Attualità
Sì, Giorgia Meloni si può sconfiggere (anche da sola). Ora Elly Schlein deve costruire un’alternativa di Governo
L’affluenza record al referendum consegna un messaggio politico inequivocabile: l’esito delle prossime elezioni è tutt’altro che scritto, ma il centrosinistra deve sciogliere gli indugi
Dopo l’inatteso successo del “no” al referendum sulla giustizia, Elly Schlein ricorda moltissimo Steven Bradbury, l’eroe a sorpresa di Salt Lake City. Alle olimpiadi invernali del 2002, l’atleta australiano vinse l’oro nello short-track contro ogni pronostico, approfittando di una incredibile serie di capitomboli fantozziani dei suoi avversari. L’esilarante cronaca della Gialappa’s Band ne ha fatto un personaggio di culto, ma paradossalmente non gli ha reso giustizia: Bradbury non è stato unicamente il beneficiario di una fortuna sfacciata, bensì un atleta di tutto rispetto, vincitore del primo bronzo invernale per l’Australia a Lillehammer ‘94 e di diverse medaglie iridate con la staffetta. Ben due infortuni gravissimi ne avevano messo a rischio a carriera (e persino la vita), ma la sua resilienza è stata premiata con il sorprendente successo olimpico. Anche per questo, il paragone non deve sembrare irriguardoso per la segretaria Dem, anzi.
Anche a lei va riconosciuto il notevole merito di aver rivitalizzato un partito in stato comatoso, uscito a brandelli dalle elezioni del 2022 e soprattutto incapace di reagire allo schiaffo ricevuto nelle urne. Riposizionandosi a sinistra, il Pd ha dato ragione a quanti di noi pensavano che Schlein fosse l’ultima possibilità a disposizione, prima di dichiarare il paziente clinicamente morto. Il solo fatto di essere rimasta lì, a tenere il fiato sul collo di Giorgia Meloni, è un’impresa eccezionale, al di là di alcuni evidenti errori di comunicazione e della difficoltà di tenere a bada i vari cacicchi del Nazareno, che le avevano già preparato delle vere e proprie idi di marzo in caso di tracollo. Un destino peraltro ineluttabile per chiunque guidi quello che nei fatti è più una federazione che un partito. A questo proposito, il fatto che parte dei Dem e del centrosinistra si sia schierata per il Sì, mentre il centrodestra è rimasto unito, non fa che aumentare la forza di Schlein nei confronti sia delle minoranze interne, sia di una Premier che ha di colpo perso l’aura di invincibilità. Ed è la seconda volta che il voto popolare premia la giovane leader del Pd, dopo che il consenso dei simpatizzanti l’ha portata al Nazareno ribaltando il successo di Bonaccini tra gli iscritti.
Detto questo, è evidente che la piega presa dagli eventi ha più a che fare con gli autogol di una destra maldestra che con gli scatti in avanti del “campo largo”. Fino a pochi mesi, i sondaggi davano la maggioranza di governo lanciata verso una conferma piuttosto agevole, soprattutto per via del costante gradimento della Premier. Un così repentino mutamento degli equilibri si deve principalmente a un quadro internazionale allarmante, nel quale Meloni non riesce (e nemmeno prova) a emanciparsi dal suo ruolo ancillare nei confronti di un Trump giustificato in tutto e per tutto, dall’invasione del Venezuela alla provocazione del Board of Peace, arrivando all’imbarazzante “non condivido e non condanno” sull’attacco all’Iran. La narrazione di un Paese autorevole, capace di porsi come ponte tra Europa e Stati Uniti, si è sgretolata impietosamente, lasciando cittadini e imprese di fronte ai fantasmi delle possibili conseguenze. La guerra a Teheran non è solo contraria al diritto internazionale, come persino Meloni ha ammesso, ma anche ai nostri interessi: sarà cinico, ma è proprio sul rincaro di benzina e materie prime che i governi, tutti, rischiano di cadere, prima ancora che su più edificanti questioni legate al rispetto dei diritti umani. L’abilità che anche gli avversari riconoscono alla prima Presidente del Consiglio donna non basta più, anche perché non è affatto aiutata da una compagine di governo che ha commesso più scivoloni dei succitati avversari di Bradbury sul ghiaccio.
Analogamente, il centrosinistra si trova di fronte a un’occasione storica e poco importa se ciò dipenda da meriti propri o da demeriti degli avversari: come nello sport e in tutte le altre competizioni, incidono entrambi i fattori, uno speculare all’altro. Semmai, bisogna accelerare nella costruzione di un’alternativa che oggi non ha sostanza, se non nell’intenzione di scalzare la maggioranza. L’unica via per farlo è la formulazione di un programma che necessariamente dovrà segnare la netta discontinuità su alcuni punti determinanti: il governo di centrosinistra che strada prenderà sulla politica estera, sull’economia e sulla transizione ecologica che l’ondata-MAGA ci ha costretto a riporre nel cassetto, contro ogni evidenza scientifica?
La strada è chiara ma non per questo meno impervia: Pd e M5S hanno posizioni stridenti sull’Ucraina, Conte vanta un consenso personale superiore a quello del suo partito per cui aspira lui stesso a Palazzo Chigi e infine le prospettiva di tenere insieme AVS con i riformisti che hanno fatto campagna per il Sì è tutt’altro che agevole. In quanto leader del primo partito della coalizione, a Schlein tocca il compito di trovare la quadra di questo complesso scenario, proponendo agli elettori un programma il più possibile sintetico e chiaro, scritto con quel pizzico di realismo che serve per capire che vincere le elezioni e governare il Paese sono due sport diversi, che richiedono una diversa attrezzatura. Se il centrosinistra fosse davvero pronto per governare, gli estremi per chiedere le elezioni anticipate ci sarebbero eccome, visto lo sonoro schiaffone che gli italiani hanno sferrato alla maggioranza. Ma c’è ancora da lavorare.
Devi fare login per commentare
Accedi