Partiti e politici

Voto politico, immobilismo e giovani: qualche campanello d’allarme

24 Marzo 2026

Il copione è lo stesso di dieci anni fa. Quella volta toccò a Renzi, oggi a Meloni e domani, chissà, sarà il turno di Schlein. Anche questo referendum si è giocato più sullo scacchiere politico che sul contenuto della riforma. A testimoniarlo è lo stesso centro studi YouTrend: tra chi ha votato no, “dare un voto di opposizione al Governo Meloni” è una delle tre motivazioni principali della scelta. Tra le altre argomentazioni, “il desiderio di non modificare la Costituzione”. Sia chiaro: la nostra Costituzione è sacra, preziosa e va trattata con i guanti. Tuttavia, pensare che non debba subire alcun aggiornamento e che possa funzionare anche a distanza di ottant’anni senza adattarsi minimamente ai cambiamenti del mondo può diventare pericoloso. Basterebbe guardarsi intorno: su 27 Paesi dell’Unione Europea, restiamo solo noi e la Grecia a non avere una separazione delle carriere tra Giudici e Pubblici Ministeri. Un treno che difficilmente passerà un’altra volta: sebbene praticamente tutti i partiti abbiano sempre auspicato una riforma di questo tipo, nessuno aveva mai avuto il coraggio di schierarsi in prima linea contro un certo sistema di magistratura. Ma il verdetto è stato chiaro: il popolo ha risposto “no”.

Una scelta che evoca una doppia sensazione di déjà vu. La prima riporta al 1987, quando gli italiani furono chiamati alle urne per decidere sul nucleare: anche in quel caso prevalse il “no” (più precisamente, il sì all’abrogazione). Una decisione che ancora oggi divide, fa discutere e che, col senno di poi, molti rimpiangono. Più recentemente, nel 2016, fu Matteo Renzi a promuovere un referendum per riformare la Costituzione. Anche allora la risposta fu netta: “no”. A trionfare, dunque, sembra essere sempre la stessa tendenza: immobilismo, diffidenza e timore del cambiamento.

Ma se per il nucleare il voto rifletteva convinzioni legate direttamente a centrali e reattori, lo stesso non si può dire per gli altri due casi in questione. Così come nel 2016, anche in questa circostanza il fronte del no ha convertito un quesito tecnico in una vera e propria crociata contro il politico di turno. Leader di partito, opinionisti e figure pubbliche si sono spesi apertamente per trasformare il referendum in un giudizio sul governo, più che in una valutazione nel merito della riforma. Ma mentre i governi passano, le riforme sarebbero destinate a restare. Se questa è la tendenza, però, non mi stupirei se un futuro Presidente del Consiglio rinunciasse a qualsiasi tipo di battaglia referendaria pur di non rischiare la credibilità o la poltrona. A perderci però non sarebbe la destra o la sinistra, come molti vogliono far credere, ma l’Italia stessa, destinata a rimanere immobile, intrappolata in uno stato di inerzia in cui nulla cambia davvero.

Un’ultima riflessione sul referendum riguarda due dati in particolare: l’alta affluenza, al 59%, e il “no” al 60% tra i giovani con età compresa tra i 18 e i 35 anni. Quando i cittadini scelgono qualcosa hanno sempre ragione, su questo non si discute. Si può ragionare però su cosa si cela dietro un determinato voto. L’impressione è che i social abbiano giocato un ruolo cruciale nell’influenzare le opinioni di molti. Diciamoci la verità: solo una minoranza dell’elettorato ha capito fino in fondo per cosa si stesse votando. Il resto è stato principalmente ideologia e propaganda. La differenza l’ha fatta chi ha saputo fare leva sugli slogan: da “difendiamo la Costituzione” a “c’è il rischio di una deriva illiberale e antidemocratica”. Frasi perfette, guarda caso, per un reel di 15/30 secondi sufficiente ad attirare una parte di elettorato (quella meno consapevole e quella più giovane) la cui principale fonte di informazione è la clip che viene proposta dall’algoritmo di Instagram. Uno scenario che rischia di diventare sempre più frequente in vista delle prossime elezioni o dei futuri referendum. Se questo è ciò che vogliamo, però, non lamentiamoci più se “in questo Paese non cambia mai nulla” o se la politica diventerà sempre più slogan da social network. Dopotutto, è quello che ci siamo scelti.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.