Lettera alla sinistra che difende Conte (invece dei lavoratori)

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22 maggio 2020

Ieri Conte vi ha risposto… aprendo a Salvini!

Sono passati 20 giorni dall’appello ‘Basta con gli agguati’. L’afflusso di operai, contadini ed ex partigiani per fare da scudi umani a Palazzo Chigi non c’è stato e Conte ha preferito rivolgersi a interlocutori un po’ più di sostanza dei firmatari aprendo a Salvini, strizzando l’occhio a FCA, parlando di ‘taglio strutturale’ delle tasse e di ‘modello Genova’, capoluogo governato dalla destra di una regione governata dalla destra. Ma guarda!

Il punto però è un altro e cioè che di fronte a un’emergenza sanitaria che ha colpito soprattutto chi ha dovuto continuare a lavorare – negli ospedali e nelle RSA, nel trasporto pubblico e nell’igiene ambientale, nella grande distribuzione, nella logistica, nelle fabbriche e nei campi – e a una crisi economica che si annuncia peggiore di 10 anni fa il ceto intellettuale della sinistra abbia scelto di ergersi a difensore non di quella che teoricamente dovrebbe essere la base sociale della sinistra, bensì di Conte. E tanto più che abbia giustificato la sua scelta misurando col bilancino da farmacista prudenza e temperanza dell’esecutivo invece di analizzarne l’operato, a conferma che tra le tante cose che la sinistra ha smarrito c’è anche il metodo.

Conte ha annunciato le nuove regole della fase 2. Ha spiegato che nel paese in cui due settimane prima si inseguivano i podisti coi droni ora riapre tutto, il perché non lo ha detto, ma ha parlato di ‘rischio calcolato’, insomma speriamo che me la cavo, con la rituale esortazione alla prudenza dei singoli, cioè: se va tutto bene è merito del Governo, se qualcosa va storto è colpa vostra.

In Italia ci sono autonomi che non hanno ancora ricevuti i 600 euro e dipendenti che aspettano la cassa integrazione di marzo (solo nel Lazio questi ultimi sarebbero oltre 100.000). La soluzione di Conte è che l’INPS anticipi il 40%, cioè un lavoratore che guadagna 1.200 euro dopo tre mesi senza stipendio si vedrà arrivare (forse) 350 euro.

La regolarizzazione dei braccianti agricoli è una cinica sanatoria che per 500 euro concede l’impunità ai datori di lavoro nero (più un contributo ‘da definirsi’) e alle loro vittime sei mesi di lavoro in regola prima di ricadere nella clandestinità e in pasto al caporalato quando delle loro braccia non ci sarà più bisogno.

ArcelorMittal, primo produttore di acciaio nel mondo, poco dopo aver ottenuto dal Governo la deroga per riavviare alcune produzioni ha rimesso in ‘cassa integrazione Covid’ circa mille dipendenti ex ILVA applicando un decreto del Governo non ancora in vigore, senza consultare i sindacati, secondo la FIOM senza neppure averne diritto e ha risposto agli scioperi minacciando di mettere tutti in ‘cassa integrazione punitiva’. Il ministro Patuanelli ne ha sagacemente dedotto che ‘Mittal sta facendo capire che non resterà’, cioè che straccerà l’accordo siglato con lui ai primi di marzo. Tutto qui. E il Governo pare orientato ad accelerare l’ingresso in ILVA di Invitalia, l’agenzia diretta da Domenico Arcuri, sperando che il commissario difeso a spada tratta da Conte con l’acciaio se la cavi meglio che con le mascherine. Vogliamo parlare di Jabil?

Dire che non si può imputare al Conte bis la responsabilità del passato è un maldestro artificio retorico per assolverlo del presente. Se nel bresciano e nel bergamasco 5.000 aziende hanno continuato a produrre in deroga, se le transenne già pronte per isolare Bergamo e altre città del nord sono state improvvisamente ritirate, se autorevoli rappresentanti della seconda forza di governo una settimana prima del lockdown chiedevano ai lombardi di riempire ristoranti e centri commerciali, infine, se la seconda industria europea ancora non riesce a produrre a sufficienza quei pezzi di tessuto multistrato con due elastici, detti mascherine, ma si affida a importatori maneggioni ex sodali di Bossi e Berlusconi di chi è la colpa? Di Berlusconi? Di Salvini? Di qualche liberale impenitente? C’era bisogno di un governo perfetto per non inanellare questa sequela di orrori?

La chiamata alle armi contro chi vorrebbe scalzare Conte per monopolizzare le ‘cospicue risorse destinate alla ripresa’ è l’ennesimo riflesso condizionato di quel menopeggismo di sinistra per cui per battere la destra e difendere la ‘Costituzione più bella del mondo’ la base sociale della sinistra deve sempre rinunciare a qualcosa. Per scongiurare il ritorno di Berlusconi bisognava rinunciare al posto fisso e all’articolo 18, per evitare il ritorno di Salvini facciamo finta che i porti italiani siano aperti e che condonare il brutale sfruttamento nei campi sia un gesto di civiltà e dopo esserci indignati per il populismo contro i migranti sdoganiamo il populismo contro i passeggiatori e persino gli sfregi alla Costituzione più bella del mondo, deplorando chi, almeno su questo, è coerente con se stesso. E’ l’idea per cui la sinistra può scegliere solo a chi essere subalterna, un’idea che oggi risuona anche nelle parole di quei sindacalisti a cui neppure l’elezione di Bonomi alla guida di Confindustria è bastata a prendere atto che la cosiddetta ‘imprenditoria virtuosa’, sempre che esista, in Italia conta più o meno quanto gli autori dell’appello su Il Manifesto.

Ai lavoratori e alla base sociale della sinistra non serve un gruppo di avvocati delle cause perse che li aiuti a scegliere tra il marcio e la muffa, ma gente che li sostenga e sia un punto di riferimento quando lottano per il diritto a lavorare in sicurezza, quando si ribellano a un padrone che vuole licenziarli, quando rivendicano che i diritti per essere tali non possono durare sei mesi. Non c’è il ‘bene del paese’. C’è il bene di chi raccoglie i pomodori a 20 euro al giorno oppure il bene di chi lo sfrutta e bisogna scegliere.

TAG: basta agguati, Giuseppe Conte, Il Manifesto, sinistra
CAT: Quirinale

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