L’anima della fast fashion e il capitalismo più estremo

6 Dicembre 2021

Quello che segue è, inevitabilmente, un racconto fortemente autobiografico. Pur volendolo portare a sistema per descrivere una situazione in cui – sono sicuro – molti finiranno per ritrovarsi, sono inevitabilmente dovuto partire da quanto mi è capitato negli ultimi 3 mesi.

Conosciamo la gig economy e le opportunità che crea, prettamente precarie e poco solide. Pur sapendolo, a volte è molto difficile per un aspirante autore/giornalista riuscire a giungere fino alla fine del mese e dunque, inevitabilmente, si fa buon viso a cattivo gioco, accettando proposte di lavoro prodotte proprio da questo sistema.

È esattamente quel che mi sono ritrovato a fare questo autunno, accettando una occupazione part time che mi consentisse di mettere qualcosa nel portafogli in cambio di un servizio prestato in un negozio di calzature di una nota catena straniera. Come amava dire Jorge Luis Borges, ogni esperienza può essere stimolo di un racconto e proprio questo è il motivo di queste righe: che si impara a fare 24 ore a settimana in uno store economico?

Geografia del non-luogo

Innanzitutto si impara a conoscere a fondo, fin troppo, quel frullatore sociale che sono le gallerie commerciali negli ipermercati. Si tratta di non-luoghi artificiosi, plastici, ove non si vede mai la luce del sole, farciti di punti vendita pensati per spremere il consumatore, vere e proprie macchine da soldi: orari di apertura lunghi, weekend lavorativi con affollamenti critici nelle ore di punta e un’umanità che si ritrova in questi posti in maniera asettica, per consumare ancora e ancora.

I motivi di questo richiamo sono noti: prezzi convenienti, possibilità di trovare numerosi prodotti nello stesso luogo e un’offerta che può davvero tenerci impegnati per ore tra luoghi di ristoro, di intrattenimento e negozi vari. Tutto pensato e progettato per massimizzare l’incasso. La galleria commerciale è un buco nero per il fatturato; più grande e conveniente di qualunque negozio di vicinato. Non a caso questi ultimi stanno scomparendo dalle nostre città.

Gli ingranaggi della macchina

Questa macchina, uno dei principali meccanismi del capitalismo moderno, come ogni altra, non può certo funzionare se non tutti i suoi ingranaggi girano alla stessa maniera, nella stessa direzione. Il suo carburante sono le persone. Intese sia come clienti, ovvero i consumatori che, materialmente, percorrono in maniera più o meno ordinata i corridoi dell’ipermercato acquistando di proprio pugno i prodotti e quindi inondando di liquidità – economica s’intende – i punti vendita, sia i lavoratori addetti alle vendite che questa operazione la consentono.

Non ci fossero questi due ingredienti, la giostra si romperebbe perché l’altra fondamentale componente – le merci – resterebbero invendute. L’intero sistema nel quale viviamo si basa sullo scambio economico, come ben sappiamo: il punto non è tanto quello di additare il commercio, bensì le sue modalità in luoghi come quelli descritti nel paragrafo precedente. Affinché le gallerie commerciali funzionino, i numeri di afflusso devono mantenersi costantemente elevati e gli acquirenti devono potersi relazionare con gli assistenti di vendita.

L’anima della fast fashion

Foto di Geralt su Pixabay.

Queste dinamiche, quando coinvolgono abbigliamento, calzature, accessori o altri elementi, hanno anche un risvolto negativo più lontano dalle esperienze del singolo, rientrano infatti nel filone della fast fashion, un comportamento totalmente fuori dall’etica di rispetto ambientale di cui oggi parliamo tanto spesso. Si tratta dell’acquistare continuamente nuovi prodotti, a basso costo e quindi di bassa qualità, destinati ad avere una vita corta e venire presto sostituiti.

Questo stile di consumo riscuote grande successo in quanto abbatte la barriera di ingresso – il prezzo – rendendo un capo o un modello di scarpa accessibile a chiunque, solleticando dunque le corde del desiderio. Naturalmente, il sistema è noto ma nessuna azienda lavora per il bene dell’umanità e, quindi, incentiva questo stile di vita, in quanto è ben più interessata a svuotare il magazzino che a tenere pratiche etiche, ecologiche e rispettose dell’ecosistema Terra.

Questo modus operandi è davvero molto evidente quando si collabora con queste insegne da dentro e si riflette anche sulla quotidianità del lavoro da svolgere e portare avanti.

Punto di non ritorno?

La velocità è tutto, non a caso si usa l’aggettivo inglese fast in fast fashion, che significa appunto veloce. Occorre essere veloci nel servizio, veloci nel rispondere all’esigenza del cliente e veloci a proporgli vendite aggiuntive, secondo concetti di cross-selling e up-selling che si trovano spesso in bocca ai manager, pur andando però raramente incontro alla risposta ad una esigenza, collocandosi più nello spazio riservato alla creazione di una ulteriore. La stessa velocità, si è scritto, sarà inesorabilmente la stessa con cui poi le merci vendute saranno sostituite. Così è, se vi pare, il consumismo sfrenato di oggi può gestire leve come questa, e tristemente ne siamo tutti un pò parte, chi più chi meno.

Il rischio è che procedendo in questa maniera si raggiungerà presto un possibile punto di non ritorno. Se le nostre abitudini sono già state inghiottite da questo sistema – pensiamo a quante domeniche trascorriamo al centro commerciale – la stessa sorte corre il rischio di capitare anche al nostro pianeta, vittima impotente dei rifiuti generati dalla fast fashion, dell’impronta ecologica di questa industria; dovuta alla sua produzione, al suo packaging e al suo ridotto ciclo di vita.

A margine di queste riflessioni, l’ambiente di lavoro dei punti vendita che coprono l’ultimo miglio tra produttore e cliente rappresenta una grande opportunità di impiego per tanti giovani – ma anche meno giovani – che hanno difficoltà a entrare nel mondo del lavoro e non nego che a molte persone possa piacere un ambiente dinamico e dove si deve avere a che fare con molte persone. Naturalmente, ci sono anche caratteri a cui questo ambito lavorativo suscita la reazione opposta.

TAG: Capitalismo, fashion, Lavoro, precariato
CAT: Precari

Un commento

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  1. andrea-lenzi 2 mesi fa

    Purtroppo è TUTTA l’economia ad essere così, e non sarebbe un male, se le risorse non fossero limitate: senza consumo i soldi non girano e la gente muore di fame.
    Andando ancora più a fondo, alla base di tutto questo c’è proprio la necessità stessa di mangiare per non morire, cioè la lotta per la sopravvivenza, che si esplica anche nell’accaparramento dei beni. (Se esistesse un dio creatore, sarebbe lui da ringraziare ;-)

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