Daniela Santanchè si è dimessa

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Psicodramma di governo: Meloni di colpo scarica Santanchè. Oggi le dimissioni?

La ministra del Turismo invitata a dimettersi da Giorgia Meloni temporeggia: ma per quanto? Lunedì la mozione di sfiducia delle opposizioni approda alla Camera. Un passaggio che governo e maggioranza devono evitare a ogni costo.

25 Marzo 2026

Le dimissioni della ministra Santanchè arriveranno prima di lunedì, magari già oggi entro l’ora del Telegiornale delle 20? La voce gira vorticosamente, e a sperarlo non sono in pochi. Il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, del partito della premier Giorgia Meloni, ha appena affermato che «Se questo è ciò che viene richiesto dal presidente del Consiglio mi pare scontato che debba finire così».

Proprio lunedì approderà alla Camera una mozione di sfiducia alla ministra e sottoscritta da tutte le forze di opposizione. «La Camera – si legge nella mozione sottoscritta da tutti i capigruppo dei partiti di opposizioni – premesso che l’articolo 94 della Costituzione attribuisce a ciascuna Camera il potere di revocare la fiducia mediante mozione motivata, la responsabilità politica dei singoli ministri costituisce elemento essenziale del corretto funzionamento dell’Esecutivo e del rapporto fiduciario con il Parlamento, Considerato che: – la Presidente del Consiglio dei ministri, con dichiarazione resa nel tardo pomeriggio del 24 marzo c.a. ha pubblicamente auspicato le dimissioni della Ministra del turismo Daniela Garnero Santanché; tali dichiarazioni evidenziano il venir meno del rapporto fiduciario tra la Presidente del Consiglio e la Ministra, determinando una situazione di oggettiva incompatibilità con la permanenza in carica; la mancata assunzione di responsabilità mediante dimissioni volontarie, a fronte di una esplicita presa di distanza del vertice dell’Esecutivo, configura una grave anomalia istituzionale; – tale situazione compromette la credibilità dell’azione di governo e arreca pregiudizio all’immagine delle istituzioni; visto l’articolo 94 della Costituzione e visto l’articolo 115 del Regolamento della Camera dei deputati, esprime la propria sfiducia alla Ministra del turismo, senatrice Daniela Garnero Santanchè, e la impegna a rassegnare le proprie dimissioni».

Giorgia Meloni in una nota ieri sera ha ringraziato Delmastro e Bartolozzi per essersi tolti di mezzo, e giubila in mondovisione Daniela Santanchè chiedendone le dimissioni. A memoria non si ricorda un presidente del Consiglio che metta alla porta pubblicamente un ministro senza evidentemente essere riuscito a convincerlo in privato, e che quel ministro, però, resista e provi a restare al suo posto.

La nota diffusa da Palazzo Chigi, circa ventiquattr’ore dopo la sconfitta al Referendum sulla Giustizia, segna uno dei passaggi più delicati per l’attuale maggioranza. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni esprime apprezzamento per la scelta del sottosegretario Andrea Delmastro e del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi di rimettere i propri incarichi, ringraziandoli per il lavoro svolto. Un riconoscimento formale, ma anche un messaggio politico preciso: chi è coinvolto in vicende controverse deve farsi da parte. Naturalmente, questa improvvisa urgenza di chiarezza morale è diventata evidente dopo la sconfitta nelle urne. È logico pensare che se avesse vinto il Sì, la storia sarebbe stata molto diversa.

A confermare il dubbio, c’è il passaggio successivo, che cambia completamente tono e peso della dichiarazione. Dai ringraziamenti si passa alle richieste. L’auspicio firmato da Giorgia Meloni è infatti che anche la ministra del Turismo Daniela Santanchè segua la stessa strada trasforma una presa d’atto in un vero e proprio atto di pressione politica pubblica. Non una richiesta nelle sedi riservate, ma un invito esplicito, nero su bianco, rivolto a un membro del governo ancora in carica.

La vicenda assume i contorni di uno scontro aperto. Perché, a differenza di Delmastro e Bartolozzi, Santanchè, legata a doppio filo al presidente del Senato Ignazio La Russsa, non arretra. La ministra resiste, prende tempo, valuta le mosse, lasciando emergere una frattura evidente all’interno della maggioranza. Una situazione inedita, almeno nei termini così espliciti e pubblici: un premier che indica la via dell’uscita e un ministro che, almeno per ora, sceglie di non seguirla.

Il tutto si inserisce in un clima già fortemente deteriorato dopo il referendum, che ha aperto una fase di tensione e di ridefinizione degli equilibri politici. Da quel momento, nella maggioranza si è innescato uno psicodramma fatto di diffidenze, distinguo e regolamenti di conti interni. La gestione dei casi individuali diventa così il terreno su cui si misurano rapporti di forza e leadership.

La linea della “sensibilità istituzionale”, evocata da Meloni, diventa allo stesso tempo un principio e uno strumento politico. Da un lato serve a ribadire uno standard di comportamento; dall’altro rischia di trasformarsi in un criterio selettivo, applicato in modo non uniforme e quindi potenzialmente divisivo.

La maggioranza è attraversata da tensioni sempre più visibili, in cui ogni scelta assume un valore simbolico oltre che politico. La vicenda di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè mostra di un equilibrio che si fa ogni giorno più fragile, che sembra improvvisamente incrinato da una sconfitta che ha completamente minato le certezze politiche e personali del governo. E mentre il confronto resta aperto, lo psicodramma interno continua a consumarsi sotto gli occhi dell’opinione pubblica. Le dimissioni di Santanchè potrebbe essere la fine di questa fase: o aprirne una nuova, ancora più turbolenta.

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