Compulsione: devo uccidere

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13 settembre 2019

Le cronache sono piene di omicidi ed altri atti di violenza.Ovviamente queste violenze individuali sono ben poca cosa rispetto all’agglomerato enorme di quello che succede nei vari conflitti che sono sparsi nel mondo, nel suo presente,nel suo passato e,speriamo di no,nel suo futuro. Ma l’estensione e l’intensità della cronaca criminale dei media, specie quelli televisivi, provoca un impatto particolare nelle persone, suscitando un mix di paura,indignazione e morbosa curiosità. Soprattutto ci sono le donne come tipiche vittime ma, anche se non vengono pareggiati i conti pure gli uomini e qualche volta, purtroppo anche bambini e ragazzini.

Ora, esclusi i cosiddetti omicidi funzionali cioè quelli che,come qualsiasi attività d’impresa, fanno parte delle prassi mafiose,camorristiche e simili, quello che banalmente colpisce è la sproporzione tra il fatto omicida con le sue conseguenze penali e il motivo scatenante. C’è in particolare un cliché talmente comune nei femminicidi che, metaforicamente, potremmo tirare in ballo la noiosa ripetitività topologica della successione dei cosiddetti frattali. In genere una donna viene uccisa perché vuole lasciare qualcuno. Ora dal punto di vista psicoanalitico, vi possono essere due meccanismi non necessariamente reciprocamente esclusivi. Da un lato la donna,noiosamente sempre identificata con la mamma, abbandona il suo bambino che senza di lei si sente perduto (come avviene nei bambini reali,ahimè,abbandonati). L’unica soluzione è l’annientamento dell’intera situazione. Uccido lei e io distruggo anche la mia vita con circa 30 anni di carcere. Il secondo motivo è più squisitamente edipico: che esista o no un altro, la donna che abbandona è vissuta come chi sarà di quell’altro uomo (reale o immaginario).

Il dramma della gelosia diventa non solo il fantasticato ludibrio sociale ma la ripetizione, anche qui noiosa, della conferma dell’evento edipico: il papà è l’unico possessore assoluto della mamma, perché tu ce l’hai troppo “piccolo”. Ma almeno, come ci ricorda l’obbrobrio del cosiddetto “delitto d’onore”, questo “onore” è salvo. Ma che siano queste le motivazioni che portano a tali omicidi, non basta: sono sensazioni che tutti,più o meno( cioè difendendocene con la negazione) abbiamo. Altrimenti sarebbe una strage continua. Questi processi acquistano forza ,solo se esiste una propensione (per quello tecnicamente li chiamiamo acting)ad agirli, a metterli in pratica. Questa compulsione che spesso viene invocata come scusante legale (inutilmente perché eccetto nei casi psichiatrici di delirio conclamato, il sistema giudiziario, a questo riguardo è inesorabile), è ,spesso, già identificabile nella struttura caratteriale della persona come ricorso ineluttabile ad una estrema difesa che non permette scampo. Probabilmente la posta in gioco investe un narcisismo “mancato” cioè non autosufficiente,vulnerabile ad un grado elevatissimo. A questo riguardo, si fa per dire, è meglio un narcisismo perfetto, indifferente a cose e persone che ci circondano…

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CAT: Psicologia

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