Il posto fisso in università non garantisce libertà accademica

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28 Ottobre 2014

Entrerà in vigore il prossimo primo novembre il codice etico elaborato dall’Università di Bologna per regolare i comportamenti di “tutte le componenti della comunità universitaria”.

I media hanno discusso in questi giorni di alcune norme che, se applicate in senso restrittivo, possono limitare la libertà di espressione di studenti e personale nei confronti dell’ateneo, come quella che “richiede a tutti i componenti della comunità di rispettare il nome e il prestigio dell’istituzione e di astenersi da comportamenti suscettibili di lederne l’immagine […],utilizzan[do] tutti i mezzi di comunicazione in modo corretto e nel rispetto dell’istituzione […], [ed] evitando di diffondere informazioni, testi o immagini che possano nuocere al nome e al prestigio dell’università […] anche nell’utilizzo dei ‘social media’.

In casi come questo il passaggio dal rispetto del comune buon senso alla riprovazione (pur senza che siano previste esplicitamente sanzioni disciplinari) verso prese di posizione “scomode” è breve, e molti degli interessati hanno avuto da ridire. O meglio, da un lato alcuni gruppi studenteschi hanno replicato in modo secco, forse con toni allarmistici persino un po’ naïf. Dall’altro, tra i docenti è iniziata a serpeggiare ragionevole preoccupazione per la tendenza sempre più diffusa a sfruttare i poteri dei vertici di sede per trasformare i codici etici in strumenti di disciplina; nessuno però ha preso posizione apertamente, né si sono registrate finora denunce da parte dei rappresentanti dei ruoli professionali. In altri casi consimili, del resto, le proteste da parte dei professori sono state generalmente rare e, nel caso, espresse da settori minoritari.

Questo aspetto della vicenda mi ha fatto tornare alla mente una scena di un paio d’anni fa, quella del “taci, miserabile” rivolto da Oscar Giannino a un fantomatico rettore, reo di aver minacciato un professore associato simpatizzante di FARE di ritorsioni di carriera qualora si fosse impegnato politicamente.

Sentendo queste parole non avevo potuto fare a meno di pensare che di fronte a un rettore prevaricatore si trovasse un professore pavido, senza la cui codardia simili minacce avrebbero avuto ben scarso peso. Il rettore, in effetti non poteva impedirgli di svolgere il suo lavoro, non poteva allontanarlo dall’università, non poteva togliergli lo stipendio. Poteva evitare di adoperarsi affinché la rete di relazioni favorevoli che l’associato si era costruito nel tempo gli fruttasse una promozione, visto che oggi come oggi è difficilissimo, per ragioni istituzionali e contabili, che questa avvenga all’esterno del proprio ateneo di appartenenza. Ma se la minaccia di un ostacolo a vantaggi e progressioni di carriera, ferma restando la garanzia assoluta del posto acquisito, è sufficiente a far rinunciare qualcuno a esercitare i suoi diritti e a seguire senza paura la sua coscienza, c’è un problema.

L’assenza di credibilità del narratore può benissimo portare a pensare che questa storia sia inventata. Tuttavia, essa tratteggia un comportamento piuttosto verosimile, e chiunque lavori all’università lo sa. Non è del resto un caso che l’avvicinamento delle pratiche di abilitazione nazionale abbia avuto l’effetto di neutralizzare l’aspro dibattito sul carattere più o meno “mafioso” della nostra vita universitaria e sui pericoli di ulteriore aggravamento della situazione con la riforma Gelmini maturato tra 2008 e 2011.

La questione sembra marginale, destinata al più a stimolare pettegolezzi su fino a che punto il tal collega è pronto a “silenziarsi” pur di non perdere l’occasione di vedersi aperta la strada all’agognata promozione, ma in realtà va al cuore dello status professionale dei docenti universitari.

È infatti per tutelare la piena libertà di coscienza, di espressione e di ricerca in un ruolo delicato per lo sviluppo della società che docenti e ricercatori assunti di ruolo negli atenei sono soggetti a specifiche tutele garantite dal loro stato di dipendenti pubblici, spesso paragonate all’inamovibilità riconosciuta ad esempio, ai magistrati.

Questi dispositivi di protezione della piena autonomia di pensiero dei professionisti degli alti studi accademici sono profondamente radicati nell’aspetto che l’università ha assunto in Europa negli ultimi due secoli, da quando cioè gli stati hanno inteso sottrarre il lavoro della conoscenza a vincoli di proprietà e/o confessionali, orientandolo verso il progresso della “scienza nazionale” e ricostituendo nel perimetro delle tutele dell’impiego pubblico le dinamiche di autoregolazione e di autoriproduzione dei corporate bodies professorali.

Ma come hanno funzionato nei diversi contesti e nelle diverse modalità in cui ha trovato applicazione? Per i casi europei  manca la tradizione di studi che gli statunitensi dedicano da oltre trent’anni, prendendo le mosse dal loro specifico contesto di mercato professionale, alla valutazione del particolare dispositivo della tenure. Sarebbe invece interessante portare anche in ambienti istituzionali a noi più familiari indagini rigorose sul presunto trade off tra gli effetti positivi della libertà accademica solidamente difesa e quelli negativi della difficoltà a controllare e sanzionare la qualità del lavoro svolto e il match tra profilo maturato dal docente/ricercatore e le necessità dell’istituzione.

