre la ruota gira all’infinito, senza produrre mai, nemmeno per sbaglio, un barlume di autentico pensiero. Il cerchio si chiude, il pubblico è rassicurato, e la cultura, quella vera, resta fuori dalla porta, in attesa che il prossimo blocco pubblicitario dia finalmente il permesso di pensare ad altro.

televisione
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2 Commenti
  1. Andrea Lenzi ha detto:
    10 Aprile 2026 alle 12:44

    Idiocracy, film sottovalutato 😉

    Accedi per rispondere
  2. Marco Maisetti ha detto:
    10 Aprile 2026 alle 12:53

    Sottovalutato? Ormai è quasi un manuale di sociologia. Siamo passati dalla fenomenologia di Eco alla profezia di Mike Judge senza nemmeno accorgercene, tra un giro di ruota e un blocco pubblicitario. Un saluto!

    Accedi per rispondere

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