Partiti e politici
Una nuova legge elettorale pensata per sfavorire il centro-sinistra
Via i collegi uninominali, sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione: è lo schema della nuova legge elettorale per le prossime Politiche. Significherebbe per il centrosinistra perdere il vantaggio in regioni chiave come la Puglia e la Campania.
Se la proposta sulla nuova legge elettorale entrasse effettivamente in vigore così come è stata disegnata, per il centrosinistra non sarebbe una buona notizia. Anzi, diciamolo senza troppi giri di parole: sarebbe una bella fregatura.
L’ipotesi su cui lavora la maggioranza è chiara: eliminazione dei collegi uninominali e ritorno a un sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione. Una modifica che può sembrare tecnica, ma che in realtà incide profondamente sugli equilibri politici.
Partiamo dai collegi uninominali. Nelle elezioni del 2018 il centrosinistra, presentandosi diviso, ha pagato un prezzo elevato. Oggi però il quadro è cambiato. Le recenti dinamiche politiche hanno mostrato che, per essere competitivo, il centrosinistra deve presentarsi unito. Il cosiddetto “campo largo” — dal Pd al M5S, passando per Alleanza Verdi-Sinistra e altre formazioni minori — nei collegi del Sud, in particolare in Puglia e Campania, avrebbe margini di vantaggio significativi.
Perché? Perché nell’uninominale l’elettore di centrosinistra tende più facilmente a convergere sul candidato comune. Nel centrodestra, invece, le tensioni interne tra partiti si riflettono anche sull’elettorato, che talvolta fatica a sostenere un candidato non espressione diretta del proprio simbolo. È un fenomeno che abbiamo già osservato in passato: nel 2001 Berlusconi era avanti di quasi dieci punti nella quota proporzionale rispetto a Rutelli, ma nei collegi uninominali il distacco si ridusse a meno di due punti. Non a caso, da quella stagione nacque poi il progetto che portò al Porcellum, con l’eliminazione cioè della parte maggioritaria, che rappresentava allora i due terzi del parlamento.
Ricordiamo, tra l’altro, come la (quasi) maggioranza degli italiani si espresse nel referendum del 1999 proprio per l’abolizione della quota proporzionale nel Mattarellum. Una riforma che non passò perché non si raggiunse il quorum per un pugno di voti: l’affluenza si fermò al 49,7%, a causa soprattutto dei residenti all’estero che non erano ancora stati cancellati dalle liste elettorali, cosa che avvenne di lì a qualche mese.
L’avessero fatta prima, questa revisione, ci saremmo trovati nel nuovo secolo con una legge elettorale totalmente differente, e che piaceva molto agli italiani, che avrebbero potuto votare finalmente per un candidato, spesso espressione della stessa realtà territoriale, in rappresentanza della coalizione. La realtà era che gli italiani volevano farla finita con il proporzionale, con i vecchi partiti, con liste bloccate e senza preferenze, e avrebbero voluto appunto un sistema maggioritario (con eventuale ballottaggio come in Francia, o secco come in UK), semplice e più coinvolgente, con un uomo o una donna su cui regalare la propria fiducia.
Ma questo è il passato. Nel presente, con questo nuovo schema elettorale (già soprannominato “Donzellum”) i partiti correrebbero tutti separatamente, pur indicando una coalizione di riferimento. In questo modo il peso del voto di lista tornerebbe centrale e il centrodestra, che oggi nei sondaggi mostra una maggiore compattezza numerica, avrebbe meno rischi. Se si elimina la dimensione territoriale, si elimina anche quel possibile vantaggio competitivo costruito dal centrosinistra nei collegi.
Si parla inoltre di un premio di maggioranza per chi raggiunge il 40%. Qui si apre un altro capitolo: un premio superiore al 15% attribuito con quella soglia potrebbe riproporre questioni di legittimità costituzionale già emerse con il Porcellum. La memoria istituzionale, in questi casi, dovrebbe suggerire prudenza.
Resta poi il tema delle preferenze. In Italia sono sempre un argomento delicato: da un lato c’è il timore che possano alimentare meccanismi distorsivi del consenso, dall’altro il rischio opposto è quello di candidati completamente “nominati”, con un’ulteriore crescita della distanza tra elettori ed eletti. E con un’astensione che supera già il 40%, il primo partito del Paese resta quello di chi non vota.
Se applicassimo oggi il nuovo sistema, il quadro sarebbe comunque aperto, al di là di ciò che già improvvidamente dicono gli esperti di simulazioni. Molto dipenderebbe infatti dalla composizione delle coalizioni: la collocazione di figure come Roberto Vannacci e il suo partito, stimato attorno al 3-4%, può spostare l’ago della bilancia nel centrodestra. Allo stesso modo, l’eventuale ingresso o meno di Azione in una delle due coalizioni inciderebbe in modo significativo sui rapporti di forza.
La legge elettorale, come ben sappiamo dai mutamenti avvenuti negli ultimi decenni, non è mai neutra. È un meccanismo che traduce voti in seggi, ma nel farlo ridisegna strategie, incentiva alleanze, penalizza frammentazioni. E può trasformare un potenziale vantaggio in un improvviso scivolone. In politica, più che dalle stelle alle stalle, a volte basta passare dall’uninominale al proporzionale.
Università degli studi di Milano
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