Per quanto riguarda l’Italia, una valutazione storica di come le prerogative professorali abbiano condizionato il comportamento della “corporazione” universitaria di fronte alle sollecitazioni interne può essere presentato come suggestione e ipotesi di lavoro a partire dalle parziali ricostruzioni disponibili. Il bilancio appare in chiaroscuro. Sicuramente, l’introduzione e il consolidamento delle difese professionali per il mondo universitario non servì a riequilibrare del tutto la tradizionale debolezza di una comunità accademica stretta tra l’amministrazione centrale e le tendenze centrifughe delle sedi locali. D’altro canto, almeno fino agli effetti delle leggi razziali del 1938, la rivendicazione corporativa di tale spazio di autonomia si rivelò effettivamente funzionale alla garanzia di qualche interstizio di “resilienza” sotto i duri attacchi del fascismo alla libertà di espressione e di coscienza dei professori.

L’impressione odierna, però, come detto, è che le garanzie di stabilità del personale strutturato, da noi, siano diventate uno strumento efficace per tutelare il lavoro mal fatto, ma sostanzialmente privo di effetti per la promozione della libertà di espressione e di coscienza del professorato. Per dirla in termini bruti, l’idea che viene fuori è che se domani lo Stato ritirasse unilateralmente le prerogative dei docenti strutturati, io non perderei niente, perché la qualità e la spregiudicatezza del loro contributo alla conoscenza della società di cui faccio parte non peggiorerebbe rispetto a oggi.

Non vorrei certo prendermi il rischio di compiere una verifica fattuale di questa conclusione appena abbozzata. Tuttavia è forte la percezione che sul punto si sia rotto qualcosa, in particolare dopo che l’istruzione post-secondaria ha progressivamente assunto una dimensione di massa. L’adeguamento numerico almeno parziale dei docenti agli studenti da un lato ha allargato la base sociale di provenienza del corpo insegnante, tradizionalmente selezionato nel grosso dei casi dalle classi privilegiate, dall’altro è stato affrontato soprattutto con un aumento delle posizioni prive di tutele specifiche, da ben prima che il tema del precariato accademico diventasse centrale nel dibattito pubblico “generalista”. L’onda lunga della disponibilità di risorse sorretta dalla crescita imponente dell’“età dell’oro” 1945-1973 ha consentito di risolvere con un ampliamento della stabilizzazione delle posizioni accademiche, ma i fatti hanno evidenziato la provvisorietà di un esperimento durato lo spazio di una generazione, e ora si inizia a percepire l’effetto del combinato disposto dei due fattori, che rischia di essere esplosivo, visto che una posizione di strutturato diventava un traguardo tanto raro quanto necessario a un numero crescente di persone per raggiungere la stabilità economica.

Mi sto convincendo che sia in questo passaggio che nelle tradizionali garanzie di sostanziale inamovibilità accordate al personale accademico strutturato il ruolo di protezione dalla “concorrenza dal basso” abbia preso il sopravvento, e quasi annullato, l’originaria funzione di difesa della libertà e dell’autonomia nel percorso di ricerca e nell’espressione delle proprie convinzioni. Di sicuro, se davvero un numero crescente di ricercatori riesce a svolgere il proprio lavoro senza compromessi con la coscienza e ad esprimersi in autonomia senza poter accedere a un posto di lavoro di fatto intoccabile, mentre chi può godere di tali privilegi fatica così tanto a esternare in modo aperto e trasparente la sua opposizione quando necessario, allora occorre elaborare urgentemente nuovi equilibri nella professione, ridistribuendo diritti e doveri senza perpetuare relitti mal funzionanti e senza cullarsi nell’ingenua idea del ritorno a un ideale passato in cui “alla fine assumevano tutti”.

Come fare? Quali strade battere? A queste domande non ci sono risposte pronte. Quello che è certo è che, nella suddivisione del job market dell’istruzione superiore in un nucleo sempre più ristretto di insiders garantiti, e in una crescente massa di outsiders che lavora nel miraggio di poter un giorno arrivare al vertice e togliersi le sue soddisfazioni economiche, l’Italia sta seguendo (con caratteri accentuati da ulteriori problemi specifici) una dinamica comune a tutto il mondo occidentale, e che per fortuna all’estero gli addetti ai lavori sono sempre più sensibili all’insostenibilità di uno schema dei rapporti di lavoro accademici non troppo diverso da quello che regola i cartelli del narcotraffico e il crimine organizzato. È da un contatto con i percorsi di soluzione al problema che saranno individuati nei più influenti casi esteri che si potrà, si spera, trovare una rimodulazione soddisfacente, e non certo dalla concentrazione su un sistema universitario, come il nostro, in cui richiede un impegno politico e istituzionale sfiancante la semplice garanzia della routine.

Perché in fondo, è bene ricordarlo, noi siamo quelli che Adriano Buzzati-Traverso, di ritorno dagli USA, aveva fotografato così ai tempi del lancio dello Sputnik: “In questi giorni, mentre il primo satellite artificiale lanciato nell’URSS sta girando sopra la nostra testa a novecento chilometri di altezza, i governanti italiani stano discutendo se sia il caso di stanziare i fondi per pagare gli stipendi ad un numero di professori e incaricati pari a quello dello scorso anno accademico“.

TAG: Lavoro, pubblico impiego, ricerca, Università
CAT: Precari, Pubblico impiego, Storia

Un commento

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  1. Enrico Pelorossu 10 anni fa

    Bell’articolo! tempo fa mi colpì molto una lettera (vera o presunta tale) di uno studente dell’EPFL di Losanna che lasciava il dottorato e si chiedeva, tra le altre cose, se avesse senso fare ricerca oggi quando l’unica cosa a cui i capi obbligano i ricercatori è pubblicare articoli fini a se stessi, diciamo solo per vanagloria personale.
    qui la lettera (in inglese): http://crypto.junod.info/2013/09/09/an-aspiring-scientists-frustration-with-modern-day-academia-a-resignation/

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