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Francesco Acquaroli e Giorgia Meloni, in una foto della campagna elettorale per il voto del 2020. Anche quella volta il risultato fu favorevole al centrodestra

Partiti e politici

Le Marche restano a destra: piccola fotografia di un presente che somiglia al futuro

di Jacopo Tondelli
29 Settembre 2025

Il voto delle piccole Marche, attese ogni oltre ragionevolezza come un voto di Midterm nostrano, danno alla fine il risultato considerato più probabile dagli osservatori più attenti. Il governatore uscente, uomo di Fratelli d’Italia e meloniano di stretta osservanza, è stato rieletto, sconfiggendo l’euro parlamentare e “storico” sindaco di Pesaro Matteo Ricci. Il voto marchigiano, in una tornata di rinnovi regionali che comprende Veneto, Puglia, Campania e Calabria, era particolarmente atteso perché considerato l’unico nel quale si poteva davvero cambiare rotta, rispetto al quinquennio appena passato. La conferma di Acquaroli invece, salvo clamorose sorprese nelle regioni che andranno a rinnovo nelle prossime settimane, pone le basi per confermare il quadro di consenso di medio periodo, sia guardando al passato sia, soprattutto, il prossimo futuro.

Confrontando il voto marchigiano di oggi con dati omogenei delle ultime elezioni, infatti, si può notare la sostanziale “immobilità” dei confini tra i due blocchi politici. All’interno si notano scostamenti, piccole variazioni che possono favorire il cambiamento degli equilibri in alleanze politiche, sia risalenti sia di nuovo conio. Ma nel complesso, prendendo i dati delle regionali di 5 anni fa, delle politiche che hanno portato Giorgia Meloni a palazzo Chigi, e delle europee di inizio estate 2024, il quadro del consenso nelle Marche si presenta appunto stabile. Quasi cristallizzato.I dati definitivi si avranno a sera tardi, ma già adesso è facile immaginare che le distanze tra i blocchi rappresenteranno quelle viste, sullo stesso territorio, nel recente passato. Una tendenza stabile, quanto va rafforzandosi, progressivamente, quella della progressiva disaffezione all’esercizio del voto, che ogni volta registra un nuovo minimo e in questo voto marchigiano si è fermato al 50% degli aventi diritto, invero superando di qualche decimale il punto di minor affluenza, toccato alle regionali del 2015.

Non ha funzionato, per il centrosinistra, la strategia comunicativa e politica di addossare ad Acquaroli le sembianze della nemica più ingombrante, Giorgia Meloni, e di trasformare in voto tutto politico un’elezione amministrativa. Se referendum sul Governo è stato, l’ha vinto il governo. Nemmeno ha premiato l’idea di mettere al centro di un voto comunque locale una tragedia mondiale, come quella di Gaza, sperando che l’imponente mobilitazione delle piazze di queste settimane si trasformasse in affluenza di testimonianza contro un governo che continua a rifiutarsi di fare gesti anche solo simbolici, come sarebbe in fondo il riconoscimento della Palestina. Alla fine, in un mix tra fedeltà al proprio voto politico e sostanziale soddisfazione per l’azione di governo, Aquaroli batte Ricci, centrodestra batte Campo Largo, con un ampio margine.

Questa piccola elezione, in una piccola regione, non è il test nazionale che qualcuno immaginava e sperava, certo, ma ci insegna diverse cose che è bene ricordare sempre. La prima, generale, è che di fronte a situazioni politiche consolidate, che hanno visto cristallizzarsi nel tempo distanze tra gli schieramenti, ci vogliono davvero eventi politici rilevanti per generare un cambiamento e uno scongelamento. È successo, nella storia, e continuerà a succedere che a un certo punto le cose cambino: ma, appunto, più spesso le cose continuano ad andare come sono andate l’ultima e la penultima volta, soprattutto se il quadro complessivo è di stabilità. A questo quadro si ricollega un’osservazione contingente: il centrodestra conserva, giù per su, lo stesso consenso che ha avuto nelle ultime occasioni elettorali. Il centrosinistra, anche dove si presenta unito in tutte le sue componenti, non sembra avere una capacità espansiva oltre il proprio perimetro generale, e oltre la somma delle sue componenti.  Da ultimo, e per tornare al punto di partenza, le forze in campo, quando vengono misurate dal voto, non mostrano smottamenti o particolari espansioni, e nemmeno il variare o ridursi dell’affluenza si distribuisce in maniera diseguale. Nemmeno la diversa naturale elettorale e istituzionale del voto mischia davvero le carte in tavola, tanto che se si prendesse a riferimento l’ultimo voto europeo, si vedrebbe che per le Marche, appunto, la somma totale dei voti di lista produce risultati molto vicini a quelli che analizziamo oggi. Hai voglia a spingere il racconto di una rimonta, di un divario che si stringe, di un candidato efficace: la realtà resta lì, a ricordare la differenza tra fatti e aspirazioni.

E quindi, senza pretesa di proiettare le piccole e meravigliose Marche fuori dal proprio perimetro, possiamo però ragionevolmente dire che, una volta di più, anche nelle Marche, vediamo rappresentata l’immobilità elettorale dell’Italia di questi tempi. Nelle acque tranquille e coservative in cui naviga, Giorgia Meloni continua a muoversi a suo agio. Il campo largo, faticosamente raccolto attorno a Matteo Ricci, è indispensabile per il centrosinistra per almeno provarci. Ma continua a non bastare per riuscirsi. Con la legge elettorale che il centrodestra sta studiando, fortemente proporzionale e con soglie di sbarramento basse per i Calenda che andranno da soli alle politiche, l’impresa potrebbe diventare ancora più complicata.

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