La disarticolazione mentale attuale

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9 Luglio 2020

Una volta, nei “bei tempi antichi” (si fa per dire), la mente umana appariva ben strutturata e ordinata, con un conflitto tra desideri e razionalità, che, ovviamente, un Controllo Sociale accurato nella sua pressione esterna (stato, religione, scuola, servizio militare, famiglia, cultura ecc.) un po’ faceva introiettare e, per il resto, delegava al braccio secolare di gendarmi e giudici, il mantenimento dello status quo. I riottosi e i marginali se intellettuali diventavano le avanguardie, narcisisticamente isolate, se poveretti riempivano carceri e manicomi.

In questo panorama, la psicoanalisi, frutto proprio delle avanguardie intellettuali e del mito del trionfo scientifico, si permetteva di fare delle ipotesi un po’ troppo sconvolgenti, subito annacquate nel vasto mercato medico-sanitario della cura. Ma la cosa più interessante era il fatto, per noi del mestiere, rassicurante, che il quadro dei disturbi psichici e delle tecniche terapeutiche fosse ben consolidato e soprattutto unitario. Ed una mano, anche se esplicitamente negandolo, ce la davano i nostri cugini psichiatri con l’uso di psicofarmaci. E quando qualcuno, vedi Basaglia, cercava di far capire, sia pure confusamente, che c’erano anche altri modi di essere meno regolari nelle malattie mentali, l’ideologia di matrice marxiana costringeva a rientrare nei ranghi della lotta anticapitalistica. A tal punto che qualche neofita antipsichiatra può avere pensato anche di fare la rivoluzione iniziando proprio dai poveri degenti, come facevano i Vichinghi che si diceva che mettessero i matti furiosi nelle prime file dei loro reparti da combattimento. E poi? E poi è tutto cambiato, anche se con grande nostalgia di qualcuno, non dico solo conservatore, ma addirittura rivoluzionario, che pensava allora, che poche ideologie, ben costruite potevano controllare il disordine del mondo.

Ora la confusione, come diceva il presidente Mao, ripreso recentemente da un esponente della vecchia guardia rossa (D’Alema), è sotto il cielo. E qui, secondo me, c’è un primo errore semantico, perché il termine confusione presuppone non solo un valore negativo ma anche la richiesta di un ristabilimento dell’ordine.

Il mondo, secondo me, non è confuso, è disarticolato in una serie di impulsi e di comportamenti con loro specificità esclusive e non più omogeneizzabili. Lo si può definire in termini di Sistema dinamico complesso di variabili eterogenee. Lo vediamo nella politica con la diversificazione di diverse mutabilità di potere sia internazionalmente che internamente. Lo vediamo nell’impossibilità di gestire grandi eventi quali le migrazioni o le pandemie o gli sbalzi climatici. Lo vediamo negli stimoli crescenti e conflittuali che investono e travolgono persone, comunità, famiglie, giovani, vecchi. Ed è proprio di questo che finalmente vorrei parlare.

La disarticolazione esterna produce una disarticolazione interna mentale, psichica che non solo colpisce persone sofferenti ma fa saltare quelle belle interiorizzazioni ideologiche (alias Controllo Sociale) che rassicuravano la maggior parte della gente, sia pure con malumore. In altri termini: il bombardamento di stimoli eterogenei dall’esterno non è più controllabile e non mi riferisco solo ai casi estremi (omicidi, femminicidi, suicidi) ma anche alla vita di ognuno. L’incapacità di costruire una gestione passabile degli stimoli esterni nel loro impatto con gli impulsi interni, con le valenze caratteriali, con l’assetto neurofisiologico ed anche psicosomatico, costringe la gente ad una ricerca affannosa di soluzioni. Basti pensare ai vari tentativi dalla droga, all’alcol, alle pratiche para-orientali,e anche a quelle religiose, accortamente ripresentate in forma attuale (basti pensare agli interventi papali…). Per noi analisti il problema è diventato terribilmente complesso a tal punto che un analista acuto, anche se eccessivamente semplicistico, come Bion, suggeriva ai colleghi di entrare in seduta, dimenticando tutto. Noi oggi siamo costretti ad adattarci per gestire quella moltitudine di stimolazioni che, chi viene da noi in analisi (e non chiamiamoli più pazienti, ma persone normali che per caso sono passate davanti ai nostri studi), ci riversa addosso. E ce le riversa addosso in quel fenomeno di saldatura di un passato che ritorna immerso nel presente, cioè il transfert (al quale noi, spesso confusamente reagiamo con il nostro controtransfert). Cosa significa tutto questo: che dobbiamo accettare e cercare di cavarcela nel migliore dei modi possibili alla disarticolazione del mondo. Poi qualcuno può anche continuare a fantasticare sui miti giovanili. Anche questo è un rimedio.

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CAT: Psicologia

Un commento

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  1. valeria.minria 6 giorni fa

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