Pensioni, i diritti acquisiti porteranno alla bancarotta o alla rivoluzione?

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7 Dicembre 2015

La proposta dell’INPS di riformare il sistema pensionistico ha scatenato varie critiche, soprattutto nella parte in cui prevede la riduzione della parte retributiva delle pensioni in essere sopra i 2.400 euro netti mensili, se l’età di pensionamento è inferiore all’età ricalcolata dall’istituto. In questo modo si andrebbero a intaccare i diritti acquisiti dei pensionati. Qualcosa di (quasi) sacro. “In qualsiasi ordinamento civile – come dice il senatore PD Pietro Ichino – decurtare le pensioni si può solo in due casi: bancarotta o rivoluzione”. Una conseguenza al taglio di alcune delle pensioni in erogazione giudicata intollerabile è quella della revisione inattesa delle scelte di consumo e di risparmio da parte dei pensionati che subirebbero lo shock della decurtazione della rendita.

Sono convinto che almeno in teoria si possa fare molto per riequilibrare il sistema pensionistico senza toccare i diritti acquisiti. Pensiamo ad esempio alla montagna di redditi in nero che – qualora fossero recuperati dal Fisco – potrebbero restituire abbondante gettito contributivo. Ma ripartiamo dal principio enunciato da Ichino.

Il fatto di proteggere i diritti acquisiti non è neutrale rispetto alla bancarotta o alla rivoluzione, perché potrebbe accelerare l’accadimento di una delle due o di entrambe, qualora le alternative non riuscissero a ridurre la profonda iniquità intergenerazionale. L’alternativa del recupero dell’evasione fiscale allontana certamente la bancarotta, ma può darsi che avvicini la rivoluzione. Qualcuno ha mai stimato le conseguenze sul tessuto socio-economico nell’auspicabile caso di grande successo dell’operazione? O è politicamente troppo scorretto dire che la piccola evasione fiscale diffusa in vasti strati della popolazione riduca le probabilità di gravi tensioni sociali?

Non sono poi così certo che la revisione delle scelte di consumo e di risparmio degli attuali pensionati benestanti indotta dalla decurtazione delle loro rendite sia più indesiderabile dei mancati consumi e risparmi da parte dei giovani oppressi da elevata contribuzione (sempre che abbiano un lavoro!). Forse che il fatto di “avere tutta la vita davanti” giustifica di per sé che i giovani siano gli unici destinatari della repressione previdenziale? Ricordiamoci che tra le alternative – addotte dai difensori dello status quo – che i giovani avrebbero a disposizione (a differenza dei pensionati) per fronteggiare questa repressione e quindi per meritarsela c’è anche l’espatrio. Che comporterebbe la perdita certa di gettito contributivo futuro e il trasferimento a titolo gratuito a qualche lungimirante Stato estero di tutto l’investimento sostenuto da noi contribuenti per istruirli.

In sintesi, non credo che gli squilibri pensionistici intergenerazionali possono essere risolti con rigidi principi. Occorre tener conto del fatto che il sistema è complesso, con grandi interdipendenze e vasi comunicanti al proprio interno, e non immune – soprattutto in presenza di elevata rigidità – a eventi estremi a grande impatto.

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CAT: Previdenza

4 Commenti

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  1. beniamino-tiburzio 5 anni fa

    La verità è che le ” chiacchiere morte se le portano il vento “. In nessuna parte del mondo si potrebbe solo immaginare un governo che mettesse le mani sulle pensioni già liquidate. Dalla riforma Dini sono passati 20 anni. Essa si applicava ai lavoratori con almeno 18 anni di retribuzione. Allora i più giovani lavoratori laureati che avessero 18 anni di contribuzione avevano non meno di 30 anni di età. Totale 68 anni. Questa è l’età MINIMA degli attuali titolari di pensioni d’oro d’argento e di bronzo. L’ età media dei titolari ancora in vita potra’ essere intorno ai 75-76. L’ aspettativa di vita di tali ultimi ” giapponesi” scientificamente è di 79-80 anni. Ergo il problema lo risolverà in un quinquennio il padreterno. Ergo di cosa stiamo parlando. Siamo invidiosi di questi ultimi ” giapponesi ” e non vogliamo aspettare neanche un secondo ? Allora ammettiamo l’origine ideologica della diatriba che ha la sua radice in quello che René Girard ha chiamato ” desiderio mimetico “. Quello stesso che suscita l’odio del fondamentalismo islamico. Infine, vogliamo abolire lo stato di diritto ? Si può fare, basta dirlo e lo si faccia pure : o con una maggioranza parlamentare ( auguri ), o con una rivoluzione alla Pol Pot.

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  2. beniamino-tiburzio 5 anni fa

    Come dire che ad un condannato a 20 anni di reclusione si decide, con una nuova legge, di tagliare la gola. Boeri straparla dopo aver detto, come i suoi predecessori, che i conti dell’ Inps sono in ordine. Il mondo è cambiato dappertutto. Purtroppo, il posto fisso non c’è più,le pensioni statali sono esigue e occorre costruirsi una seconda pensione. Come ho fatto io 50 anni fa. Lo Stato oggi è chiamato a fare assistenza, come si fa all’estero e non si fa in Italia.

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  3. beniamino-tiburzio 5 anni fa

    Chi decide se una pensione e’ d’oro, d’argento o di bronzo ? Quali sono i motivi logici o ideologici ? Quale è la percentuale di decurtazione derivante dalla applicazione di tali motivi. Taglio del 10, 20, 30, 40, 50, 60, 70, 80, 90, 100 per cento ? Se il motivo e’ ideologico si potrebbe preferire una generalizzata equiparazione per tutti. Peccato che qualcuno da qualche parte ci abbia già provato……..e sappiamo cosa e’ poi successo. Auguri

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  4. marco-parigi 5 anni fa

    ottimo osservazione sull’illogicità delle parole di Ichino.

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