Daniela Santanchè e Giorgia Meloni

Partiti e politici

Giorgia, questo è troppo: ci obblighi perfino a dar ragione a Daniela Santanchè

25 Marzo 2026

Giorgia Meloni ha ottenuto, dopo ventiquattr’ore di resistenza, le dimissioni di Daniela Santanchè da ministro del Turismo. Vale la pena di rileggere la notizia politica in una prospettiva di medio periodo: mettendo in fila la sua lunga sequela di inchieste e problemi giudiziarie, e la campagna referendaria appena conclusa, rovinosamente, per il governo di cui faceva parte e per la sua capa politica, Giorgia Meloni. Dunque, ricapitoliamo. Fino a due giorni fa la maggioranza di Governo, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in maniera particolare, hanno spiegato agli italiani che bisognava votare sì al Referendum confermativo della riforma Nordio perché, separando più nettamente e a livello costituzionale le carriere di pubblici ministeri e giudici, si sarebbero in modo più solido – o finalmente solido, avrebbero detto i sostenitori del sì – tutelate le ragioni profonde del garantismo penale. Quelle ragioni che vogliono imputati e indagati innocenti fino a sentenza definitiva. Le stesse ragioni che pretendono, appunto, piena parità di strumenti tra accusa e difesa. Del merito della questione si è ampiamente parlato in questi mesi, e il popolo sovrano si è espresso in maniera chiara e incontrovertibile. Ma il punto qui è ricordare – non ci vuole molto, essendo passato appena qualche giorno – con quali argomenti la riforma costituzionale veniva difesa dai suoi estensori e promotori.

Infatti, il ministro Nordio, Giorgia Meloni e molti dei sostenitori della riforma ci hanno spiegato, per mesi e con crescente intensità e virulenza, che la Costituzione italiana, così com’è, non garantisce abbastanza queste ragioni, e per questo bisognava confermare la loro riforma. Quelle del garantismo penale, della differenza insanabile tra accusa e difesa, tra posizione di chi è indagato e chi è condannato, sono, a ben guardare, le ragioni che Daniela Santanchè rivendica nella lettera con cui, dopo ventiquattr’ore nelle quali ha fatto penare l’ex amica Giorgia, rassegna le dimissioni: “la mia fedina penale è pulita”, e tecnicamente ha ragione. Non solo tecnicamente, anche politicamente ha ragione Santanchè, se avevano ragione Nordio e Meloni quando spiegavano – il primo anche coerentemente con la sua lunga storia di giurista, la seconda in quanto capo politico della coalizione che ha approvato la riforma – che la magistratura penale che indaga e quella che giudica sono troppo strettamente legate, e finisce che poi i processi vanno avanti per questo, fino ad arrivare spesso ad assoluzioni tardive che piovono su vite e carriere ampiamente segnate. Questo era il non detto, e anche il detto, anche peggio di così, di questa campagna elettorale. E a questo punto non si capisce davvero con che coraggio, a due giorni dal disastroso risultato del Referendum per il governo e la premier, sia proprio lei a chiedere e a ottenere le dimissioni di Santanchè, che non è indagata da una settimana ma da ben più tempo, e la cui posizione giudiziaria, indubbiamente molto critica, avrebbe sicuramente meritato una valutazione di merito e opportunità da ben prima, a patto di accettare che certe valutazioni in politica si possano e si debbano fare anche prima delle condanne: ma questo principio è sembrato sempre duramente contrastato proprio da Meloni, e anzi imbracciato anche in campagna elettorale come argomento per il “Sì”.

Ma c’è un altro punto, perfino più importante, sul quale ci tocca dar ragione a Santanchè rispetto a Meloni, sulle dimissioni. La questione è tutta politica, e Santanchè lo scrive chiaramente nella sua lettera: “Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata sia dai commenti sul referendum perché non vorrei esssere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio (zona 1, quel centro di Milano unica zona della città nella quale ha vinto il sì, anche se con  ogni evidenza non per merito di Santanchè, ndr)”.
Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Del Mastro che pure paga un prezzo alto.
Chiarito questo non ho difficoltà a dire “obbedisco“ e a fare quello che mi chiedi. Con questa scarica di capri espiatori, Meloni sembra voler raccontare al mondo che il referendum non l’ha perso lei. O meglio, l’ha perso lei, ma per colpa loro. Qualcuno forse vorrà anche crederci. Ecco, noi no. Questa polvere altissima che Meloni alza con gli scalpi di sottosegretari, ex soci di malavitosi, capi di gabinetto che insultano i magistrati, o ministre dal track record imprenditoriale ampiamente e lungamente problematico, non cancella la storia: Meloni ha perso il referendum giocandolo in prima linea, intestandoselo con forza. Ha perso lei. Dimettendo prima Santanchè, convincendo prima La Russa a smettere di difenderla, sarebbe andata diversamente? Chi lo sa. Sembra difficile crederci. L’importante è che non ci creda  lei, Giorgia Meloni. In quel caso, lo schianto sarebbe assicurato.

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